lunedì 29 gennaio 2018

La CGIL nel novecento_newsletter GENNAIO 2018

1° gennaio, la CGIL nel novecento augura a tutti buon anno attraverso le parole di Giuseppe Di Vittorio

4 gennaio 1947, a Sciacca - provincia di Agrigento - la mafia uccide davanti alla porta della sua abitazione Accursio Miraglia, segretario della locale Camera del lavoro e dirigente comunista

8 gennaio 1964, alle 22.45 viene fatta esplodere una bomba davanti alla sede nazionale della CGIL. In risposta all’attentato dinamitardo, che reca ingenti danni all’edificio e i cui mandanti vengono individuati nelle forze della destra reazionaria e neo-fascista, la Confederazione indice per il giorno successivo uno sciopero generale in difesa dei diritti sindacali e delle libertà democratiche

Il 9 Gennaio 1950 a Modena si protesta contro la serrata ed i licenziamenti ingiustificati alle Fonderie Riunite. La polizia spara sulla folla provocando la morte di sei lavoratori: Angelo Appiani, meccanico ed ex-partigiano di 30 anni; Renzo Bersani, operaio metallurgico di 21 anni; Arturo Chiappelli, spazzino disoccupato di 43 anni; Ennio Garagnani, carrettiere nelle campagne di Gaggio di 21 anni; Arturo Malagoli, operaio ed ex-partigiano di 21 anni e Roberto Rovatti, fonditore di 36 anni

10 gennaio 1954, muore a Milano Rinaldo Rigola, primo segretario generale della CGdL

21 gennaio, ci lascia Lina Fibbi, militante comunista, operaia e dirigente della Cgil: Ciao, Lina

21 gennaio, due anni fa ci lasciava Agostino Marianetti, segretario generale aggiunto della CGIL

24 gennaio 1979, le Brigate Rosse uccidono a Genova Guido Rossa, delegato sindacale della FIOM, membro del Consiglio di fabbrica dell’Italsider iscritto al PCI

27 gennaio, giornata della memoria

30 e 31 gennaio, Conferenza di programma CGIL: leggi LE CONFERENZE DI PROGRAMMA NELLA STORIA DELLA CGIL

GIANNI RODARI RACCONTA GIUSEPPE DI VITTORIO
L’infanzia di Giuseppe Di Vittorio narrata dal più grande scrittore italiano di favole, Gianni Rodari. Il racconto, scoperto da Ilaria Romeo, responsabile dell’Archivio storico della CGIL nazionale, fu pubblicato sul «Pioniere» (giornalino rivolto ai bambini, edito dall’Associazione Pionieri d’Italia e diretto dallo stesso Rodari) LEGGI IL RACCONTO

L’ARCHIVIO CGIL SU STRISCIAROSSA

Chiedevano lavoro, ebbero piombo. L’eccidio di Modena 68 anni fa

Di Vittorio: «Per una cultura nazionale, cioè profondamente popolare»

In morte di Guido Rossa, operaio comunista, ucciso trentanove anni fa

UN CONCORSO PER RICORDARE GIUSEPPE DI VITTORIO
In occasione del 60° anniversario della scomparsa del suo primo segretario generale, la CGIL nazionale bandisce un concorso finalizzato al ritrovamento ed all’acquisizione (in originale o in copia digitale) di VIDEO, FOTO, LETTERE o DOCUMENTI a firma Giuseppe Di Vittorio, non conservati nei nostri Archivi (LEGGI IL BANDO)
Caro Di Vittorio. Un concorso per ritrovare le lettere perdute, con Ilaria Romeo (ASCOLTA IL PODCAST DELLA TRASMISSIONE)

sabato 27 gennaio 2018

Di Vittorio a fianco degli ebrei italiani, di Ilaria Romeo

Sono uno dei capitoli più dolorosi della storia del ventennio fascista: le leggi razziali del 1938, l’antisemitismo che diventa discriminazione, esclusione dalla vita pubblica, deportazione.

Al Regio decreto legge del 5 settembre 1938 - che fissava «Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista» - e a quello del 7 settembre - che fissava «Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri» - fa seguito (6 ottobre) una «dichiarazione sulla razza» emessa dal Gran Consiglio del fascismo. Tale dichiarazione viene successivamente adottata dallo Stato sempre con un Regio decreto legge che porta la data del 17 novembre dello stesso anno.

All’indomani dell’emanazione della prima delle leggi razziali fasciste, a Parigi l’esule Giuseppe Di Vittorio prede in mano la penna e scrive elevando, alto e forte, il suo grido di sdegno:

“Mentre la situazione internazionale si aggrava di ora in ora, sotto le minacce intollerabili degli aggressori fascisti, il delirio razzista è giunto al parossismo in Italia. Tutti i mezzi, potentissimi di pressione morale e materiale di cui si è munito il regime, sono stati messi in azione per creare un’atmosfera di pogrom. Nella disonorante campagna di odio contro gli ebrei - contro gli stessi ebrei italiani, che sono nati in Italia, che hanno compiuto il loro servizio militare in Italia, che sono degli onesti cittadini - non vi è ritegno, non vi sono limiti, né pudore. La vigliaccheria garantita dalla protezione senza riserve dello Stato, si ammanta della pelle del leone e si accanisce con estrema ferocia contro i deboli, contro coloro che sono stati spogliati d’ogni diritto e messi al bando come lebbrosi!... Gli ebrei sono divenuti gli ‘untori’ di manzoniana memoria. Nessuno degli omonzoli del regime ha il coraggio civico di dire almeno una parola di moderazione; nessuno di costoro mostra di possedere ad un grado qualsiasi il senso di misura, né sentimenti d’umanità. Al contrario, i gerarchi arricchiti sul sangue e sulle lacrime del popolo, fanno a gara, a chi più può mostrarsi ‘intransigente’, feroce e spietato verso i deboli, gli isolati, i paria, messi nell’impossibilità di reagire e difendersi. Tutti partecipano ‘coraggiosamente’ a questa gara della più abbietta viltà. E quei gerarchi che hanno vissuto alla greppia di ebrei capitalisti, e si sono magari arricchiti, sono oggi fra i più infuriati cacciatori di ebrei; cioè, fra i più vili.

Coloro che arzigogolavano su pretese differenze fra i due massimi dittatori fascisti d’Europa - prosegue Di Vittorio - sforzandosi di scorgere in Mussolini il famosissimo ‘latin, sangue gentile’ - per cui il boia del nostro popolo sarebbe stato più misurato, più equilibrato, più sensibile, più umano, ecc. ecc., del suo collega germanico - sono ormai ben serviti. Mussolini, l’uomo di tutti i rinnegamenti e di tutti i tradimenti; Mussolini, che ancora nel 1934 ripudiava con veemenza il razzismo e rivendicava come un grande onore per il fascismo italiano l’essere immune da questa lue barbarica e di trattare i cittadini italiani ebrei alla stessa stregua di tutti gli altri cittadini, portandoli anche alle più alte cariche in tutte le branche dell’attività nazionale, secondo i loro meriti; Mussolini, diciamo, è sceso così in basso, sotto l’influenza, la pressione e gli ordini di Hitler, da superarlo, nella brutalità e nella ferocia. Mussolini si è distinto, sì, ma nel bruciare le tappe. In questa lotta selvaggia e codarda contro le poche migliaia di ebrei italiani - già perfettamente assimilati e fusi col nostro popolo - Mussolini ha fatto in poche settimane ciò che Hitler ha fatto in quattro anni. Tutti gli ebrei stranieri residenti in Italia - perché, poveretti, avevano creduto all’antirazzismo di Mussolini di ieri - sono espulsi in massa. Tutti gli ebrei residenti in Italia da meno di vent’anni sono espulsi dall’Italia, anche se avevano acquistato la cittadinanza italiana. Tutti gli ebrei italiani sono stati esclusi dall’insegnamento e dagli impieghi pubblici. Gli alunni ebrei italiani, nati in Italia da cittadini italiani, sono esclusi da tutte le scuole pubbliche e pareggiate.

L’esclusione degli ebrei anche dagli impieghi privati, dall’esercizio delle professioni liberali, dal commercio, ecc. ecc. - continua Di Vittorio -  è già in corso su tutta la linea, senza bisogno d’alcun decreto. Del resto, è stata già annunciata l’esclusione degli ebrei dal partito fascista; forse anche da altre organizzazioni del regime. E tutti sanno che in Italia chi non ha la tessera fascista non può lavorare. I cittadini italiani ebrei sono praticamente cacciati da tutti gli impieghi, avulsi da ogni attività produttiva, esclusi da ogni posto di lavoro. Come deve vivere questa massa di circa 80.000 ebrei italiani? Agli stessi capitalisti ebrei - o anche a quei cittadini ebrei che possiedono qualche economia - è impedito di espatriare coi loro beni. Ma più crudele e veramente drammatica è la situazione degli ebrei poveri, che sono la grande massa. Ripetiamo: come deve vivere questa massa di cittadini italiani, spogliati d’ogni diritto e privati d’ogni possibilità di guadagnarsi la vita col proprio lavoro? Ancora: cosa avviene delle decine di migliaia dl fanciulli e di studenti italiani ebrei, odiosamente esclusi dalle scuole pubbliche e pareggiate? A questi drammatici interrogativi, il regime non si preoccupa affatto di rispondere. E non se preoccupa nemmeno il re, il quale ha dimenticato che lui e la sua famiglia riscuotono decine di milioni all’anno dal popolo italiano affamato, per il titolo di ‘guardiano della Costituzione italiana’. Ora, secondo la detta Costituzione, i cittadini italiani - compresi quelli ebraici - ‘sono uguali davanti alla legge’, per cui nessun governo ha il diritto di farne una categoria di cittadini inferiori, privati d’ogni diritto e d’ogni possibilità di vivere. Il popolo italiano, però, non rimane indifferente di fronte all’ondata di più vergognosa barbarie scatenata dal regime.

Che nessuno s’inganni! - conclude Di Vittorio - La lotta contro gli ebrei non è che un aspetto della lotta dei grandi trust e della loro dittatura fascista contro l’intero popolo italiano. Col parossismo razzista scatenato contro gli ebrei, il governo fascista mira a far passare gli ebrei come responsabili della miseria spaventosa in cui il regime ha gettato il nostro popolo, specialmente per le sue guerre d’aggressione contro l’Abissinia e la Spagna; il governo fascista mira a creare una ideologia e una mentalità imperialista nelle masse popolari, per farne uno strumento docile della sua politica di guerra, della guerra generale nella quale i grandi criminali dell’asse fascista stanno forse lanciando l’Europa, nel momento stesso in cui scriviamo. Ma noi non possiamo limitarci a deplorare le malefatte e le barbarie del regime. La democrazia italiana ha il dovere di unirsi e d’agire. Dobbiamo agire per esigere che le misure decise dalla Conferenza Internazionale di Evian per proteggere gli ebrei austriaci e tedeschi, siano automaticamente applicate anche agli ebrei italiani. Dobbiamo esigere che la Società delle Nazioni intervenga per proteggere la vita e gli averi degli ebrei italiani. Dobbiamo unirci d’urgenza ed agire contro la guerra che le dittature fasciste stanno scatenando […] Unione! Unione! Unione!”. (Giuseppe Di Vittorio, In aiuto degli ebrei italiani!, in «La voce degli italiani», 7 settembre 1938).

Ribadendo il concetto, torna a scrivere Di Vittorio cinque giorni più tardi: “La gravità della situazione internazionale non deve farci dimenticare le terribili persecuzioni cui sono sottoposti gli ebrei italiani, né il dovere imperioso che noi abbiamo di difenderli. […] il problema ebraico, sollevato artificialmente dalla dittatura fascista, non interessa gli ebrei soltanto; interessa tutto il popolo italiano. Il delirio razzista al quale si sono abbandonati senza ritegno e senza dignità i profittatori del regime, è un atto di guerra che fa parte della preparazione del regime alla guerra mondiale, in quanto mira a creare una mentalità imperialista nelle masse, onde portarle più facilmente al macello nelle guerre d’aggressione che si preparano. Con la barbarie razzista, il regime vuol ingannare le masse ridotte alla fame, suscitando in esse la convinzione di appartenere a un popolo superiore. L’improvviso e codardo furore razzista del regime è una grossolana diversione, volta ad incanalare contro gli ebrei l’esasperato malcontento delle masse affamate dai grandi trust, dai ricchi agrari e sopratutto dalle guerre d’aggressione in permanenza. Anche lo Zar, nella vecchia Russia, per placare il malcontento dei mugik affamati dai signori feudali, organizzava i pogrom contro gli ebrei!... Il razzismo fascista è tutto questo, ma non è solo questo. La politica razzista fa parte della politica generale del regime di dividere e suddividere incessantemente il popolo italiano, per continuare a soggiogarlo, ad opprimerlo, a saccheggiarlo. Dopo i precedenti della Germania hitleriana - dove, pur non essendo la religione cattolica quella dominante, i cattolici conducono una lotta risoluta contro la barbarie razzista - nessuno poteva pensare che i cattolici italiani avrebbero assistito impassibili alle feroci persecuzioni contro gli ebrei, rinnegando lo stesso fondamento dei loro principi cristiani. Mussolini sapeva, dunque, che scatenando codardamente l’ondata razzista contro gli ebrei italiani, si sarebbe urtato all’opposizione dei cattolici, oltre che a quella di tutte le altre correnti della democrazia italiana. E l’ondata razzista, anticristiana e antiumana, è stata scatenata ugualmente, anche per avere il pretesto di sferrare una nuova offensiva contro le organizzazioni affiliate all’Azione Cattolica, che costituiscono i soli ed ultimi residui di organizzazioni relativamente libere esistenti in Italia, e nelle quali tanti lavoratori trovano ancora il modo di riunirsi e di scambiare le loro opinioni, in un ambiente che non è quello ossessionante del fascismo. Attraverso la caccia inumana e vile agli ebrei, la dittatura fascista mira a distruggere questi ultimi resti di organizzazioni cattoliche, non bastandole d’aver tolto loro ogni possibilità d’azione politica, sindacale e culturale. E attraverso l’Azione Cattolica e le sue organizzazioni, il regime vuol annientare le ultime e tenuissime larve di libertà che rimangono all’intero popolo. E’ dunque contro tutto il popolo italiano che è diretta la lotta selvaggia condotta dal governo fascista contro gli ebrei. Coloro i quali si disinteressassero della caccia agli ebrei, magari col pretesto che fra i perseguitati si trova qualche capitalista fascista, concorrente di altri più grandi capitalisti; coloro i quali si ritenessero estranei alla lotta contro i cattolici, magari col pretesto che qualche cardinale fascista ha chiamato Mussolini «l’inviato della Provvidenza», tutti costoro, farebbero il giuoco del fascismo; come lo fanno i trotzkisti, come lo fanno quei certi Bonanni, i quali - a questi chiari di luna, e dopo le grandiose esperienze della Spagna e della Francia - trovano che i socialisti non avrebbero altro da fare che... rompere l’unita d’azione coi comunisti!  Difendendo gli ebrei italiani; difendendo i cattolici italiani e ciò che resta delle loro organizzazioni, noi difendiamo gli interessi ed i  diritti più elementari alla vita, al lavoro, alla libertà, di tutto il popolo. Unendoci tutti, cattolici e non cattolici, ebrei e non ebrei, in  questa lotta per i più sacri diritti atrocemente calpestati del nostro popolo, noi neutralizzeremo l’azione fascista di divisione e lavoreremo per opporre vittoriosamente il popolo unito alla dittatura fascista che lo insanguina e lo affama; noi difenderemo vittoriosamente la pace contro le guerre d’aggressione che conduce la dittatura fascista e contro la sua complicità con l’hitlerismo nella politica che  proprio in questi giorni minaccia di scatenare una nuova guerra  mondiale. Difendendo gli ebrei boicottati, insultati, umiliati, sferzati a sangue dalla furia razzista del regime, noi difenderemo il patrimonio di civiltà del popolo italiano; impediremo che questo patrimonio venga completamente sommerso dalla barbarie fascista, che si vede costretta a cercare dei precedenti giustificativi nei secoli più oscuri  del Medio Evo! […]”. (Giuseppe Di Vittorio, Difesa degli ebrei italiani e delle organizzazioni cattoliche, in «La voce degli italiani», 13 settembre 1938).

venerdì 26 gennaio 2018

#pernondimenticare





"La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, Giorno della Memoria, al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati"

#pernondimenticare:





Un’appartenenza forte, di Anna Foa


Quando Ha Keillah mi ha chiesto un contributo sul rapporto di mio padre con l’ebraismo, ho avuto un primo moto di stupore. Mi sembrava di non essere in quanto sua figlia la persona più adatta a parlarne, proprio per la mancanza di distanza che mi deriva da questo intreccio tra dimensione pubblica e privata. Ho poi dovuto convenire di avere effettivamente qualcosa da dire, perché era un tema che nelle conversazioni fra me e mio padre era tornato frequente, in fasi diverse della vita. Ma prendete queste righe come una pura testimonianza, che non vuole né può assurgere al livello di una riflessione. E perdonate se per ricordare il suo ebraismo nell’unico modo che posso, cioè attraverso le mie percezioni, finisco per parlare troppo spesso del mio modo di essere ebrea.
Nipote di rabbino, mio padre ha vissuto i suoi primi anni in una moderata osservanza della tradizione, voluta più da suo padre che da sua madre, Lelia Della Torre, ironica e lontana dalla religione. Non penso che mio padre abbia mai creduto in Dio, neppure da piccolo, e so dai racconti famigliari che il suo Bar Mitzwah ha coinciso con l’abbandono della tradizione. Il suo rapporto con la tradizione religiosa è stato complesso e anche conflittuale. Quando ci fu a Torino il funerale di mio nonno, richiesto di recitare il kaddish rispose di ‘non essere preparato’. Eppure, alcuni anni prima aveva chiesto a mio nonno di dare a me e a miei fratelli Renzo e Bettina la sua benedizione a Shabbath, quando eravamo da lui. Ricordo ancora con emozione le mani congiunte di mio nonno sul mio capo, ma allora ignoravo che fosse stata una sua richiesta. Più recentemente, dopo la mia conversione all’ebraismo, venne per alcuni anni, finché si muoveva facilmente, ai miei Sedarim di Pasqua e di Rosh ha Shanah, al tempo stesso intrigato e conflittuale. Temette che io diventassi un’osservante, e trasse un sospiro di sollievo quando capì che non era così. In realtà, nonostante i conflitti, il mio ebraismo derivò molto da lui, da quella che ho sempre percepito in lui come una saldissima identità ebraica […] L’essere ebreo di mio padre era un dato di fatto: un ebreo impegnato nel percorso politico della ricostruzione dell’Italia, e non in quello comunitario, un ebreo assolutamente non credente e laico, ‘assimilato’, ma sempre e intensamente ebreo. I racconti famigliari, i libri che circolavano per casa, il disprezzo per la scelta della conversione attuata da altri, e mai nella nostra famiglia, la stessa domanda frequente di mio padre quando gli parlavamo di qualche amichetto o amichetta, ‘sono ebrei?’, tutto in casa sottolineava un’appartenenza forte. Un ebraismo senza religione, vissuto nella Torino del dopoguerra, in un contesto ebraico - antifascista che lo garantiva e avallava dall’esterno. Ma quanta parte aveva in questo modo di essere e sentirsi ebrei la persecuzione, la Shoah? Non ho la sensazione che allora ne avesse molta. Certo, negli scaffali di casa c’erano tutte le memorie della deportazione. Ma ciò che definiva allora l’ebraismo di mio padre, e quello dei parenti ed amici intorno a noi, almeno nella mia percezione di allora, non era tanto la persecuzione, quanto l’appartenenza ad una minoranza. Le storie famigliari sulle fughe, i nascondimenti dei miei nonni, erano un elemento importante ma non esclusivo del quadro. La persecuzione, inoltre, saldava in me la percezione ebraica con quella antifascista: mio padre era stato condannato dal Tribunale speciale come antifascista, non come ebreo, come provava il fatto che fosse stato insieme a lui condannato alla stessa detenzione anche mio nonno, Michele Giua. E se i miei nonni Foa avevano dovuto vivere sotto falso nome perché ebrei, quelli Giua lo avevano dovuto fare perché antifascisti. Da mio padre appresi immediatamente a vivere senza conflitto quelle due parti della nostra identità.
Altra cosa fu, quando dopo il 1950 venimmo a Roma, l’ambiente romano e il modo in cui noi ‘ebrei’ torinesi ci inserimmo in esso. Nella scuola non si parlava né di sterminio degli ebrei né di antifascismo. Anche allora, vissi commiste le due appartenenze, antifascista ed ebraica, ma ora, a differenza che nei primi anni torinesi, in contrasto netto con l’ambiente circostante, come un marchio di diversità. Una diversità che nei miei ricordi mio padre non soltanto non attenuava, ma mi invitava ad assumere con orgoglio. Nessun contatto avevamo con la Comunità romana, naturalmente. Eppure, l’anno scorso, non senza una mia qualche sorpresa, mio padre accolse con grande gioia, lui, l’ebreo assimilato, la proposta di Leone Paserman di conferirgli l’appartenenza onoraria alla Comunità Ebraica romana. Era vecchissimo ed emozionato nella sua casa di Roma, alla presenza di Riccardo Di Segni, Leone Paserman, Riccardo Pacifici e tanti altri.
Dopo i primi ricordi d’infanzia, l’ebraismo non assume rilievo nella mia memoria famigliare per molti anni. Questo non vuol dire che non ci fosse, era semplicemente un dato scontato. Eppure, in quegli anni si stava costruendo la memoria della Shoah, ed Israele era divenuta per gli ebrei un saldo pilastro identitario. La mia famiglia era stata estranea al sionismo sin dai tempi del mio bisnonno, il rabbino capo di Torino Giuseppe Foa, e non lo aveva recuperato nel dopoguerra, come invece accadde a molta parte del mondo ebraico italiano. Estraneo, e in alcuni momenti di militanza di estrema sinistra anche ostile al sionismo, fu mio padre, ma essenzialmente perché vi vedeva un nazionalismo simile agli altri nazionalismi di cui aveva vissuto le mortali conseguenze. E questo resta vero in generale, anche se ci sono nella mia memoria piccoli flash di attenzione famigliare per il nuovo paese degli ebrei e, più tardi, preoccupazioni per il rischio che Israele correva nei conflitti. Per mio padre - non ho dubbi perché poi ne abbiamo lungamente parlato - la preoccupazione dominante era che gli ebrei rinunciassero al loro universalismo per un nazionalismo basato sull’uso della forza, insomma che si attenuasse quella tensione morale, frutto della storia non dell’elezione divina, che ci distingueva nel mondo.
Molti anni dopo, la mia conversione, accompagnata da non poche letture e studi, e insieme il mio volgermi, nel mio mestiere di storico, verso la storia degli ebrei, furono occasione di molti scambi di idee fra me e mio padre, di discussioni, contrasti, condivisioni di letture e interpretazioni. In questi ultimi anni, in cui la sua progressiva cecità rendeva necessario leggergli libri e giornali, questo dialogo divenne per forza di cose più stretto. Negli anni Novanta, quando io passavo una parte del mio tempo in Israele, venne a trovarmi: era la prima volta che veniva nel paese, e ne fu molto colpito. I temi della politica israeliana non mancavano mai di sollecitarlo, di incuriosirlo. Conosceva volentieri i miei amici israeliani e con loro era attento e pieno di curiosità e domande, mai aggressivo, anche quando, a volte, non si ritrovava nel loro modo di pensare. Il suo grande amore era la Diaspora, la condizione diasporica.
Ma ciò che gli premeva di più, in questi anni, era, io credo, definire di fronte a se stesso, e forse anche nel dialogo che aveva con me, questa sua identità ebraica, che aveva smesso probabilmente di apparirgli scontata ed ovvia, in un mondo ormai mutato, in cui la memoria della Shoah era divenuta onnipresente e la diaspora gli appariva sempre più debole di fronte all’egemonia di Israele. Quando fu decisa la Giornata della Memoria, ebbe molti dubbi sull’istituzionalizzazione della memoria che poteva comportare. Io ero molto più favorevole, e ne discutemmo, ma recentemente ho molto ripensato ai suoi dubbi. Negli ultimi due o tre anni, gli lessi pezzo per pezzo, man mano che lo scrivevo, il mio libro sulla storia degli ebrei nel Novecento, che non ha fatto in tempo a veder pubblicato. Fu occasione di discorsi intensi fra noi, in cui l’età lo portava spesso ad emozionarsi, ma in cui le sue critiche erano sempre attente e razionali. A dicembre scorso, gli lessi un pezzo sugli ‘ebrei senza Dio’, e una citazione di Freud che vi avevo inserito, tratta dalla sua prefazione all’edizione ebraica del 1930 di Totem e tabù, e che lo entusiasmò, tanto che l’ho letta al suo funerale, alla CGIL: “Nessun lettore di questo libro troverà facile mettersi nella posizione emotiva di un autore che ignora la lingua delle Sacre Scritture, che è completamente estraniato dalla religione dei suoi padri, come da tutte le altre religioni, e che non riesce a condividere gli ideali nazionalisti, ma che non ha mai ripudiato il suo popolo, che sente di essere nella sua essenza un ebreo e che non desidera cambiare questa sua natura. Se gli si ponesse la domanda: ‘Ma se avete abbandonato tutte queste caratteristiche comuni dei vostri compatrioti, cosa resta in voi di ebraico?’ egli risponderebbe: ‘Moltissimo, probabilmente l’essenziale’. Non potrebbe per ora esprimere a parole questo essenziale. Ma un giorno o l’altro, sicuramente, esso diventerà accessibile alla nostra scienza”. In questa frase di Freud mio padre si ritrovò appieno, e ne riparlò più volte. Diceva che quella frase esprimeva con parole esatte quello che lui aveva sempre pensato ma mai definito con altrettanta chiarezza, il suo essere ebreo (Anna Foa, «Ha Keillah», n. 5, dicembre 2008).

giovedì 25 gennaio 2018

Al lume di candela, Gianni Rodari racconta Giuseppe Di Vittorio

L’infanzia di Giuseppe Di Vittorio narrata dal più grande scrittore italiano di favole, Gianni RodariIl racconto fu pubblicato sul «Pioniere» (n. 18, 2 maggio 1954), giornalino rivolto ai bambini edito dall’Associazione Pionieri d’Italia e diretto dallo stesso Rodari (da «Liberetà», n. 2, febbraio 2018).

“La grande masseria pugliese era immersa nel silenzio. Le bestie riposavano nelle stalle. Sotto le tettoie le macchine silenziose non erano che ombre oscure. In un vasto, squallido stanzone, gettati sui pagliericci, sfiniti dalla fatica, dormivano i braccianti. Avreste potuto attraversare tutto lo stanzone passando sui loro corpi, e nemmeno se ne sarebbero accorti. Quattordici, quindici ore di lavoro: e un solo pasto, di pane ed acqua salata. Un breve sonno senza sogni, e presto l’alba li avrebbe chiamati alla fatica nuova. Ma in fondo allo stanzone brillava una candela. Alla sua luce, piccola isola giallastra nel mare del buio, un ragazzo di forse otto, dieci anni vegliava, lottando contro il sonno che gli pesava sulle palpebre e gli faceva come un cerchio di ferro attorno alla testa, folta di capelli nerissimi.

Le mani reggevano a stento un libro, talvolta un dito seguiva il segno d’una riga. Prima di addormentarsi i braccianti avevano guardato dalla sua parte. Qualcuno aveva riso: - Peppì, tu sei un signore che spendi i soldi per le candele? - Peppì, non faresti meglio a mangiarla, la candela? - Peppì, tu voi campare di libri? La carta non caccia la fame -. Qualche altro aveva borbottato: - Lasciatelo stare -. Ma senza troppa convinzione. I libri? Roba fatta per i padroni... per i ricchi. E i Di Vittorio erano tutt’altro che ricchi. Dopo che gli era morto il padre, Peppino Di Vittorio, che faceva la seconda elementare, aveva dovuto lasciare la scuola e andare a giornata, a zappare, a grattare la terra, a dormire tutte le notti in quello stanzone, perche la masseria era troppo lontana, e tornare a casa la sera non si poteva. Era stato un brutto giorno, per il ragazzo, l’ultimo giorno di scuola. Aveva avuto ancora una coccarda: la coccarda tricolore del più bravo della classe, che toccava a lui quasi tutti i giorni. E i figli dei ricchi l’avevano scherzato ancora una volta: - Guardate che bella coccarda! - ridevano, e accennavano a una grossa toppa cucita nei pantaloni. Ancora una volta Peppino era arrossito per lo scherzo crudele: la povertà non è vergogna, ma a nessuno piace essere schernito per la sua povertà. - Io non ho colpa, se sono povero - pensava il ragazzo, contemplandosi gli abiti meschini, tenuti insieme a toppe e rammendi.

Aveva lasciato la scuola, ma i libri non li aveva lasciati. Qualche soldo per sé riusciva ad averlo, adesso che lavorava: e si faceva assegnare anche del lavoro straordinario, per avere qualche soldo in più. E ogni volta che la somma bastava, si comperava un libro. Di notte, mentre i suoi compagni dormivano, si ficcava i pugni alle tempie, dandosi dei colpi per tenersi sveglio, e leggeva. Leggeva ogni sorta di libri, tutto quello che gli capitava. A poco a poco i suoi compagni - ragazzi come lui, e uomini fatti, ed anche vecchi braccianti, rugosi come la terra - cessarono di scherzare su quella passione per i libri. Gli si facevano attorno, gli chiedevano: - Che cosa dice il tuo libro? Che cosa c’è scritto? - Allora Peppino era felice: si sentiva ricco, perché gli altri avevano bisogno di lui, perché aveva già qualche cosa da dare agli altri. Per un’ora, per due, prima di dormire, i braccianti ascoltavano le storie che Peppino narrava. Questo però gli rubava tempo per la lettura: allora inventava un finale per la storia. «E’ finita», diceva, e si gettava sul pagliericcio a leggere.

Di giorno, sui campi, era un ragazzo come tutti gli altri: passavano i guardiani a cavallo, passava il padrone, e nessuno avrebbe potuto distinguere dai suoi compagni quel ragazzetto dal viso scuro, quasi schiacciato dalla folta capigliatura nera. Di sera, nel silenzio dello stanzone, rotto dal respiro pesante dei lavoratori addormentati, Peppino era un altro: era solo, in mezzo a tutti e faceva la sua strada. Ogni riga della pagina era un passo in avanti. Ogni pagina, un ostacolo scavalcato. Ogni libro letto, una conquista. Il piccolo ragazzo pugliese si vedeva spalancare davanti un mondo nuovo, pieno di storie meravigliose e terribili, pieno di luci e d’ombre, pieno soprattutto di domande. Perché ci sono i poveri? Perché i poveri sono poveri e i ricchi sono ricchi? Perché noi possiamo avere soltanto pantaloni pezzati, e fame, e fatica, e brutte parole? Perché? Perché? Il ragazzo solleva gli occhi dal libro, si guarda attorno.

La luce della candela gettava occhiate oscillanti sui corpi anneriti dal sole, oppressi dalla fatica: se non fosse stato per il loro respiro, sarebbero sembrati tutti morti. Ah, svegliarli, gridare: «Sorgete uomini, non siete nati per essere schiavi, ma padroni del vostro lavoro e della vostra vita». No, questo pensiero non poteva balenare nella mente del piccolo bracciante di quel tempo: più di cinquant’anni fa... Più di cinquant’anni sono trascorsi da quelle notti, e il piccolo bracciante pugliese è diventato il dirigente di tutti i lavoratori italiani, il presidente della Federazione sindacale mondiale: operai e contadini d’Europa, d’America, d’Asia, d’Africa, d’Australia, conoscono il suo nome e la sua vita, hanno fiducia in lui. La sua parola e la sua lotta hanno contribuito a destare milioni di uomini, a chiamarli alla vita, a insegnare loro che si può trasformare il mondo e renderlo bello e degno. Anche voi potete diventare uomini amati e stimati come Giuseppe Di Vittorio: non ci sarà bisogno per questo - i tempi sono cambiati - che passiate le vostri notti a leggere al lume di candela. Basterà che amiate la giustizia, il sapere, la generosità, il coraggio. Ci sono ancora uomini che dormono, e sarete voi a svegliarli”.

[1] Vedi anche http://www.calendariodelpopolo.it/N-725-Giuseppe-di-Vittorio-una

Per saperne di più e per leggere tutti i numeri del «Pioniere» VISITA IL SITO WWW.ILPIONIERE.ORG

giovedì 4 gennaio 2018

UN CONCORSO PER RICORDARE GIUSEPPE DI VITTORIO ED ARRICCHIRE IL NOSTRO PATRIMONIO DOCUMENTALE

Ricorda Anita Contini Di Vittorio nelle proprie memorie: 

“Ogni giorno giungeva a Di Vittorio una quantità immensa di lettere, da ogni parte d’Italia, quali scritte a macchina e quali con la grafia incerta del semianalfabeta, quali su ottima carta da lettera, quali su poveri fogli di quaderno. Una mole immensa, di fronte alla quale confesso di essermi sentita, talvolta, spaventata. Si rivolgevano a lui per i motivi più vari: egli appariva evidentemente, agli occhi di centinaia, di migliaia di bisognosi come capace di sanare i torti, di fare giustizia, di portare consolazione. Mancavano i mezzi per far studiare un figlio? Si scriveva a Di Vittorio con fiducia: non era lui che aveva detto e scritto tante volte che tutti i ragazzi italiani dovevano poter studiare? Un paralitico chiedeva una carrozzella per poter uscire qualche volta di casa. Dei genitori chiedevano a lui un aiuto «per sposare i figli» che non possedevano nulla. Una famiglia minacciata di sfratto si rivolgeva a lui e così l’infortunato sul lavoro o il mutilato di guerra. Accadde più di una volta che si rivolgessero a lui marito e moglie, perché egli dicesse la parola che poteva rimetterli d’accordo, e salvare l’unita della famiglia. Di Vittorio pretendeva che si rispondesse con grande attenzione a tutti. Guai se una sola lettera rimaneva inevasa! Egli ripeteva «Chi ci scrive, ha fiducia in noi: non dobbiamo deluderli. Dobbiamo fare il possibile per accontentarli». E noi ci occupavamo con attenzione estrema di ogni richiesta, di ogni pratica, dietro le quali egli ci aveva insegnato a vedere il caso umano, a immaginare la sofferenza e la pena di chi scriveva” (Anita D i Vittorio, La mia vita con Di Vittorio, Vallecchi, Firenze 1965, pp. 142-143).

A Di Vittorio scrivono in effetti (e l’Archivio storico CGIL nazionale gelosamente ne conserva gli originali) invalidi e pensionati di guerra, artigiani, invalidi civili, orfani, vedove, lavoratori senza pensione, pensionati, perseguitati politici, operai, emigrati, maestri (anche di scherma), carabinieri, persino preti! Cittadini di ceto e condizione sociale molto diversi che confidano al segretario, ma anche e forse soprattutto all’uomo Di Vittorio esigenze, inquietudini, progetti.

Di Vittorio, da buon sindacalista, ascolta, comprende, guida, indirizza, consiglia, quando può interviene, ma soprattutto risponde, a tutti.

Questo significa che in giro per l’Italia ci sono tantissime lettere a firma Giuseppe Di Vittorio, indirizzate a persone diverse su tematiche differenti.

La Confederazione generale italiana del lavoro, in occasione del 60° anniversario della scomparsa del suo primo segretario generale, pubblica il seguente avviso di concorso


Art. 1 - Ambito della ricerca 

In occasione del 60° anniversario della scomparsa del suo primo segretario generale, la CGIL nazionale bandisce un concorso finalizzato al ritrovamento ed all’acquisizione (in originale o in copia digitale) di VIDEO, FOTO, LETTERE o DOCUMENTI a firma Giuseppe Di Vittorio, da rendere pubblici nelle forme e nei modi che, anche in base al numero dei documenti ricevuti, si riterrà opportuno prevedere.

Art. 2 - Requisiti di ammissione

Alla selezione possono partecipare cittadini italiani, dell’Unione europea ed extracomunitari. Se in formato digitale le scansioni dei documenti dovranno obbligatoriamente avere una definizione non inferiore ai 400 DPI (formato JPG). I documenti dovranno essere inviati, pena esclusione, nella loro interezza.

Art. 3 - Premio di partecipazione

A tutti i partecipanti sarà fatto dono di uno dei volumi della casa editrice Ediesse sulla vita e le opere di Giuseppe Di Vittorio.

Art. 4 - Presentazione della domanda di ammissione

Le domande di ammissione alla procedura di valutazione dovranno essere redatte in carta semplice, debitamente sottoscritte dai candidati e inviate entro e non oltre le ore 17.00 del 31 maggio 2018. Esse dovranno: 

a) essere spedite a mezzo raccomandata (o consegnate a mano) al seguente indirizzo: Archivio storico CGIL nazionale Via dei Frentani 4a 00185 Roma 

b) oppure essere spedite per posta elettronica al seguente indirizzo: i.romeo@cgil.it.

Nella domanda dovranno essere indicati i dati anagrafici (cognome, nome, luogo e data di nascita, luogo di residenza, codice fiscale, telefono ed eventuale domicilio [in caso sia diverso dalla residenza]).

Art. 5 - Composizione della Commissione giudicatrice

La Commissione giudicatrice sarà così composta:
a. Susanna Camusso, segretario generale della CGIL;
b. Giancarlo Pelucchi, responsabile Area Formazione della CGIL nazionale;
c. Ilaria Romeo, responsabile dell’Archivio storico CGIL nazionale;
d. Fabrizio Loreto, membro del Comitato direttivo della Società italiana di storia del lavoro – SISLav;
e. Vincenzo Vita, presidente della Fondazione Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico;
f. Adolfo Pepe, direttore della Sezione storia e memoria della Fondazione Di Vittorio;
g. Bruno Ugolini, giornalista.

Art. 6 - Valutazione dei candidati

La Commissione attribuirà un punteggio a ciascun candidato sulla base dei seguenti criteri: a. valutazione del contenuto del documento; b. stato di conservazione dello stesso.

Art. 7 - Graduatoria e nomina del vincitore

La Commissione, una volta espletate tutte le procedure previste nel seguente bando, procederà alla nomina del/dei vincitori (i vincitori saranno invitati alle Giornate del lavoro di Lecce, edizione 2018).

Art. 8 - Elaborato finale

La CGIL si riserva la possibilità di pubblicare o utilizzare eventualmente in altro modo i documenti acquisiti. 

martedì 2 gennaio 2018

IL NOSTRO 2017






L’ARCHIVIO CGIL SU STRISCIAROSSA


LA NOSTRA RUBRICA: COSA FA UN SINDACALISTA?

UN CONCORSO PER RICORDARE GIUSEPPE DI VITTORIO
In occasione del 60° anniversario della scomparsa del suo primo segretario generale, la CGIL nazionale bandisce un concorso finalizzato al ritrovamento ed all’acquisizione (in originale o in copia digitale) di VIDEO, FOTO, LETTERE o DOCUMENTI a firma Giuseppe Di Vittorio, non conservati nei nostri Archivi


GLI APPUNTAMENTI
Dal 15 dicembre al 6 gennaio la mostra Bruno Trentin, dieci anni dopo sarà a disposizione dei visitatori a Sulmona (Vico del Vecchio, 5).



IL NOSTRO 2017

Newsletter novembre 2018

Il  3 novembre  di 61 anni fa si spegneva Giuseppe Di Vittorio, antifascista, politico e sindacalista, segretario generale della CGIL dal ...