venerdì 9 febbraio 2018

Il Convegno di Napoli

Nei giorni 29 - 30 novembre 1968 si tiene a Napoli l’Assemblea dei dirigenti sindacali del Mezzogiorno. Alla manifestazione prendono parte ottocento attivisti in rappresentanza delle più importanti federazioni di categoria e delle maggiori camere del lavoro e comitati regionali del Centro e del Nord.

Alla Presidenza, i segretari confederali Rinaldo Scheda, Vittorio Foa, Luciano Lama e Fernando Montagnani, i vice segretari Mario Didò, Arvedo Forni, Gino Guerra e Silvano Verzelli ed il segretario della Camera del lavoro di Napoli Giuseppe Vignola.

Al centro della discussione la situazione economica, sociale e sindacale del Sud e ed i contenuti delle azioni sindacali da portare avanti. Fra queste particolare rilievo assumono gli scioperi regionali contro le zone salariali proclamati unitariamente in Calabria (9 dicembre), Sardegna (10), Sicilia (11), Emilia e Puglia (12), Abruzzo e Toscana (13).

E’ Rinaldo Scheda ad aprire i lavori con la relazione introduttiva che riproduciamo a seguire:

“Questa assemblea, che vede la presenza di centinaia di dirigenti e attivisti sindacali di tutte le regioni dell’Italia Meridionale e insulare unitamente a delegazioni qualificate del nostro movimento dell’Italia Centrale, dei centri principali delle regioni settentrionali e delle Federazioni nazionali, di categoria, la Segreteria della Cgil l’ha voluta promuovere e convocare qui a Napoli, sulla base di una comune consapevolezza del fatto che i lavoratori italiani, il movimento sindacale nel suo insieme e la nostra Cgil vivono una fase politica sindacale molto importante e per molti aspetti nuova: ricca comunque di interessanti esperienze e di vaste prospettive. La convocazione di questa assemblea ha come motivo di fondo la constatazione che, nella attuale fase dell’azione sindacale, le masse lavoratrici meridionali, nelle città e nelle campagne, giocano già un ruolo di portata essenziale, decisiva; e ancor più saranno chiamate a sostenerlo nel prossimo avvenire. La fase che attraversiamo è caratterizzata da una forte tensione rivendicativa e sociale; da scontri ampi, profondi, difficili ed anche aspri. Ma si tratta, nello stesso tempo, di una fase molto aperta e, anche se ardua e complessa, ricca di possibilità per nuove avanzate, per nuove conquiste che, oltre a dover corrispondere alle legittime aspirazioni immediate dei lavoratori italiani, siano di una portata tale da imporre mutamenti sostanziali tali da coinvolgere gli stessi indirizzi di politica economica e sociale finora perseguiti nel Paese dalle forze padronali e conservatrici. Questo è il punto centrale di questa fase della situazione sindacale. La tenace ricerca di soluzioni positive immediate per le rivendicazioni dei lavoratori oggi sul tappeto, non può e non deve risultare in contraddizione con gli sbocchi che sono richiesti dal profondo e diffuso malcontento di tanta parte del la popolazione, dalla crescente e già acuta tensione sul piano sindacale e sociale, dalla lotta unitaria di milioni di lavoratori, di cittadini, di studenti dai cui movimenti sprigiona oggi una maturità nuova, un vigore inequivocabile. Di ciò, noi e tutte le organizzazioni sindacali dobbiamo tener conto. Voglio cioè rilevare che le spinte e i movimenti in atto pongono l’esigenza di un profondo mutamento negli indirizzi che finora sono riusciti a prevalere nel campo della politica salariale, in quello dell’occupazione e dello sviluppo economico, in quello dei diritti democratici e sindacali dei lavoratori e del ruolo del sindacato nelle aziende e nella società, nel campo del pensionamento e della sicurezza sociale, nel campo della scuola e in altri fondamentali settori della vita civile e sociale. Questo è l’impegno - e anche la difficoltà - che emerge dalla presente situazione. Si dirà che quelle esigenze, quelle istanze, sono poste da tempo, per esempio dalla nostra organizzazione. E’ vero. E’ da tempo che la Cgil denuncia una condizione dei lavoratori e una situazione delle strutture sociali sempre più insostenibile, nel Mezzogiorno e nel Paese in generale. La Cgil e le sue organizzazioni hanno indubbiamente contribuito a suscitare iniziative, proposte, movimenti e lotte, vigorosamente tesi ad affermare soluzioni rinnovatrici. Cose positive sono state realizzate; e risultati a volte significativi sono stati ottenuti, acquisiti. Ma, oggi, la fase che si è aperta ha altre caratteristiche poiché presenta alcuni “nodi” essenziali che stanno venendo al pettine e alcune contraddizioni sociali sono giunte al punto di rottura. Il movimento di lotta è cresciuto, lo scontro sindacale e sociale si è posto ad un livello più avanzato: è cresciuta quindi la posta in gioco. Mi pare che in questa assemblea noi siamo chiamati a compiere una verifica della situazione, delle esperienze di lotta compiute in questo ultimo periodo; soprattutto, dobbiamo vedere cosa va fatto nel prossimo avvenire, nelle prossime settimane; vedere quali prospettive darci, prendendo le mosse dallo sviluppo dello scontro sindacale e sociale, così come si è venuto concretizzando al livello dei problemi che la situazione complessiva dei lavoratori e del Paese - del Mezzogiorno in particolare - ci presenta. Pur senza nasconderci le difficoltà e i limiti tuttora esistenti nella stessa nostra capacità di iniziativa e di mobilitazione, la situazione appare tuttavia aperta per un’avanzata del movimento verso un mutamento positivo dei rapporti di forza a favore delle masse lavoratrici, in tutto il Paese. Alcuni dati fondamentali ci indicano l’esistenza di questa possibilità. Intanto, l’incalzare crescente della pressione dei più larghi strati della popolazione lavoratrice e della, classe operaia, dato che è comune a tutte le regioni del Paese. In questo ambito, mentre milioni di lavoratori si muovono, nelle fabbriche nuove e in quelle vecchie, l’apporto delle nuove generazioni sta diventando massiccio e entusiasmante, mentre l’inventiva di lotta sta crescendo in forme nuove, positive, avanzate. Questi movimenti di lotta non soltanto hanno assunto grandi dimensioni ma hanno acquisito altresì la caratteristica di una continuità d’azione e una articolazione di movimento, davvero impressionante. E questo è un segno di grande maturità. Interessante è il fatto che i necessari momenti di generalizzazione (come gli scioperi generali per le pensioni o contro le «zone») non abbiano offuscato né tanto meno deviato l’iniziativa articolata di fabbrica: e questo è un dato anch’esso comune a tutte le regioni del Paese. Il fatto è che questi movimenti, pur con limiti talvolta seri (come la mancanza di incisività della lotta articolata in un certo numero di aziende e in qualche settore, oppure la mancata concretizzazione di movimenti reali sul fronte dell’occupazione), presentano un quadro complessivo sulla base del quale già si può vedere quanto positivo sia stato il bilancio di questa annata. Qui nel Mezzogiorno, come nelle altre regioni, si tratta già di un movimento che riesce ad operare su un arco ricco di iniziative, di rivendicazioni, che vanno dall’azione articolata nell’azienda alla lotta per il superamento delle “zone” salariali, dalla lotta per i contratti di settore a un impegno crescente nelle iniziative per la difesa e l’espansione dell’occupazione, per lo sviluppo economico fino a realizzare con successo, questo anno, anche due scioperi generali per il miglioramento delle pensioni e la riforma del pensionamento. E’ aumentata, in sostanza, la capacità del movimento sindacale di darsi disegni rivendicativi più ricchi e di operare su più “tavoli”, reagendo in questo modo al ricatto padronale che tenta di contrapporre l’occupazione ai salari e infrangendo nello stesso tempo il disegno di insabbiare l’iniziativa sindacale. Un altro dato positivo dello stato del movimento è costituito dai progressi compiuti dal processo unitario. Un processo che complesso, e anche travagliato, ha però compiuto quest’anno nuovi passi avanti, qualitativamente importanti; permangono certe differenze, talvolta anche profonde, ma il confronto e la ricerca unitaria avvengono ormai su un terreno e ad uno stadio più avanzati di quelli che esistevano anche soltanto alcuni mesi fa. Le dimostrazioni più interessanti di questo progresso non sono soltanto registrabili nei rapporti tra le organizzazioni sindacali, instaurati in alcuni settori o al livello interconfederale, dove da più tempo sono in corso confronti ed esperienze unitarie; lo si verifica anche in alcune regioni meridionali dove per molto tempo, e fino a pochi mesi fa regnava uno stato di vera e propria cristallizzazione delle relazioni instaurate dopo le scissioni sindacali del ‘48- 49. Così, degno di rilievo e sintomatico è un certo spostamento unitario in corso, imperniato su contenuti di azioni, che si verifica fra le organizzazioni bracciantili e mezzadrili, dove gli sforzi unitali parevano destinati a rimanere sterili. Infine, un altro dato positivo è costituito dal fatto che, a sostegno delle lotte del movimento sindacale, cioè con i lavoratori in movimento, si sono schierati migliaia di studenti, dando vita a un rapporto che - anche se ha aperto e apre talvolta problemi concernenti il modo di intendere, in questa o quella situazione di lotta, l’autonomia dei rispettivi movimenti - vede spesso schierate masse ingenti di studenti a fianco dei lavoratori. Questo è un clamoroso fenomeno nuovo, positivo, di grande importanza. Questo spostamento di migliaia di giovani su posizioni avanzate non soltanto va salutato e colto come elemento di fondo, ma occorre altresì, come movimento sindacale, che lavoriamo perché tale spostamento si rafforzi e tale movimento degli studenti rivesta un ruolo sempre più incisivo nella realtà e nelle lotte sociali del Paese. Ma significativo è, altresì, il pronunciamento di un certo numero di organi di governo locali a favore delle lotte operaie e contadine, e in generale la crescente simpatia e quindi l’aumentato prestigio dell’azione sindacale che viene ai lavoratori da larghi strati della popolazione, come si è sentito nelle lotte delle ultime settimane. E’ vero che la vertenza imperniata sul superamento delle «zone» salariali, e cioè per la liquidazione di una concezione discriminatoria verso i lavoratori del Mezzogiorno e di altre zone del Paese, ha contribuito a aumentare la tensione. Noi infatti avevamo messo in guardia la Confindustria su quello che «bolliva in pentola». Abbiamo annunciato che non si trattava di una delle tante vertenze. La lotta contro le «gabbie», contro «l’Italia a fette», contro l’esistenza di lavoratori di la, di 2a, e di 3a o 4a classe, è una lotta contro tutta una politica, fatta dai gruppi dirigenti verso il Mezzogiorno, e a danno dell’intero Paese. La carica combattiva, espressa da centinaia di migliaia di lavoratori meridionali e di altre zone soggetti a discriminazione, non ci ha quindi colto di sorpresa. Ma anche di questa carica dobbiamo comprendere e fare intendere alla classe dirigente tutte le implicazioni. La presa di coscienza e la legittima esaltazione dei dati positivi sullo stato del movimento, e delle possibilità che esistono di ottenere risultati importanti, non ci possono permettere di oscurare 0 tanto meno minimizzare le difficoltà presenti nel tipo di scontro in atto nelle vertenze oggi sul tappeto. Le difficoltà ci sono e scaturiscono innanzitutto dal comportamento del padronato, dalle scelte che queste forze continuano a perseguire nel campo dei rapporti sindacali e ad imporre all’intero Paese. Tale linea dei gruppi dirigenti padronali è tuttora ancorata a un sostanziale irrigidimento nei confronti delle rivendicazioni dei lavoratori. Essa ha per capisaldi: bassi salari ed in generale compressione del costo del lavoro (significative in proposito sono le posizioni di Costa per le pensioni, col rifiuto dell’agganciamento all’80 per cento della retribuzione e con la proposta di pensionamento a 65 anni); negazione di ogni effettiva autonomia contrattuale al sindacato nelle aziende (e qui si inserisce la nostra rivendicazione, presentata alla Confindustria per il diritto di assemblea e il riconoscimento della sezione sindacale aziendale); discriminazione e barriere contro i militanti e, infine, pressioni per spingere ai margini della società il movimento sindacale, a meno che esso non si lasci addomesticare (per esempio, attraverso l’accordo-quadro). Si tratta di una linea che non regge: essa non può vincere, può soltanto resistere più o meno a lungo. E ciò dipende anche da noi. Non può vincere perché fa acqua ovunque. Si guardi al Mezzogiorno. Borletti, al tavolo delle trattative quando l’altro giorno si era ormai in fase di rottura, ha creduto di usare una frase d’effetto dicendo che, se i lavoratori di Enna pretenderanno di essere pagati con 1 livelli minimi di Milano, ebbene quel 20% in più impedirebbe a Enna di avere uno sviluppo economico e nuove iniziative industriali. E’ perfino troppo facile rispondere a Borletti (come del resto fece giustamente Rossitto), dicendo che Enna è da oltre 20 anni al di sotto del 20% in meno nei confronti dei minimi di Milano. Ma a Enna, appunto, c’è stata l’involuzione economica e migliaia di lavoratori di altre provincie, relegati in 7a, 6a o 5a posizione dalla “gabbia” salariale, hanno dovuto emigrare, se hanno voluto trovarsi un lavoro. Questo è il punto! ma non siamo più all’anno zero. Siamo in grado di tirare le somme non tanto noi della Cgil che le abbiamo tirate da un pezzo, ma chiunque sia in buona fede può constatare il fallimento clamoroso, generale, di una politica cosiddetta di incentivazione verso il Mezzogiorno e le altre aeree depresse del Paese. Essa è basata su due pilastri: i bassi salari, come incentivazione genericamente indiretta, ma fatta direttamente sulla pelle dei lavoratori; l’incentivazione diretta, fatta con finanziamenti, sgravi e agevolazioni che pagano tutti i cittadini: ebbene oggi tutti gli indici economici e le tendenze, consolidantesi nella nostra economia dopo la crisi “congiunturale”, stanno a indicare che i ritardi e gli squilibri relativi al Mezzogiorno rispetto al resto del Paese stanno crescendo non solo in termini di tempo, ma anche in senso strutturale. Gli incentivi sono serviti infatti ai grandi gruppi per fare molti affari, mentre nel Mezzogiorno e in altre zone del Paese la crisi sociale è profonda. Tutti gli obiettivi dell’occupazione (anche quelli del Piano Pieraccini) sono saltati, per cui l’industria e l’agricoltura non riescono a dare lavoro: la prima l’ha fatto in modo assolutamente inadeguato, la seconda continua a fornire centinaia di migliaia di “braccia” italiane all’emigrazione, alle quali vanno aggiunte le masse di lavoratori senza lavoro o sottoccupati. La tesi del basso salario come condizione di stimolo e incentivazione allo sviluppo economico è una mistificazione, non è altro che un inganno: tutti i dati confermano che la compressione del livello salariale ha depresso l’ambiente e ha reso più difficile e costosa la formazione e l’adattamento delle forze di lavoro. I processi di industrializzazione «indotta” dai bassi salari e dagli altri incentivi statali hanno creato «rendite» salariali per i padroni, ma non ha consentito di creare un mercato meridionale autopropulsivo, che può nascere soltanto da una domanda crescente di beni di consumo e di investimento. Inoltre, l’insieme della incentivazione ha giocato a favore delle aziende ad alta intensità di capitale (siderurgia, petrolchimica), senza dare sviluppo alla meccanica e tanto meno all’occupazione in generale dei lavoratori. Si assiste, altresì, al fenomeno di insediamento di alcune nuove grandi aziende (vedi il caso dell’Alfa Sud), dove si punta all’utilizzazione dei quadri tecnici e specializzati già attivi, togliendoli da altre attività minacciate oppure portandoli dal Nord o dall’estero. Pieni fra l’altro di una altezzosità di tipo colonialistico. Anche la stessa linea di industrializzazione sostenuta, ad esempio, dalla Fiat (sulla carta...) con imprese nuove ad alta intensità di lavoro (elettronica, elettromeccanica, aeronautica, elettronucleare ecc.) non ha affrontato l’esigenza di una crescita industriale collocata nel vivo della realtà meridionale, basata sull’industria di trasformazione legata alla agricoltura, a un’agricoltura da valorizzare attraverso misure di riforma radicale. I dati della realtà dimostrano quindi il fallimento della linea dei bassi salari, della compressione del costo del lavoro e dell’incentivazione diretta dei grandi gruppi industriali. Questa linea può e deve essere battuta, anche se tenace è la resistenza delle forze padronali e conservatrici. Tale caparbietà non vi è stata soltanto nell’atteggiamento della Confindustria: lo stesso governo ha trovato il modo di eludere per mesi, fino alla crisi, il problema delle pensioni e perfino l’impegno di copertura del fondo sociale che spetta allo stato. Tuttavia, il governo ha saputo trovare centinaia di miliardi da concedere a buon mercato ai grandi gruppi padronali attraverso gli sgravi e gli incentivi previsti dal cosiddetto decretone. Non è, d’altra parte, escluso che lo sconquasso in atto nel sistema monetario e gli esempi di politica antioperaia forniti in questi giorni da De Gaulle non suggeriscano linee di tendenza apertamente reazionaria a qualche ambiente nel nostro Paese più pronto a recepirle. A questo proposito, rendendosi conto della gravita della crisi monetaria e delle sue possibili conseguenze, la segreteria della Cgil pensa di lanciare una proposta unitaria di iniziativa sindacale. Ma le forze padronali, i gruppi dirigenti del Paese faranno bene a misurare i loro passi. La Cgil, il movimento sindacale italiano hanno dato prova di maturità, di senso di responsabilità: questo non significa certo un ammorbidimento o tanto meno una rinuncia. Quello che vogliamo non è tutto e subito, ma atti che sblocchino una situazione insostenibile e che diano il senso che si vuole imboccare una strada nuova. L’Intersind ha dimostrato, ad esempio, una linea di ragionevolezza aprendo una strada alla soluzione del problema delle zone; noi l’apprezziamo positivamente e ci accingiamo a confrontare il 9 dicembre le posizioni di merito su tale strada. In questi giorni le forze politiche sono impegnate a formare il governo. La Cgil non intende farsi partigiana di questa o di quella formula; non è suo compito. Ma alle forze politiche essa si rivolge per dire loro che fra i lavoratori ci sono attese le quali non possono più essere deluse: pensioni, salari, occupazione, investimenti nel Mezzogiorno e nelle aree depresse, ruolo nuovo delle Partecipazioni statali, politica agraria, espansione del mercato interno, diritti dei lavoratori, riforma del collocamento, formazione professionale, affitti, e in generale partecipazione sindacale alle scelte economico-sociali. Alcune proposte nuove su una linea nuova sarebbero un fattore che favorirebbe la creazione di un clima più propizio e che scoraggerebbe le punte oltranziste della Confindustria e della confagricoltura. Ma se cosi non sarà, la risposta dei lavoratori vi sarà e non si farà attendere. Per esempio, non è che sulle pensioni possiamo fare molta anticamera. I lavoratori hanno fatto lo sciopero generale in Italia del 14 Novembre, e vogliono sapere se si fa sul serio. La Uil ha proposto alla Cgil e alla Cisl un incontro per il 4 dicembre. Abbiamo già risposto che siamo disponibili per un esame delle lotte in corso e dei problemi aperti. Viglianesi, nella lettera che ci ha inviato e che poi ha dato alla stampa, indica tutte le questioni che oggi suscitano preoccupazioni e tensione fra i lavoratori: riforma delle pensioni; preoccupazioni per l’occupazione; problema degli affitti; condizione dei lavoratori nelle aziende; questione delle “zone” salariali. Non abbiamo nessuna difficoltà a fare un esame di insieme. Vogliamo però precisare che si tratta di vertenze o di problemi per ognuno dei quali scelte sindacali furono fatte a suo tempo e che comunque coinvolgono controparti diverse talvolta private, in altri casi pubbliche, o entrambe contemporaneamente; si tratta di vertenze, molte delle quali non sono riconducibili a una generale centralizzazione, e anzi sono legate alla capacità di articolazione rivendicativa e operativa. Ci sono indubbiamente problemi di priorità e di coordinamento. Ad esempio, per le pensioni una certa centralizzazione si impone; lo sciopero del 14 novembre (che la Cgil avrebbe voluto fare già prima) è andato ottimamente, ma ci sono certe cose da chiarire per dare espansione e fiato a questa battaglia unitaria; è una questione che ha i suoi tempi e sui cui occorre presto una risposta. Non si possono “omogeneizzare” logiche e tempi di tutte le questioni oggi sul tappeto; in ogni caso, il governo è chiamato in causa fin dalla sua formazione, per la questione delle pensioni. Per quel che riguarda le “zone” salariali, l’Intersind ha aperto sulla linea del superamento, e si tratta. Ma la Confindustria ha rotto, definendo “estremisti” i sindacati. C’è qui un problema di direzione, che è quello di una prima ondata di scioperi generali regionali per rispondere con immediatezza alla rottura, ma poi, prima delle feste, occorre imprimere un ritmo diverso e forme differenti all’azione. Bisogna discuterne tra noi, e con gli altri sindacati. Secondo noi occorre mantenere aperta la linea per un accordo di superamento, e non attraverso singoli “punti” che di fatto allontanerebbero la situazione. Dobbiamo naturalmente ottenere ciò attraverso un aumento della pressione, e siccome il ritmo degli scioperi generali è per sua natura più lento occorre andare a una certa articolazione che non divida noi, bensì il fronte padronale; quindi puntare sull’accordo di settore più che sul “capitolato” aziendale. Ma l’azione per i salari non si esaurisce nelle “zone ». Queste sono il punto di attacco per un discorso più vasto. Nel Mezzogiorno vi è tutto il problema del sottosalariato da eliminare, e qui l’azione deve essere pertinente. C’è inoltre un’azione salariale e contrattuale più che mai aperta nelle campagne, e qui la risposta deve farsi più massiccia; sono aperte vertenze in 21 province per i contratti bracciantili e 600 mila sono i lavoratori interessati. Si tratta di accelerare le iniziative mentre per il settore colonico vi sono nuove possibilità anche in relazione alla positiva evoluzione delle intese unitarie. Poi ci sono i settori olivicolo, forestale ( dove si tenta di rompere la “gabbia” centralizzatrice). Ma il tema dei salari e della contrattazione nella industria e nella agricoltura (anche nel pubblico impiego) sollecita il movimento tutto a schierarsi con maggiore decisione sul fronte comune dell’occupazione e dello sviluppo economico, per battere nei fatti la contrapposizione fra salario e occupazione. Non bastano più le enunciazioni, le prese di posizione. Le scelte generali e regionali le abbiamo fatte; siamo disposti a discuterle e anche a rivederle, ma ora le indicazioni più probanti devono pervenirci dal movimento. Gli obiettivi nazionali, generali, ci vogliono, così come è necessario un coordinamento. Ma l’essenziale è riproporre nei fatti la nostra linea di riforme e di sviluppo, nel Mezzogiorno e nelle altre regioni ai livelli settoriali. II fatto è che sull’occupazione ci sono molti documenti e poche lotte. Direi che la lotta per l’occupazione e lo sviluppo dovrebbe risultare come il quadro e nello stesso tempo il prolungamento immediato della lotta salariale. La leva della azione salariale e contrattuale ci garantisce il passaggio alla azione, ma bisogna volere poi quel “prolungamento”, poiché non possiamo affidarci passivamente all’andamento del ciclo di sviluppo e della crescita degli squilibri e alle fluttuazioni che si riflettono sull’occupazione. I tempi, soprattutto per il Mezzogiorno, non possono essere lunghi perché lo sono già stati troppo! Sappiamo per esperienza nostra (e anche francese e inglese) che la conquista salariale da sola non basta. Occorre ottenere sul terreno della politica economica quelle garanzie di consolidamento delle conquiste salariali, contro le misure di inflazione o di deflazione, contro l’aumento della disoccupazione e la crescita dello sfruttamento. Il padronato è oggi in uno stato generale di debolezza di fronte all’incalzare delle lotte; può darsi che nei prossimi mesi si rompa “l’equilibrio” attuale fra salari e profitti. Se vogliamo, in quel momento, impedire la ritorsione contro i lavoratori, dobbiamo impegnarci su una linea di consolidamento attraverso nuovi equilibri di politica economica e sociale. Il fronte dei diritti sindacali, che stiamo rivendicando, è in tal senso coerente a tale esigenza. Altri grossi campi della nostra azione sono i fitti, la scuola (e qui bisogna impegnarci per rendere più fecondo l’incontro con gli studenti). Ma su tutto il fronte delle nostre richieste quello che viene oggi al pettine è questo punto d’incontro tra visione nazionale e linea articolata: qui abbiamo seminato e oggi stiamo raccogliendo. “Zone”, pensioni, occupazioni, sono temi nazionali su cui dobbiamo muoverci col massimo di capacità di direzione e il massimo di articolazione nel rapporto con le masse. Per il Mezzogiorno, dobbiamo essere all’altezza dello scontro. Concludo sottolineando due esigenze: quella di un rafforzamento unitario, che nel Sud è oggi in atto con l’apertura di nuove occasioni, forse senza precedenti, e che richiede da parte nostra di rompere ogni residuo indugio, di battere ogni settarismo, per nuovi avanzati rapporti unitari che son resi possibili dall’evoluzione in corso presso molti quadri delle altre organizzazioni. L’altra esigenza, valida per tutta la nostra organizzazione, è quella di un nuovo modo di far concorrere tutti i militanti alle scelte dell’organizzazione, il che circoscrive le responsabilità di ogni gruppo dirigente, ma arricchisce l’apporto, la partecipazione e la convinzione dei militanti all’azione generale del sindacato. E’ una questione di sviluppo della coscienza democratica, di formazione di massa delle decisioni, dibattito sulle forme di lotta; insomma di rendere protagonisti i lavoratori, con la massima attenzione e apertura alle nuove leve, con un rinnovamento delle nostre strutture, dei nostri quadri, della milizia sindacale nel senso più alto. La grande ondata di battaglie apertasi nel ‘68, dopo un crescendo di maturazione sindacale e operaia, è un’ondata che nel 1969 non potrà che estendersi; è la grande occasione per un passo avanti decisivo anche in questa direzione” (da «Rassegna Sindacale», n. 150, 8 dicembre 1968).

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