martedì 30 giugno 2015

I dieci giorni che cambiarono il paese di Ilaria Romeo


Anche su Rassegna.it






Il 14 maggio 1960 il Movimento sociale italiano ufficializza il suo sesto congresso per il 2 luglio a Genova, città medaglia d’oro alla Resistenza. Gli ex partigiani, appoggiati dalla popolazione e dalla nutrita comunità dei portuali, iniziano a picchettare ogni angolo del capoluogo ligure; i sindacati di categoria fanno la voce grossa con il governo: quel congresso a Genova non si deve tenere, a qualunque costo. Dopo due cortei, il primo svoltosi il 25 giugno, e il secondo, il 28 giugno, concluso con un comizio di Sandro Pertini, il 30 giugno la Camera del lavoro proclama lo sciopero generale.



Un lungo corteo si dipana per le vie cittadine. Risalendo dal porto migliaia di cittadini, in massima parte di giovane età (i cosiddetti ragazzi dalle magliette a strisce) si riversano per le strade del capoluogo. Alla testa della manifestazione, gli operai metalmeccanici e i portuali, ad aprire il corteo i comandanti partigiani. Davanti al tentativo, da parte della polizia di sciogliere la manifestazione, esplode la rabbia popolare. Alla fine della giornata Giuseppe Lutri, prefetto di Genova, si vede costretto ad annullare il congresso del partito neofascista.

Trascorrono solo pochi giorni (è il 5 luglio) e a Licata, in provincia di Agrigento, durante una manifestazione unitaria di braccianti e operai, la polizia uccide Vincenzo Napoli. 



Il 6 luglio a Roma viene negata l’autorizzazione a una manifestazione di protesta per i fatti appena accaduti a Genova e in Sicilia. La manifestazione però si tiene ugualmente: sfidando apertamente il divieto i romani scendono per le strade. Porta San Paolo si presenta accerchiata da celerini e carabinieri, per la prima volta vengono utilizzati i carabinieri a cavallo. Così trent'anni più tardi Aldo Natoli ricorda l’accaduto: “Eravamo circa una trentina di deputati dell’opposizione, comunisti e socialisti, venuti a deporre una corona presso la lapide che ricorda i caduti nella resistenza contro i nazisti a Porta San Paolo nel settembre 1943. La lapide si trova fuori dalla Porta, oltre la Piramide. Noi stavamo stretti nel giardinetto che occupava l’angolo formato dal viale Aventino e da via Marmorata nel confluire sul piazzale. Intorno e dietro c’era folla, non smisurata, se ricordo bene, qualche migliaio di persone, ma vivacissime”. “Di fronte – prosegue il racconto di Natoli –, a breve distanza, a presidio degli accessi alla Porta e alla lapide, schiere nutrite di poliziotti, camionette della Celere e tutto il vasto piazzale retrostante fino alla stazione della ferrovia per Ostia era stato sgomberato ed era occupato dalla polizia. Il traffico era stato interrotto. Infatti la manifestazione contro il governo sostenuto dai fascisti era stata vietata. Anche solo l’accesso e l’omaggio (non ricordo che fossero previsti discorsi) a un luogo-memoria della popolazione romana, alle soglie del quartiere rosso, allora, di Testaccio, erano negati. C’era tensione e dietro di noi il brusio inquieto della folla (documento integrale)”.

In solidarietà con quanto successo a Genova, Roma e Licata, il 7 luglio 1960 a Reggio Emilia è indetto lo sciopero generale. La polizia spara nuovamente contro i dimostranti e cinque persone rimangono a terra uccise: Lauro Farioli (22 anni), Ovidio Franchi (19), Emilio Reverberi (39), Marino Serri (41) e Afro Tondelli (36). Tutti e cinque operai e comunisti, alcuni ex partigiani. A breve distanza di tempo, la rivista “Vie Nuove” pubblica un disco con la registrazione sonora degli scontri. Si ascoltano i colpi dei lacrimogeni e delle pistole, le raffiche dei mitragliatori, le sirene della Celere e delle ambulanze.
Dell’episodio dirà Pier Paolo Pasolini: “Spero che nessun registratore serva mai più a stampare dischi come questo. Che è il più terribile – e anche profondamente bello – che abbia mai sentito” (dalla rubrica Dialoghi con Pasolini, Vie Nuove a. XV, n. 33, 20 agosto 1960, leggi tutto).

L’8 luglio, a Palermo, il centro è presidiato fin dalle prime ore del mattino dalla Celere per disturbare lo sciopero generale proclamato dalla Cgil per i fatti di Reggio Emilia. Negli scontri con la polizia restano uccisi: Francesco Vella, 42 anni, sindacalista; Giuseppe Malleo, 16 anni; Andrea Gancitano, 18 anni; Rosa La Barbera, 53 anni, casalinga; 36 manifestanti sono feriti da proiettili; 400 i fermati, 71 gli arrestati. Sempre l’8 luglio, a Catania, rimane ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dalla polizia Salvatore Novembre, giovane lavoratore edile di 20 anni.

Scrive in quei giorni Luciano Romagnoli su “Rinascita”: “Che cosa era in discussione a Genova? E, dopo ancora, a Licata, a Roma e a Reggio Emilia? Che cos’era in discussione nel paese? Era il fondamento stesso dello Stato democratico: l’antifascismo, la resistenza e la Costituzione repubblicana” (leggi). Così nel mese di luglio, sempre su “Rinascita”, Vittorio Foa: “Il fascismo per i lavoratori italiani oggi non è solo l’eco remota e nostalgica delle squadracce e delle aquile e degli orpelli barbarici dell’età mussoliniana, ma è, nelle condizioni mutate, l’arbitrio in luogo della giustizia, la disciplina subordinata in luogo della parità dei diritti e doveri reciproci fra lavoratore e padrone, la corruzione e l’avvilimento, la mancanza di prospettiva, il contrasto tra i profitti giganteschi e i salari stagnanti, lo sfruttamento intensivo della forza lavoro che impedisce all’uomo, finito il lavoro, di avere forze bastevoli per partecipare alla vita nelle sue forme più alte”. Sono questi motivi, particolarmente vivi fra i giovani, “che hanno creato – sempre secondo Foa – il fatto nuovo dell’unità sempre più stretta fra operai e studenti, fatto nuovo che impone seri riesami da parte delle organizzazioni sindacali” (leggi). E nei giorni immediatamente successivi, Rinaldo Scheda scriverà su “Rassegna Sindacale”: “Abbiamo sconfitto i fascisti e Tambroni in quei dieci giorni che hanno scosso il paese” (leggi).

giovedì 25 giugno 2015

La Cgil nel novecento - Newsletter giugno 2015

Il 31 maggio 1996 moriva a Roma Luciano Lama, segretario della Cgil dal 1970 al 1986. Lo abbiamo ricordato attraverso i documenti dell’Archivio storico CGIL nazionale ed attraverso le pagine inedite del diario personale di Rinaldo Scheda (anche su Rassegna.it);



nella ricorrenza dell’anniversario della sua uccisione a La Storta abbiamo commemorato la figura di Bruno Buozzi attraverso le parole ed i ricordi di Giuseppe Di Vittorio (anche su Rassegna.it);





approfittando della ricorrenza della data dell’assassinio dei fratelli Rosselli abbiamo pubblicato un interessante e a tratti divertente carteggio sul tema tra Gaetano Salvemini e Giuseppe Di Vittorio;






nella ricorrenza dell’anniversario della sua morte abbiamo ricordato Enrico Berlinguer attraverso le parole di Luciano Lama;




abbiamo raccontato l’addio di Bruno Trentin alla Cgil nel giugno 1994 attraverso le sue stesse, commoventi, parole.





Il 16 giugno del 1944, 1.488 operai genovesi furono deportati a Mauthausen.  Abbiamo ricordato questo triste anniversario attraverso la ripubblicazione del diario inedito di Franco Antolini, tra gli animatori della Resistenza in Liguria e deportato a Mauthausen (già su Rassegna.it);






nella ricorrenza dell’anniversario della sua morte abbiamo ricordato Ludovico D’Aragona attraverso la pubblicazione parziale del video inedito Di Vittorio a Pavia 1953. Il video è stato proiettato nella sua interezza in occasione del seminario Le fonti audiovisive raccontano e scoprono la storia sindacale. Documenti filmici inediti dagli archivi Cgil, Acs, Aamod del quale abbiamo ripubblicato gli atti.






Abbiamo raccontato la nostra storia attraverso il video Dalla parte del lavoro - Una storia lunga un secolo









e pubblicato parte del nostro patrimonio documentale in Da Rigola a Trentin l'Archivio storico CGIL nazionale si mostra e Tra le carte dei segretari.






martedì 23 giugno 2015

Tra le carte dei segretari


La pubblicazione degli inventari dei fondi personali dei segretari generali della Cgil (I Segretari della Cgil da Luciano Lama a Bruno Trentin) si inserisce all’interno di un lavoro più ampio dedicato alla sistemazione delle carte d’archivio della Confederazione. 

Esso rappresenta, infatti, la quarta tappa di un importante progetto che seguendo un criterio cronologico ha preso avvio con la pubblicazione delle carte della Segreteria di Giuseppe Di Vittorio (1944-1957) ed è poi proseguito con la stampa dell’inventario delle carte della Segreteria dei suoi successori Agostino Novella (1958-1969) e Luciano Lama (1970-1986).







Buon anno a tutti voi, fratelli lavoratori d’Italia!
Il Primo maggio di Giuseppe Di Vittorio
Lo Statuto dei diritti dei cittadini lavoratori di Giuseppe Di Vittorio
Lettere scarlatte. Un manifesto. I fratelli Rosselli, Di Vittorio, Salvemini
Di Vittorio e la cultura
Bruno Buozzi nei ricordi di Giuseppe Di Vittorio
Giuseppe Di Vittorio: la voce dei lavoratori







martedì 16 giugno 2015

16 giugno 1944, una tragedia operaia nella Resistenza






Il 16 giugno del 1944, 1.488 operai genovesi furono deportati a Mauthausen.

Ricordiamo questo triste anniversario attraverso la ripubblicazione del diario inedito di Franco Antolini.

Dopo l’8 settembre 1943, Antolini è tra gli animatori della Resistenza in Liguria.

Membro del Comando militare regionale, il 18 marzo 1944, finisce nelle mani delle SS.

Tre mesi di carcere e di stringenti interrogatori non bastano a strappargli nomi o indicazioni; così i tedeschi lo deportano nel campo di eliminazione di Mauthausen.

L’Archivio storico CGIL nazionale conserva il documento, inedito, “I primi giorni della Resistenza a Genova (settembre - dicembre 1943). Pagine di un diario non scritto”: 21 pagine manoscritte attraverso le quali Antolini racconta, giorno per giorno, la vita in montagna sua e dei suoi compagni.


I primi giorni della Resistenza a Genova (settembre - dicembre 1943)
Pagine di un diario non scritto



11 settembre 1943
I tedeschi di Savona, dopo averci minacciato di fucilazione per il nostro rifiuto di consegnare loro i documenti amministrativi del XV Anticentro di cui eravamo soldati, ci hanno spogliati delle divise e rimandati a casa. La pagheranno.

21 settembre 1943
Abbiamo già qualche tavoletta al 25.000 dell’Istituto geografico per le quattro zone montane della Liguria: ne occorrono altre, e bisogna fare copie di quelle che abbiamo. La Ditta E.A. monterà nella mia officina un “reparto riproduzione disegni” che riprodurrà le carte: ma dove trovare la carta fotografica sottile, in larghi fogli? Contatti con lo studente di Torriglia che ne promette.
Adesso ho stabiliti contatti con impiegati della Unione industriali: Pieragostini [Raffaele Pieragostini] si diverte all’idea che la lotta contro il capitalismo filo nazista trovi punti d’appoggio in casa del nemico, e a sue spese. Paggi è l’elemento migliore di questo ambiente: chiede anche libri, pensa, discute. Non ci tradirà (Agostino Paggi è morto a Mauthausen, vittima ignorata della nostra fede, con grande fierezza).

1° ottobre 1943
Sull’Antola c’è già un gruppo di nostri elementi: a Favale anche: sui monti sopra Voltri e sopra Pontedecimo anche. Abbiamo dati, ai singoli responsabili di zona, nomi dei mesi. Gennaio e Febbraio sono a ponente e in Polcevera; Marzo è a Favale; Aprile sull’Antola.
A Lavagna lavorano Bini [Giovanni Serbandini] e suo cognato; un gruppo di giovani, professori, studenti e operai. Sono rientrati in circolazione Buranello [Giacomo Buranello] e i suoi compagni, arrestati nell’ottobre del 1942 a Sampierdarena: lavorano tra gli studenti, ma pensano più a trovare armi che a leggere dispense.

10 ottobre 1943
Un comunista ogni dieci che salgono ai monti è l’obiettivo iniziale che si pone il partito della classe operaia. Qui ne salgono otto su dieci. Pieragostini mi presenta a Castelletto, tra un vento furioso che tiene lontani tedeschi e benpensanti Lucio e Paolo [?]: uno esce da anni di galera, l’altro viene dall’esilio. Male vestiti, debilitati dagli stenti, saliranno in settimana sui monti.

23-24 ottobre 1943
Riunione sull’Antola: Paolo prende le consegne da Aprile; Marzo, zoppicante con barba da mazziniano e mantellaccio da contadino spagnolo, è giunto a piedi da Favale, via Barbagelata.
Ardesio [Ingegner Agostini (Pietra o Ardesio)]  e Falini [?] sono saliti da Genova, altri da Torriglia. Ispezioniamo e lasciamo presidiata la zona Antola - Capanne di Carrega. La notte nella “Casa del romano” è stata passata, tra le paure della padrona, i nostri fucili, la pioggia di fuori e la fame di dentro. La sera del 24 a mezzanotte arriviamo con Ardesio  a Busalla, piena di tedeschi. La montagna era deserta e ci aveva dato senso di sicurezza: i fascisti restano tappati nelle loro casermette di avvistamento antiaereo, dalle quali occorre sloggiarli al più presto, come si è convenuto sull’Antola. Dormiamo da Macciò [Enrico Macciò], che (sappiamo poi) nasconde noi al piano terreno, in camera da pranzo; Dellepiane [Arturo Dellepiane] al primo piano, Sem Benelli al secondo, e riceve all’indomani la visita di un tizio che mi rifiuto di conoscere e che si scoprirà poi essere una spia dei tedeschi (Macciò pagherà cara la sua entusiastica imprudenza: è caduto anch’egli a Mauthausen nel 1944). Ripartiamo con una certa urgenza all’indomani.

Fine ottobre (cancellato) 1943

Le prime casermette fasciste sono state assaltate: gioia di leggere la notizia, tanto attesa, nei giornali fascisti. Il tenete delle brigate nere è caduto a Sampierdarena. I Gap si affiancano nell’azione ai gruppi partigiani. Elementi di altre correnti politiche, prima dubbiosi, sono ora presi dall’entusiasmo. Il buon Pepe [Giuseppe Bianchini] ha già pronta la “zucca” per la emissione della nostra moneta. I nemici sono numerosi: è saltato un ponte e si è data la colpa a un fulmine. Poi ne è saltato un altro in piena giornata di sole. Un compagno di Certosa mi telefona un giorno chiedendomi come mai si sente sparare e non è suonata la sirena d’allarme: è il comunicato che l’operazione dei Gap di Certosa è riuscita. Abbasso il ricevitore e faccio un salto di gioia.

4 novembre 1943
Sul monumento ai caduti di Lavagna si è trovato scritto: A morte i tedeschi, viva la libertà. Gli autori, da domani, partiranno ai monti: chi sa dove finirà Piccolo campo di Caldwell che avevo prestato a uno di loro.

Novembre 1943
Sciopero dei tramvieri. E’ riuscito superbamente. A colazione incontro Manes [?]: è tanto contento da diventare pericoloso: beviamo alla salute dello sciopero e dei tramvieri. Hanno arrestati Guglielmetti [Romeo Guglielmetti] ed altri: cadranno da eroi, come hanno combattuto in questi giorni. Rino Mandoli, dopo otto anni di galera, prende il suo posto tra noi. (Rino Mandoli - Sergio - salì poi a Capanne di Marcarolo. Fu catturato come borsanerista, tradotto ad Alessandria, riconosciuto da veneziani, fu poi trasferito a Genova. Fu ospite della stessa mia cella alla IV Sezione: pensammo di essere fucilati insieme. Deportarono me ed uccisero lui,sul Turchino, nel maggio 1944. Caro grande Sergio).

Fine novembre 1943
Funziona, come può, il primo Comitato militare di Cln: Raimondo [Enrico Raimondo] per la Dc; Rapuzzi [?] per il Pda (poi Lanfranco [Eros Lanfranco], poi Tomasi [Giovanni Trombetta, Tomasi]); Bruzzone [Dante Bruzzone] per i socialisti; Lazagna [Umberto Lazagna] per i liberali. Sede il San Nicola, lo stesso Collegio dove, nel 1926, ci trovammo con Carlo Roselli, Manzitti [Francesco Manzitti], Tarello [Mario Tarello], Sabatelli [Francesco Sabatelli] e altri, per ricostruire le file dell’antifascismo. Caro Marchi [Giulio Marchi], sempre eguale dopo vent’anni, sempre antifascista, sempre coraggioso, sempre ingenuo.

Dicembre 1943
Nello o Nullo [?], ispettore delle Brigate Garibaldi, non è malcontento del lavoro fatto a Genova: Dario, ispettore del Gap, ci consegna la miccia che ci mancava sotto forma di uno spago col quale teneva legato un suo pacco, ostentato sui treni e per la strada. Litighiamo perché ne vogliamo un metro di più e lui ci assicura che ripasserà quando sarà per finire. Il coprifuoco è alle 16. Lo porteremo a Mezzogiorno!

Dicembre 1943
Continuano le ispezioni in montagna: sui treni, nelle corriere, per le strade di Marassi, trovi sempre qualcuno che mi conosce. Fino a quando crederanno che vado in cerca di patate per la famiglia? Ispezione notturna agli uomini di Marzo, gente di Chiavari, emiliani dell’esercito che non hanno potuto andare a casa, sua figlia che fa la staffetta. Polenta e castagne secche: per festeggiarmi, anche il vino. Il solenne e misterioso “Comitato militare di Cln” manda, per mio tramite, i capitali occorrenti alla alimentazione e all’armamento: cinquecento lire.

Dicembre 1943
Ardesio  ha trovato l’ufficiale radiotelegrafista che aspettavamo. Lo battezziamo Bisagno [Aldo Gastaldi] e lo affianchiamo a Bini [Giovanni Serbandini].

20 dicembre 194[3] (l’originale riporta 1944, ma dovrebbe trattarsi di un errore)
Porto Dante [Stanchi ?] a Cichero dove già sono Marzo, Bini e Bisagno; il gruppo è di molte decine di uomini. Nasce il problema della… licenza natalizia. I compagni stanno perdendo la nozione di come sia difficile passare dai posti di blocco e venire in città. Soprattutto non si rendono conto dei pericoli delle loro inevitabili confidenze familiari al tavolo di Natale.
Battuta a Chiavari per scavare le armi sepolte l’8 settembre: oggi abbiamo braccia disposte ad usarle bene. Rientrano a mezzanotte incolumi: vestiti da contadini hanno sulle spalle alberelli fasciati con piccole radici da un lato e foglie dall’altro. Slegati gli alberi si rivelano fucili truccati. Danze notturne, sulla montagna, complice sicura. Tra poco, se i contatto con Ruggiero daranno i frutti sperati, dovremmo avere i primi lanci. Gli inglesi (quelli del colonnello Gore) non volevano farne perché “ci sono troppi comunisti tra i partigiani”: gli americani pare non siano di questa idea.

Gennaio 1944
“L’erba cresce d’estate”; “Le api hanno il miele”: Radio Londra trasmette le parole d’ordine attese. I lanci ci saranno.
I lanci ci sono stati. Lanfranco inalbera per Genova una camicia bianca a righe azzurre, ricevuta dal cielo. Ma ci sono anche scarpe, armi, cioccolata. I nostri uomini avranno meno fame.

20 gennaio 1944
Ispezione a Prato Sopralacroce, con Bini e Bisagno. Il parroco, l’oste, la mia aria borghese, la loro da pirati barbuti, un autista – maledizione – che mi conosce da ragazzo, a Cornigliano.
Usiamo i casoni di alloggiamento per il dispositivo strategico che era scoperto in quel settore: facciamo i tonti fino al momento di ripartire. Sapremmo poi che l’oste era una spia e che sapeva i nostri nomi: ci attenderà al varco per molto tempo per darli a Spiotta [Vito Spiotta].
Chi di noi cadrà, cadrà per altri motivi e in altre situazioni. La fortuna assiste i combattenti per la patria e per la libertà.

Febbraio 1944
Siamo migliaia. I problemi di approvvigionamento preoccupano Ardesio, che ha 600 uomini alla Benedicta.

venerdì 12 giugno 2015

14 giugno 1994 - L'addio di Trentin alla Cgil, di Ilaria Romeo



Il 14 giugno 1994 si chiude a Chianciano la Conferenza programmatica della Cgil.

Trentin lascia la direzione della Confederazione, “quella Cgil che conosco bene - afferma - e di cui lascio la direzione con un sentimento di infinita riconoscenza […] un sindacato di donne e di uomini che si interroga sempre sulle proprie scelte e anche sui propri errori, che cerca di apprendere dagli altri per trovare tutte le energie che gli consentano di decidere, di agire, ma anche di continuare a rinnovarsi, di dimostrare con i fatti la sua capacità di cambiare e di aprirsi a tutte le esperienze vitali e a tutti i fenomeni di democrazia che covano ora e che covano sempre nel mondo dei lavoratori”.


Il Comitato direttivo del 29 giugno ratifica la decisione annunciata eleggendo il novo segretario della Confederazione. “Ora il «gelido» e controllato Bruno Trentin mostra le proprie emozioni” -  scriveva Bruno Ugolini sulle colonne de «l’Unità» - Sono vere, inattese, lacrime […] Scorrono forse, nella sua mentre, per un attimo le sequenze di una vita: il quindicenne dalle idee anarchiche nato in Guascogna, figlio dell’esiliato Silvio; l’infanzia con gli amici del padre: Lusso, Rosselli, Cianca, Amendola, Nenni, Saragat; il comando di una brigata partigiana di «Giustizia e libertà» a Milano; la laurea con Norberto Bobbio e la borsa di studio ad Harvard; l’Ufficio studi della Cgil con Di Vittorio e Vittorio Foa; alla guida della Fiom, tra i protagonisti dell’autunno caldo; la guida della Cgil nel 1988, dopo la generosa esperienza di Pizzinato e le prove durissime come quella dell’accordo del 1992 […]”.


“Temo che questa volta - saluta Trentin - la darò vinta a Valeria Fedeli che ha polemizzato con me per la faccia di bronzo che ero capace di mantenere, ma sarei un ipocrita se negassi che provo in questo momento una profonda emozione, un senso di dolore anche, come accade ogni volta che si interrompe un modo di operare ed anche un tipo di vita, mentre si affronta con qualche ansia un futuro che deve essere ancora disegnato […] Credo di poter dire, se me lo permettete, che provo in questo momento, come militante della Cgil, un sentimento confuso di riconoscenza ma anche di fierezza: di riconoscenza per tutto quello che mi hanno dato questa Organizzazione, le persone che ho potuto conoscere, scoprire, stimare, apprendendo molto da loro; riconoscenza anche per le prove dure che, come molti di voi, ho dovuto affrontare, per gli insegnamenti che ne ho ricevuto e perché mai esse sono state vissute in totale solitudine. Anche in chi dissentiva radicalmente ho potuto sempre scoprire, cogliere rispetto ed affetto di cui li ringrazio […] Senza averli conosciuti la mia vita sarebbe stata un’altra”.

Il testo integrale del discorso (del quale riportiamo la parte iniziale) è consultabile in Archivio storico CGIL nazionale, Organismi dirigenti, Comitato direttivo 27-29 giugno 1994.








giovedì 11 giugno 2015

La questione morale. Enrico Berlinguer nei ricordi di Luciano Lama


“Credo che la caratteristica dominante della sua personalità fosse una concezione morale molto alta della vita, ivi compresa quella politica. Aveva spiccato il senso del dovere che riguarda anche il militante di partito, l’uomo pubblico. Sentiva che la funzione di un uomo pubblico carico di tante responsabilità politiche deve accoppiarsi al senso morale della vita privata e pubblica, che purtroppo oggi non è molto frequente. Tutto questo spiega il suo impegno nel tenere alta nel partito e in Italia la cosiddetta questione morale. Era, poi, un uomo che credeva molto nelle sue idee, si batteva con durezza, era in certi momenti testardo, cocciuto. Però non era uno che in nome della propria verità rifiutava a priori il confronto e lo scontro. Era un vero democratico. […] Non era burocratico. Non vietava la discussione, non la rifiutava, né la impediva. Non ho mai sentito sollevare questioni in termini disciplinari da Berlinguer. Magari condanne politiche, anche dure, ma sempre sul terreno di un rapporto politico che non privilegiava il momento della gerarchia su quello degli argomenti. […] Berlinguer era un uomo che sosteneva con forza l’idea dell’etica nella politica. Ci credeva davvero. Ci sono quelli che non vogliono proprio sentire parlare di etica, anzi stabiliscono due categorie diverse: uno è il campo della morale, l’altro il campo della politica. Quindi politica come carriera, come successo, come potere, forse anche come corruzione. Poi la morale. Bene: questa scissione lui proprio non l’accettava, era il rovescio esatto della concezione che aveva dell’integrità. […]

Intervista a Luciano Lama, in «Rassegna Sindacale», n. 24, 15 giugno 1984

martedì 9 giugno 2015

Lettere scarlatte. Un manifesto. I fratelli Rosselli, Di Vittorio, Salvemini

Il 9 giugno 1937 Carlo e Nello Rosselli cadono vittime, in Francia, di un agguato fascista.

Diciotto anni più tardi, il 2 novembre 1955, Firenze viene stata tappezzata durante la notte da provocatori manifesti attraverso i quali si accusa Di Vittorio di essere stato il mandante dell’assassinio.

Della vasta riprovazione suscitata dal volgare attacco al segretario confederale si fa interprete Gaetano Salvemini con una lettera sul «Mondo»:

«Quel giornale murale - scrive Salvemini, fra l’altro professore di Nello a Firenze - è stato affisso dopo aver ottenuto il visto del signor questore di Firenze. Io presento ora al signor questore la seguente rispettosa domanda: se dei comunisti gli chiedessero il visto per un giornale murale in cui fosse affermato che Cesare Battisti fu impiccato da un boia che si chiamava Alcide De Gasperi… il sullodato signor questore darebbe l’autorizzazione? Ebbene, il comunista Di Vittorio non ha diritto di essere rispettato nel suo onore non meno di De Gasperi buonanima…?».

L’indignazione pressoché generale per l’ennesimo nuovo esempio di malcostume politico costringe il ministro degli interni ad intervenire facendo sequestrare il manifesto.

Di Vittorio ringrazia Salvemini per il suo pungente intervento e ne segue tra i due uomini un affettuoso scambio di lettere.

Così il vecchio storico risponde ad una delle missive speditegli Peppino:

«Carissimo Di Vittorio, sono assai contento di apprendere dalla tua lettera che tu attendevi la mia sfuriata. Questo vuol dire che mi ritieni ancora vivo, sebbene io mi senta ormai più che quasi morto. Per scrivere bisogna che io sia preso da un eccesso epilettico, e questo ormai succede più raramente che ‘quando era paggio del Duca di Norfolk’. Ma quella bricconata fiorentina mi avrebbe dato un attacco epilettico coi fiocchi anche se fossi stato morto e sotterrato. Tu dovevi disprezzare quelle sudicerie. Eravamo noi che dovevamo farci vivi. Ma siamo stati pochi a farci vivi! Ormai in Italia nessuno più si sdegna di niente. Tutto passa liscio come una lettera alla posta. Questo è il fenomeno che più mi sgomenta oggi. Sì, il governo, quando vuole, può arginare il malcostume. Ma chi si muove per svegliarlo quando dorma? Voi vi muovete, ma vi muovete sempre, e nessuno bada a voi. Siamo noi che ci dobbiamo muovere, al momento opportuno. Ma noi ci guardiamo l’ombelico. Di quante cose mi piacerebbe parlare con te a cuore aperto! Ma i miei 82 anni mi incatenano qui: ad allontanarmene farei dei guai. Mille buoni saluti, e ti prego, non darmi del «Lei». Non ho ancora fatto nessuna cattiva azione (a parte la mia “ideologia”)».

Anita Di Vittorio, La mia vita con Di Vittorio, Vallecchi editore, Firenze 1965, pp. 252-253.

giovedì 4 giugno 2015

Bruno Buozzi nei ricordi di Giuseppe Di Vittorio

Il 13 aprile 1944 Bruno Buozzi viene fermato per accertamenti dalla polizia fascista e condotto in via Tasso.

Il CLN di Roma tenta a più riprese, ma senza successo, di organizzarne l’evasione e il 1° giugno, quando gli americani sono ormai alle porte della Capitale, il nome di Buozzi viene incluso dalla polizia tedesca in un elenco di 160 prigionieri destinati ad essere evacuati da Roma.

La sera del 3 giugno, con altri 13 compagni, Buozzi è caricato su un camion tedesco. Il giorno seguente - sembra per ordine del capitano delle SS Erich Priebke - viene trucidato con tutti i suoi compagni.

Così, ad un anno esatto dall’accaduto Giuseppe Di Vittorio ricorda su «Il Lavoro» il compagno ed amico: “Nessun lavoratore italiano che abbia conosciuto Bruno Buozzi potrebbe ricordare il suo martirio senza sentirne un profondo dolore. Bruno Buozzi è stato uno dei dirigenti sindacali fra i più amati dal proletariato, perché Egli fu il tipo più completo dell’organizzatore che abbia prodotto il movimento operaio italiano. Operaio, Egli ha amato gli operai e ne ha servito la causa con passione ardente, temperata da un senso elevato ed impareggiabile di equilibrio. Bruno Buozzi non è mai stato un professionista dell’organizzazione. Egli è stato l’operaio che lotta per l’elevazione dei propri compagni di lavoro, per l’emancipazione della propria classe, e che nel corso di questa lotta è sempre più apprezzato dalla massa in cui lavora ed è da essa direttamente eletto a proprio capo ed elevato fino alla più alta carica della grande organizzazione dei lavoratori italiani, alla quale la sua forte personalità impresse un più alto prestigio. Bruno Buozzi fu anche il tipo più compiuto e più vero dell’autodidatta. Per continuando a lavorare nel suo mestiere di operaio metallurgico, altamente specializzato, s’era formata una vasta cultura, ch’Egli mise, come tutto se stesso, al servizio del proletariato, alla cui causa consacrò e donò la sua vita. Si poteva consentire e o dissentire su alcune vedute particolari di Bruno Buozzi - come è capitato al sottoscritto -, ma ci si sentiva sempre legati a Lui da un profondo rispetto e da un grande affetto. Chi scrive ha potuto seguire l’opera di Buozzi in Italia ed in esilio ed ammirarne la continuità, anche quando questa opera costava non lievi sacrifici. Io mi legai d’una particolare amicizia personale con Lui, sin dal 1934, da quando fummo per lunghi anni entrambi componenti il Comitato d’unità di azione socialista e comunista, poi nel grande movimento popolare antifascista creato su basi unitarie nell’emigrazione italiana all’estero. Mi sia consentito di affermare che in quella nostra attività comune sorsero i primi germi di quella più vasta unità sindacale realizzata in seguito e di cui Buozzi fu uno degli artefici principali. Le vicende della nostra lotta vollero che Buozzi ed io ci trovassimo ancora assieme nel carcere di Parigi, dove fummo rinchiusi entrambi dall’invasore tedesco. Insieme, ancora, fummo tradotti ammanettati in Italia, attraverso la Germania, passando di carcere in carcere.
Ci ritrovammo ancora assieme a Roma, dopo il 26 luglio e durante il periodo dell’occupazione tedesca, nel corso del quale, in riunioni clandestine, furono gettate le basi della nostra odierna unità sindacale, onore e vanto dei lavoratori italiani, che fu principalmente opera di Bruno Buozzi.
Gli assassini nazisti e fascisti comprendevano quale valore rappresentasse per il proletariato italiano Bruno Buozzi e perciò lo massacrarono vilmente. Bruno Buozzi è morto per mano dei nemici del proletariato e del popolo. Egli vive e vivrà sempre nel cuore dei lavoratori italiani. Egli vive nella nostra unità sindacale e nella nostra grande Confederazione, e ne continuerà ad ispirare la lotta quotidiana in difesa dei lavoratori per i quali visse e morì”.


Dieci anni più tardi Di Vittorio tornerà a ricordare Buozzi ripensando al loro incontro nel carcere de La Santé avvenuto a Parigi nel febbraio 1941: “I nostro incontro avvenne nel febbraio 1941, nella prigione della «Santé». Ignoravo che anche Buozzi si trovasse rinchiuso nella stessa prigione. Un giorno, verso la fine di febbraio, la polizia hitleriana addetta alle funzioni carcerarie, trasse dalla monotonia delle celle d’isolamento un folto gruppo di detenuti per una «corvèe». Bisognava scaricare alcuni autocarri carichi di eccellente pane, destinato ai nostri carcerieri. Fummo raggruppati in un cortile, dal quale poi, per gruppi di dieci detenuti in fila indiana, scortati da guardie armate di mitra, si partiva carichi di sacchi ripieni di pagnotte, verso i magazzini dell’immensa prigione. Fu in quel raggruppamento di detenuti comandati alla « corvèe» che rividi Bruno Buozzi. Appena i nostri occhi si incontrarono, con moto quasi istintivo manovrammo entrambi accortamente per avvicinarci l’uno all’altro. Riuscimmo appena a toccarci furtivamente le mani, giacché la severissima vigilanza dei nostri aguzzini tendeva a rendere impossibile ogni scambio di parole e di segni fra detenuti. Vidi gli occhi amichevoli di Buozzi brillare di gioia nel vedermi: ero la prima persona conosciuta e amica che incontrava in quella triste prigione, nello stato di angoscia in cui lo aveva gettato l’arresto. «Per me non m’importa nulla», mi disse subito: «mi preoccupa il grande dolore di mia moglie e della mia bambina, poveretti!». Un urlo da belva emesso da uno dei nostri guardiani, che aveva sentito il bisbiglio di quelle poche parole, troncò sull’inizio la nostra conversazione. Tuttavia riuscimmo a rimanere nello stesso gruppo di dieci e a marciare l’uno dopo l’altro nella «corvèe». Mentre salivamo uno scalone, curvi sotto il carico del pane, riuscii a dire a Buozzi parole di conforto per la sua famiglia e cercai di sapere le cause del suo arresto. Buozzi mi disse che la Gestapo hitleriana, ignara della sua vera personalità, voleva sapere da lui i motivi del suo arresto, dato ch’Egli era stato arrestato su richiesta del governo fascista italiano, per essere trasferito in Italia, a disposizione di Mussolini. Bruno Buozzi aveva appena completato la frase, che uno dei nostri guardiani, con uno spintone improvviso a Buozzi - che mi precedeva - ci sbatté a terra entrambi, facendoci ruzzolare sulle scale, col nostro carico di pane, coprendoci d’improperi e di minacce. Fummo subito separati e riportati ognuno nella propria cella, col rimpianto di non aver potuto continuare il discorso e con le narici inondate dalla fragranza di quel pane fresco, che la fame ci faceva sognare ogni notte! Da quel momento, però, con la tecnica nota ai vecchi carcerati politici, riuscii a stabilire collegamenti quasi regolari con Buozzi mediante lo scambio di biglietti, con i quali ci mandavamo notizie e pensieri e qualche cibaria. Dopo alcuni giorni riuscimmo sovente a prendere l’ora d’aria quotidiana nello stesso cortile, dove la possibilità e la volontà dei detenuti di conversare fra loro sono più forti della più occhiuta vigilanza. Tutte le nostre conversazioni, partendo dal presupposto comune dell’assoluta necessità dell’unità sindacale, nazionale e internazionale, e dall’esigenza imperiosa dell’unità d’azione fra i due partiti, comunista e socialista - quale base fondamentale d’unità della classe operaia - rafforzavano continuamente il nostro accordo sulle questioni di maggiore interesse, relative alla riorganizzazione del movimento operaio italiano e alla ricostituzione democratica dell’Italia. Onore e gloria alla memoria di Bruno Buozzi!” (da «Lavoro», n. 23, 6 giugno 1954).

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