venerdì 27 aprile 2018

Un popolo al suo grande capo, di Ilaria Romeo



Nel 1923, dopo la chiusura della Camera del lavoro di Bari, Giuseppe Di Vittorio decide di trasferire la famiglia a Roma. Il 13 settembre 1925 lo arrestano. Scarcerato il 10 maggio 1926 non resta molto in libertà: subisce altri arresti che inducono il Partito comunista, cui ha aderito nel 1924, a farlo espatriare. “All’estero - scriverà Michele Magno - Di Vittorio svolge un’attività intensissima. Dal 1928 al 1930 è in Unione Sovietica quale rappresentante della Confederazione del lavoro nell’internazionale sindacale. Poi è a Parigi, ove si dedica al lavoro di direzione della Confederazione del lavoro e all’attività di propaganda fra i lavoratori italiani in Francia. Nel 1936 è tra i primi a raggiungere la Spagna come combattente a difesa della repubblica. Rientrato a Parigi assume la direzione de «La Voce degli italiani», quotidiano degli antifascisti in Francia. Nel 1939 anche in Francia inizia la caccia agli esponenti comunisti. Il giornale «La Voce degli italiani» viene soppresso e Di Vittorio deve darsi alla clandestinità; il 10 febbraio 1941 viene scoperto e arrestato e, dopo un penoso peregrinare di carcere in carcere in territorio tedesco e poi in Italia, nel settembre successivo è avviato al confino a Ventotene, da dove viene liberato unitamente a tutti gli altri confinati politici nell’agosto 1943”.

Nel primo anniversario della morte di Antonio Gramsci, Di Vittorio pubblica su «La Voce» il bellissimo articolo che riproduciamo integralmente a seguire. La stessa pagina ospita, tra gli altri, i contributi di Palmiro Togliatti, Ruggero Grieco e Carlo Rosselli:

“La figura di Antonio Gramsci è di quelle che ingrandiscono a misura che si allontanano nel tempo. Onorando la memoria del martire, al quale i figli più eletti di tutti i popoli rendono il più commosso omaggio, noi abbiamo la certezza di esprimere l’intimo sentimento, non già d’un partito, ma di tutto il popolo italiano, che intravide in Gramsci il grande condottiero capace di guidarlo sulla via della riscossa e della vittoria. Nei pochi scritti su Gramsci che abbiamo potuto riportare in questa pagina, i nostri lettori troveranno le espressioni di rimpianto e di ammirazione dei compagni di lotta del grande martire, coloro ch’ebbero la fortuna di vivere e di lottare con lui e n’ebbero direttamente i primi insegnamenti - come Palmiro Togliatti, primo discepolo e degno continuatore di Gramsci; Ruggero Grieco; Mario Montagnana; Giovanni Parodi, ecc. ecc. - l’omaggio di personalità che onorano l’intera umanità, come il nostro grande amico Romain Rolland: degli scrittori di fama mondiale come Upton Sinclair; di uomini illustri come Jean Cassou, Henri Wallon, Andrée Viollis, ecc. Nessuno aveva mai analizzato con eguale profondità ed acutezza di Antonio Gramsci, la composizione della società italiana, in tutti i suoi elementi costitutivi, nelle sue classi, nei suoi ceti intermedi, nella dinamica dei rapporti intercorrenti fra di loro; nessuno ne aveva mai determinato con eguale precisione i vizi fondamentali, le ingiustizie rivoltanti e le gravi conseguenze che ne derivano per il popolo e la nazione italiana, e ne imbrigliano lo slancio, ne ostacolano lo sviluppo e ne paralizzano lo sforzo progressivo. Ma Antonio Gramsci non era un contemplatore, né il freddo scienziato che limiti la sua soddisfazione alla esattezza della diagnosi. Antonio Gramsci rappresentava la sintesi più completa dello scienziato scrupoloso, dell’uomo d’azione, del capo rivoluzionario. Determinato il male di cui soffre la società italiana ed il suo popolo, Gramsci si applica con eguale passione ad indicarne i rimedi. Dopo la diagnosi, la cura, l’operazione chirurgica che deve guarire e rigenerare l’Italia, spezzando l’involucro pesante che costringe il suo popolo ad uno stato insopportabile di miseria, di arretratezza e d’ignoranza, fra residui abbondanti di feudalismo e di servaggio, specialmente nel Mezzogiorno e nella sua Sardegna. Lo studio profondo dei mali e del marcio di cui è minata alla base la società italiana, e dei mezzi occorrenti per costruirne una nuova, fondata sulla giustizia sociale, sulla libertà, su dei principi che assicurino al paese il massimo sviluppo economico, civile e culturale, ha condotto Antonio Gramsci a identificare nella classe operaia la classe sfruttata più forte, più omogenea e più rivoluzionaria, capace di porsi all’avanguardia del popolo e di costruire la nuova società, non già per liberare soltanto se stessa, ma per liberare tutto il popolo, tutta la società, dalle catene secolari del capitale. Antonio Gramsci fu incontestabilmente il più profondo studioso delle teorie di Marx, di Engels e di Lenin; fu il più grande marxista che abbia avuto l’Italia, quello che meglio d’ogni altro seppe trarne gli insegnamenti concreti e che compì i più grandi sforzi per applicarne il metodo alla situazione del nostro paese. Divenuto capo del Partito della classe operaia, Antonio Gramsci seppe vivere fra gli operai, seppe parlare con loro, seppe apprendere da loro e seppe dar vita al più interessante movimento unitario creato dalla classe operaia italiana, sia per la sua forma originale d’organizzazione che per la precisione e l’ampiezza dei suoi obbiettivi: i Consigli di Fabbrica. Capo di un Partito operaio, Gramsci portava un interesse appassionato alla situazione dei contadini, dei braccianti, degli artigiani, dei piccoli commercianti, dei tecnici e degli intellettuali, di tutti gli strati del nostro popolo. Discutendo con Gramsci sul programma dell’Associazione di Difesa dei Contadini d’Italia - fondata nel 1924 - io sentii la profonda commozione con la quale Gramsci considerava la miseria crescente dei pastori della sua Sardegna, dei contadini poveri del Mezzogiorno, dei braccianti di tutta l’Italia. Io sentii l’odio che si sprigionava dai suoi occhi penetranti, contro i banchieri ed i filibustieri del grande capitale del Nord, che saccheggiano il Mezzogiorno e tutto il popolo lavoratore d’Italia. Unire i contadini ed i braccianti attorno al proletariato industriale; unire tutti gli strati del popolo attorno alla classe operaia e dal suo programma di emancipazione generale della società, non fu mai per Gramsci - e non è mai per i suoi discepoli - una mera questione di tattica, ma bensì il risultato della convinzione profonda che l’unione del popolo attorno alla sua classe d’avanguardia - la classe operaia - è la via maestra per giungere alla liberazione di tutto il popolo. Il fascismo aveva compreso quale grande capo aveva in Antonio Gramsci il popolo italiano, e glielo rapì, assassinandolo gradualmente, freddamente, in oltre dieci anni di lento e sistematico supplizio. Oggi, nel primo anniversario della sua morte, rendendo omaggio al grande capo, al grande martire della lotta per la libertà - insieme a tutti i martiri nostri: Matteotti, Amendola, Rosselli, Gobetti, don Minzoni e tutti coloro che immolarono la propria vita alla nostra causa comune - il popolo italiano s’impegna a seguirne i preziosi insegnamenti, per accelerare il passo verso la meta agognata: la libertà”.

Giuseppe Di Vittorio, «La Voce degli italiani», 27 aprile 1938, p. 3.

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