giovedì 26 novembre 2015

Una legge per portare la Costituzione nei luoghi di lavoro - di Giuseppe Di Vittorio

Abbiamo il dovere di difendere le libertà democratiche e i diritti sindacali che sono legati alla questione del pane e del lavoro; abbiamo il dovere di difendere i diritti democratici dei cittadini e dei lavoratori italiani, anche all’interno delle fabbriche. In realtà oggi i lavoratori cessano di essere cittadini della Repubblica italiana quando entrano nella fabbrica. Anche certi studiosi, prima ancora che noi annunciassimo la nostra iniziativa per la presentazione di uno “Statuto per la difesa dei diritti, della libertà e della dignità del lavoratore nell’azienda”, hanno riconosciuto questa esigenza, che però gli industriali non vogliono riconoscere. Quando al congresso dei chimici io annunciai l’idea di proporre lo “Statuto”, qualche giornale degli industriali scrisse: “Ma Di Vittorio dimentica che le aziende appartengono ai padroni e che coloro che vi entrano debbono ubbidire ai padroni”. È una risposta, questa, che rivela proprio una mentalità feudale, che rivela come i lavoratori siano considerati dai padroni come loro proprietà, come se fossero degli attrezzi qualsiasi. I padroni non considerano il lavoratore un uomo, lo considerano una macchina, un automa. Ma il lavoratore non è un attrezzo qualsiasi, non si affitta, non si vende. Il lavoratore è un uomo, ha una sua personalità, un suo amor proprio, una sua idea, una sua opinione politica, una sua fede religiosa e vuole che questi suoi diritti vengano rispettati da tutti e in primo luogo dal padrone. È per questo che noi pensiamo che i lavoratori debbono condurre una grande lotta per rivendicare il diritto di essere considerati uomini nella fabbrica e perciò sottoponiamo al congresso un progetto di “Statuto” che intendiamo proporre, non come testo definitivo, alle altre organizzazioni sindacali (perché questa esigenza l’ho sentita esprimere recentemente anche da dirigenti di altre organizzazioni sindacali), per poter discutere con esse ed elaborare un testo definitivo da presentare ai padroni e lottare per ottenerne l’accoglimento e il riconoscimento solenne. Tutta l’esperienza storica, non soltanto nostra, dimostra che la democrazia, se c’è nella fabbrica c’è anche nel Paese e che se la democrazia è uccisa nella fabbrica essa non può sopravvivere nel Paese. Noi dobbiamo difendere la democrazia nella fabbrica, il che non vuol dire che vogliamo sottrarre i lavoratori a ogni disciplina di carattere produttivo, professionale. No, il lavoratore deve compiere il proprio dovere nell’azienda, non deve distrarsi dai suoi doveri. Ma, nelle ore libere dal lavoro, ha il diritto, anche all’interno dell’azienda, di conservare le sue idee, di propagandarle, di diffondere la stampa che vuole, di svolgere il lavoro sindacale, in una parola deve essere considerato un uomo libero, non uno schiavo. Noi perciò sottoponiamo all’approvazione del congresso il testo che proporremo alle altre organizzazioni sindacali: 2010


STATUTO DEI DIRITTI DEI LAVORATORI NELLE AZIENDE 


1) Il rapporto di lavoro tra padrone e dipendente non può in nessun modo, e per nessun motivo, ridurre o limitare i diritti inviolabili che la Costituzione repubblicana italiana riconosce all’uomo sia come singolo, sia nelle formazioni sociali dove svolge la sua personalità (Costituzione art. 2). Perciò anche nel luogo di lavoro i dipendenti conservano totalmente e integralmente, nei confronti del padrone, o di chi per esso, i propri diritti, di cittadini, la loro dignità umana, e la libertà di poter sviluppare, senza ostacoli o limitazioni, la propria personalità morale, intellettuale e politica.


2) Il rapporto di lavoro riconosce al padrone solo il diritto di esigere dal proprio dipendente una determinata prestazione d’opera, per un determinato periodo di tempo, nel rispetto di una data organizzazione e disciplina del lavoro. Nella realizzazione di questo diritto il padrone, o chi per esso, deve rispettare la inviolabilità personale del dipendente (Costituzione art. 13). Perciò, per nessun motivo, il padrone, o chi per esso, può ricorrere, nei confronti del proprio dipendente a insulti, a violenze fisiche o morali, sottoporlo a ispezioni o perquisizioni, per motivi non espressamente autorizzati dai regolamenti di fabbrica, o procedere a controlli e sequestri di cose di qualsiasi natura che gli appartengano.

3) Il rapporto di lavoro non può in nessun modo e per nessun motivo vincolare o limitare i diritti civili del dipendente. Meno che mai può limitare il diritto del lavoratore di discutere con i suoi compagni le questioni relative al proprio lavoro, di collaboratore alla gestione delle aziende, di tutelare i propri interessi di lavoratore e di adempiere ai propri doveri associativi (Costituzione artt. 39-40-46). Perciò anche nell’azienda, e durante il tempo non occupato nella produzione, ogni dipendente deve poter fruire liberamente del diritto di manifestare il proprio pensiero, di leggere e far circolare la stampa permessa dalla legge, di associarsi, di riunirsi e di far opera di proselitismo e di organizzazione.

4) Il rapporto di lavoro non deve essere soggetto a nessuna discriminazione politica, religiosa e razziale. Per le assunzioni, per la determinazione delle qualifiche e delle retribuzioni e per le promozioni devono valere solo le norme stabilite dal contratto sindacale e dalla legge, le attitudini o le capacità individuali, i meriti professionali acquisiti (Costituzione artt. 3-36). Perciò non vi può essere rottura di rapporto di lavoro per ragioni estranee alle esigenze della produzione, né per rappresaglia contro il dipendente a causa della sua appartenenza a determinate organizzazioni o a causa delle sue convinzioni politiche o religiose, né per vendetta contro il lavoratore che intenda far rispettare la propria libertà di cittadino, la propria dignità civile e morale ed il proprio diritto ad esigere che la proprietà assolva ai compiti sociali prescritti dalla Costituzione della Repubblica italiana.

dalla relazione al III Congresso della Cgil, Napoli, 26 novembre - 3 dicembre 1952.

lunedì 2 novembre 2015

Riccardo Terzi su Pasolini

“Pasolini rappresenta, a mio giudizio, lo sguardo critico che vede per tempo, più di qualsiasi altro, tutto il groviglio delle contraddizioni del “movimento” del ’68, la sua interna fragilità culturale e il suo possibile destino di svuotamento e di fallimento. Ed è una critica condotta dall’interno, in un complicato rapporto tra condivisione e rifiuto, tra attrazione e repulsione, il che lo conduce in una difficile condizione di incomprensione, e spesso di isolamento. La sua tesi di fondo, se è possibile così sintetizzarla, è che tutto il lavoro di negazione, di contestazione, di distruzione delle vecchie forme, finisce per essere, in modo del tutto inconsapevole, funzionale alla modernizzazione capitalistica, che ha bisogno, per potersi liberamente dispiegare, di creare una società di mercato, senza vincoli, senza regole, individualizzata e deresponsabilizzata, dove ci sia, nello stesso tempo, il massimo di libertà apparente e il massimo di dipendenza dai modelli consumistici indotti dal mercato. Il ’68, in questo senso, non ha rappresentato un’alternativa, ma solo un’accelerazione del processo. Pasolini vede dunque che si sta stagliando all’orizzonte una nuova forma sociale, un nuovo modello, neo-capitalistico e consumista, che si libera dei vecchi involucri delle ideologie conservatrici, e che spinge sull’acceleratore del cambiamento, dell’innovazione, del progresso tecnico, dando luogo ad un nuovo stile di vita. E la sinistra, con tutte le sue ingenuità progressiste, finisce per essere del tutto spiazzata, perché la bandiera del progresso e del cambiamento è passata in altre mani. È questo un punto cruciale, ancora oggi attualissimo. Lo sbandamento della sinistra si spiega in larga misura così, come l’effetto del “mito” del progresso, di una visione della storia come un movimento solo ascendente, senza riuscire a vedere i suoi collaterali effetti sociali e culturali. L’errore che abbiamo tutti compiuto negli anni Sessanta è quello di non aver capito questa nuova dialettica della storia. Accade così che le stesse conquiste civili, come quelle dei referendum sul divorzio e sull’aborto, hanno in sé un’ambiguità di significato, perché sono nello stesso tempo un processo di liberazione e un varco che apre la strada verso una forma sociale del tutto individualistica, in cui si perde il senso della responsabilità e del rapporto con l’altro. Nel processo di liberazione, insomma, c’è anche un sottofondo melmoso di egoismo e di cinismo, che via via sembra prendere il sopravvento. Tutto ciò ci rimanda ad un grande nodo politico e filosofico: quale funzione storica può svolgere il momento della negazione, e come esso debba ad un certo punto superare il suo lato negativo per dare luogo ad un processo nuovo di ricostruzione: la negazione della negazione, nel linguaggio di Hegel, l’ordine nuovo, nel linguaggio di Gramsci. La negazione, lasciata solo a se stessa, alla sua dinamica spontanea non crea nessun ordinamento superiore, ma finisce per essere usata da tutte quelle forze che puntano a costruire il loro dominio sulla dissoluzione delle regole e dei legami sociali. È quello che sta accadendo anche nell’attuale crisi politica: dietro l’attacco al sistema dei partiti, dietro il loro imminente collasso, non si annuncia una nuova e più matura democrazia, ma un sistema di potere, tecnocratico e oligarchico, che si può finalmente sbarazzare dei troppo stretti vincoli democratici. Come spesso accade, le più virulente forze anti-sistema fanno il gioco del sistema. E questo era, all’epoca, l’assillo di Pasolini, l’angoscia per un cambiamento che preparava la strada ad un nuovo dominio autoritario, determinando solo un nuovo equilibrio di forze all’interno della classe dominante. È “una lotta che la borghesia combatte con se stessa”, e alla fine della partita c’è un capitalismo più forte, più pervasivo e più aggressivo. E così, in effetti, è accaduto. Pasolini, come è noto, ha sempre guardato al Pci come all’unica autentica forza popolare, anche se era severamente critico verso i suoi tratti autoritari, paternalistici, moralistici. E tra il Pci e Pasolini c’è una sotterranea e fondamentale consonanza. Penso, ad esempio, alla formula di Berlinguer del partito “rivoluzionario e conservatore”, con la quale si vuol tenere insieme il momento della negazione e quello della costruzione. Lo stesso concetto lo troviamo in Pasolini, quando dice, in una delle sue corrispondenze su Vie Nuove, che “i veri tradizionalisti sono i marxisti”, o che “non c’è progresso senza profondi recuperi nel passato”. È una visione della storia che rifiuta il progressismo superficiale, positivista, e cerca di cogliere il complesso rapporto dialettico tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione. A entrambi, Berlinguer e Pasolini, farebbe orrore l’idea della rottamazione. Ora, la negazione, presa in se stessa come il valore assoluto, senza nessuna capacità di comprensione e di recupero del passato, senza avere il senso della complessità dei processi e delle necessarie mediazioni, finisce per sboccare nella pratica del terrorismo. È il “fascismo di sinistra”, contro cui Pasolini combatte, fin dall’inizio, una durissima battaglia. Esso è il prodotto di un vuoto culturale, di una atrofizzazione delle idee e della sensibilità, che viene compensata dal fanatismo di una ideologia astratta, ossificata, che non entra mai in relazione con la realtà vivente, ma la appiattisce e la scarnifica dentro uno schema di violenta semplificazione. E la violenza diviene allora l’unica parola che si è capaci di dire. Gli anni Sessanta, e quelli successivi, non dobbiamo dimenticarlo, sono anche questo, sono il terreno su cui è cresciuta questa pianta degenerata, con tutto il suo carico di cupa e cieca intolleranza, che ha fatto deragliare, per un lungo arco di tempo, tutta la nostra storia politica. L’uccisione di Moro è il momento culminante e di più alto valore, simbolico, proprio perché Moro incarna in sé l’idea della politica come complessità e come mediazione. Se poi viene la restaurazione, è anche l’effetto di questo processo degenerativo. [...] Come dice Pasolini "il non vincere mai, e l’essere votati alla sconfitta, inaridisce." Sta qui il difficile passaggio da compiere, per sfuggire alla morsa che sembra condannarci alla passività subalterna o all’impotenza. È il tema della politica attuale, e anche, in modo ancora più stringente, del sindacato, la cui funzione di rappresentanza si misura sul ritmo della concreta esperienza di vita e di lavoro delle persone”.

Riccardo Terzi, «Inchiesta», gennaio-marzo 2013

LA CGIL NEL NOVECENTO - NEWSLETTER SETTEMBRE 2017

LA MEMORIA 2 settembre 1943 E’ siglato l’accordo interconfederale Buozzi-Mazzini sul ripristino delle Commissioni interne, cancella...