venerdì 1 dicembre 2017

La CGIL nel novecento_newsletter novembre 2017

Il 3 novembre di 60 anni fa si spegneva Giuseppe Di Vittorio, antifascista, politico e sindacalista, segretario generale della CGIL dal 1944 al 1957. IL NOSTRO SPECIALE:
Il primo lutto collettivo della sinistra italiana
Via le truppe italiane dalla Spagna!
Giuseppe Di Vittorio nelle parole di Bruno Trentin
Lama - Di Vittorio, un rapporto speciale

Il 9 novembre 1943, in occasione dell’apertura dell’Anno accademico, Concetto Marchesi lancia agli studenti dell’Ateneo di Padova e a tutti i giovani italiani un appello a prendere le armi contro il fascismo e contro l’oppressione nazista (da leggere, oggi più che mai!). Un gesto senza precedenti, che avrà un’enorme risonanza in tutte le Università dell’Italia occupata. Fra i giovani che ascoltano Marchesi si riconosce un giovanissimo Bruno Trentin, che anni dopo così ricorderà l’accaduto

Il 26 novembre 1952 inizia a Napoli il III Congresso nazionale della CGIL che terminerà i lavori il 3 dicembre. Giuseppe Di Vittorio lancia a livello confederale l’idea di uno Statuto dei diritti dei lavoratori. Dalle sue parole al Congresso del Sindacato dei chimici dell’ottobre 1952 alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale della Legge 20 maggio 1970, n. 300 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e delle attività sindacali nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento) le “Pillole di storia” che proponiamo raccontano le tappe fondamentali di avvicinamento al primo Statuto attraverso documenti e materiali d’Archivio spesso inediti


L’ARCHIVIO CGIL SU STRISCIAROSSA
Salvatore Carnevale, eroico compagno assassinato dalla mafia: un inedito di Giuseppe Di Vittorio
La lotta delle Reggiane, la più lunga occupazione di una fabbrica
L’“Alba” racconta il viaggio CGIL in Urss alla ricerca dei prigionieri italiani


LA NOSTRA RUBRICA: COSA FA UN SINDACALISTA?
QUINTA PUNTATA: Cosa fa un sindacalista? Si interroga sempre sulle proprie scelte e sui propri errori con la consapevolezza di servire una grande causa, una causa giusta. Perché lavorare per la CGIL e nella CGIL non è un mestiere come un altro
Le puntate precedenti:
QUARTA PUNTATA: Cosa fa un sindacalista? Ciò che ritiene giusto
TERZA PUNTATA: Un sindacalista coinvolge, aggrega, unisce ed associa
SECONDA PUNTATA: Un sindacalista fa il proprio lavoro, anche quando non è facile…
PRIMA PUNTATA: Un sindacalista ascolta, consiglia, indirizza


GLI APPUNTAMENTI
Il 4 dicembre, a dieci anni dalla scomparsa, la CGIL nazionale e la famiglia ricordano Mario Didò - sindacalista ed europarlamentare, socialista ed europeista - attraverso due iniziative:
il CONVEGNO “La dimensione sociale europea e la sua evoluzione attraverso l’esperienza sindacale e politica di Mario Didò” che si terrà il 4 dicembre p.v. alle ore 17.00 in Cgil nazionale (sala Santi);
la PUBBLICAZIONE, edita dalla casa editrice Lithos, del volume Il viaggio di Mario Didò verso la costruzione di un’Europa sociale. Una strada sindacale e politica, dalla banlieue di Parigi al Parlamento europeo, a cura di Ilaria Romeo e Francescopaolo Palaia, prefazione di Susanna Camusso (la pubblicazione, disponibile dal 4 dicembre, sarà distribuita in occasione del convegno)




venerdì 10 novembre 2017

Università di Padova, Aula Magna, 9 novembre 1943



di Ilaria Romeo
responsabile Archivio storico CGIL nazionale




Il 9 novembre 1943, in occasione dell’apertura dell’Anno accademico, Concetto Marchesi lancia agli studenti dell’Ateneo di Padova e a tutti i giovani italiani un appello a prendere le armi contro il fascismo e contro l’oppressione nazista (da leggere, oggi più che mai!). Un gesto senza precedenti, che avrà un’enorme risonanza in tutte le Università dell’Italia occupata. 

Fra i giovani che ascoltano Marchesi si riconosce un giovanissimo Bruno Trentin, che anni dopo così ricorderà l’accaduto:

“Un episodio che mi ha molto colpito e mi ha segnato per un lungo periodo, come giovane francese arrivato in un paese per me ancora sconosciuto come l’Italia, è stato l’inaugurazione dell’anno accademico all’Università di Padova nel novembre del 1943; io ero già nella clandestinità con mio padre, quindi siamo arrivati all’Università mischiandoci fra gli studenti, ma evitando proprio di figurare in qualche modo, dato che l’ateneo era pieno di poliziotti e poi c’era un gruppo di fascisti molto bellicosi. Ricordo questa cerimonia abbastanza strana per uno come me perché sopravvivevano ancora dei riti nell’Università di Padova anche nel vestire degli uscieri, naturalmente dei docenti, del senato accademico, dei presidi e dei rettori, che davano veramente l’impressione di una storia di altri tempi. Poco prima che iniziasse la cerimonia questo drappello di fascisti, oramai della Repubblica di Salò, giovani universitari che avevano ricostituito un gruppo di avanguardisti, hanno occupato il palco e hanno cercato di arringare la folla degli studenti, praticamente con un appello ad arruolarsi nelle truppe della Repubblica sociale italiana; ci fu una reazione nella folla degli studenti che fischiarono questa intrusione dei fascisti in una cerimonia così austera e impegnativa. Cominciarono però le minacce da parte di questo gruppo di fascisti che si era messo davanti al palco con atteggiamenti molto aggressivi, gli stessi poliziotti in borghese che giravano fra gli studenti cominciarono ad intervenire per sedare un po’ questo tumulto, ed è in quel momento che, in modo molto teatrale, con un usciere con l’alabarda che si è presentato sul palco battendo tre colpi, è entrato il senato accademico dell’Università di Padova; e in  mezzo ai docenti, ai presidi, si è avanzato un piccolo uomo col mantello di ermellino: era Concetto Marchesi, che si diresse direttamente verso il palco dove parlava il capo di questo manipolo di fascisti,  lo prese per la collottola e lo buttò giù dal palco letteralmente di  fronte allo stupore attonito degli altri fascisti e di fronte all’ammirazione e all’entusiasmo di questa folla di studenti che aspettavano un  segno. Dopo pochi minuti Marchesi cominciò il suo discorso di  inaugurazione dell’anno accademico e lo cominciò in nome del popolo lavoratore: «Inauguro l’anno accademico 1943-44… sviluppando poi il discorso sul ruolo del lavoro nella civiltà e sulla indissociabilità tra lavoro e libertà”.

All’Università di Padova Bruno si laureerà in Giurisprudenza il 16 ottobre 1949, nell’Istituto di Filosofia del diritto di Norberto Bobbio con la tesi «La funzione delgiudizio di equità nella crisi giuridica contemporanea (con particolare riferimento all’esperienza giuridica americana)». Relatore Enrico Opocher, sostituto di Bobbio da poco andato a Torino. 

La stessa Università gli conferirà il 13 settembre 2002 la Laura Honoris causa in Economia (LEGGI IL DISCORSO DI BRUNO TRENTIN).

PER SAPERNE DI PIU’:

giovedì 2 novembre 2017

Via le truppe italiane dalla Spagna, di Ilaria Romeo


Nel marzo 1937 sul campo di Guadalajara gli italiani si fronteggiano in Spagna su due fronti opposti: le forze della Seconda Repubblica Spagnola e delle Brigate Internazionali da una parte, i nazionalisti di Franco della Divisìon Soria affiancati al Corpo Truppe volontarie italiane dall’altra. 

Scrive Giuseppe Di Vittorio (Nicoletti), commissario politico della XI Brigata internazionale su «l’Unità» (a. IV, n. 4):

“E’ l’ora di agire! Come é stato pubblicato su tutta la stampa estera, e come la stessa stampa fascista ha implicitamente riconosciuto, quando ha dichiarato che le divisioni operanti sul Guadalajara erano quelle stesse che avevano occupato Malaga, l’attacco fascista sul Guadalajara è stato scatenato unicamente dalle divisioni dell’esercito regolare italiano, potentemente armate e munite di quell’attributo della «civiltà» fascista che è rappresentato dalle brigate speciali di gas e d’iprite! Ancora una volta, dunque, Mussolini ha calpestato cinicamente tutti i trattati, tutte le leggi internazionali, tutti i patti di non intervento che portano la sua firma, ed ha posto l’Europa di fronte al fatto brutale della guerra. Perché è di questo che si tratta: un imponente corpo d’armata dell’Italia fascista, membro del Consiglio della Società delle Nazioni, ha invaso la Spagna e conduce una guerra di sterminio e di conquista sul suo territorio, la cui integrità è garantita dalla stessa base costitutiva della Società delle Nazioni. Questa è la più grave aggressione guerresca compiuta in Europa dopo la grande guerra. E’ giunta l’ora di agire con prontezza e col massimo vigore, specialmente per noi, per le masse popolari italiane, per tutti gli italiani liberi che intendano concorrere a salvare - con la pace del mondo - l’onore e i veri interessi nazionali del nostro paese. L’aggressione di Mussolini contro la Repubblica spagnola è un nuovo tradimento contro l’Italia, perché può provocare una nuova guerra europea, esponendo il nostro popolo all’isolamento e alla catastrofe. Quest’aggressione disonora l’Italia, presentandola come spergiura, rinnegatrice delle sue firme, violatrice di tutti i trattati, fomentatrice di guerra. Quest’aggressione umilia ed offende il popolo italiano, il popolo di Garibaldi, costringendo i suoi figli soldati a compiere la funzione spregevole di carnefici mercenari del popolo spagnolo, di un popolo fratello che lotta con tanto eroismo per la libertà propria e del mondo. Il popolo italiano non può accettare, non può subire questo tradimento e questo disonore per il nostro paese. Tocca a tutte le organizzazioni antifasciste, a tutti gli esponenti dell’opinione libera dei vari strati del nostro popolo, di unirsi rapidamente, di porsi alla testa del popolo italiano e di parlare e di agire in suo nome, in Italia e nel mondo. Il popolo italiano ha offerto una nuova prova che esso non è con Mussolini; che esso è contro Mussolini e la sua politica di guerra e di sbirro carnefice al servizio delle caste reazionarie d’Europa. Lo hanno dimostrato le centinaia di soldati ed ufficiali italiani che, al primo contatto con l’esercito popolare spagnolo - e in particolare col nostro Battaglione Garibaldi - sono passati nelle file dei volontari della libertà, al canto non dimenticato di Bandiera Rossa. E’ per questo che noi salutiamo con la più grande emozione la grande vittoria riportata nel Guadalajara dall’eroico esercito repubblicano e dai nostri valorosi garibaldini. Le orgogliose divisioni di Mussolini, malgrado il loro temibile armamento, sono state infrante dall’esercito del popolo spagnolo, perché questo combatte per gli ideali di libertà che vibrano nei cuori degli stessi soldati italiani. La sconfitta delle divisioni di Mussolini in Ispagna, non è una sconfitta dei soldati italiani. E’ una vittoria del popolo e dei soldati d’Italia contro Mussolini, contro la tirannia fascista, contro la guerra, per la conquista della libertà. E’ una vittoria della giusta politica del Partito comunista d’Italia. A coloro che si sono abbandonati alle  più astruse interpretazioni della politica del  nostro Partito, possiamo rispondere con un  nuovo esempio.  La fraternizzazione di cui parliamo, è anche quella che realizza il Battaglione Garibaldi con i soldati inviati da Mussolini a soffocare nel sangue la libertà del popolo spagnolo. Gloria all’esercito popolare della nuova Spagna, che difende con tanta bravura la libertà di tutti i popoli contro il fascismo internazionale! Gloria all’eroico Battaglione Garibaldi, che rappresenta così nobilmente il popolo italiano sul fronte della libertà, che salva coi suoi sacrifici l’onore del nostro paese, che ha saputo aprire ai fratelli reclutati e traditi da Mussolini la via della liberazione e della riscossa. Il Battaglione Garibaldi agisce e vince. Tocca, ora, alle masse popolari, a tutti gli italiani liberi, di agire alla propria volta, perché divenga rapidamente una realtà il grido che deve echeggiare in tutte le città e in tutti i villaggi. Via le truppe italiane dalla Spagna!”. 

Lama - Di Vittorio, un rapporto speciale, di Ilaria Romeo

Il rapporto tra Lama e Giuseppe Di Vittorio è un rapporto molto speciale, nato nel 1945 quando il giovanissimo Luciano partecipa - in qualità di segretario della Camera del lavoro di Forlì - al Congresso nazionale della Cgil a Napoli.

“Ricordo il freddo gelido della sala dove ci riunimmo - racconterà nel 1979 a «Panorama» - Venimmo in due: Nino Laghi e io. Altri due compagni vennero da Bologna e al ritorno, nel ripassare le linee, furono uccisi”.

Il successivo Congresso di Firenze, il primo della Cgil dopo la Liberazione, si svolge dal 1° al 7 giugno 1947.  “Di Vittorio gioca con sorprendente spregiudicatezza la sua carta - scriverà Giancarlo Feliziani in Razza di comunista. La vita di Luciano Lama (Editori Riuniti, 2009) - In queste giornate di lavoro avvicina a più riprese Luciano Lama, giovanissimo e ignoto segretario di Camera del lavoro, lo stimola, lo lascia parlare, lo ascolta, presta attenzione alle sue parole, ma in realtà ha già deciso:  gli proporrà di diventare vice segretario della Cgil. In sostanza, il suo  braccio destro. Punta tutto su quel giovane romagnolo dalla complessione fisica robusta, dal gusto per la polemica, dalla franchezza che spesso sfiora l’irriverenza”.

“Non l’ho mai saputo il perché… l’ho chiesto a Togliatti, a Luigi Longo… l’ho chiesto a Di Vittorio. E ognuno di questi mi ha risposto così: «Ma che ti interessa di saperlo… l’importante è che lo sei diventato!»” dirà Lama anni dopo in una intervista alla TV della Svizzera italiana.

“Tra Lama e Di Vittorio si instaura un rapporto particolarissimo - Scriverà sempre Giancarlo Feliziani - per Lama, Di Vittorio è un maestro di vita, per certi versi un secondo padre. Ha stima incondizionata e grande tenerezza per quel dirigente straordinario in grado di guidare scioperi, indirizzare congressi ma anche capace di addormentarsi improvvisamente nel bel mezzo di una riunione. Per Di Vittorio, uomo appassionato e dalla forte personalità, autonomo nel pensiero e non condizionato da vincoli di appartenenza politica, un uomo schietto che ha dedicato la vita alla causa del lavoro, mai disposto ad accettare ordini, neppure se arrivano dalle Botteghe Oscure o da Togliatti in persona, per Di Vittorio quel giovane con la faccia aperta ai dubbi rappresenta il futuro, la speranza, l’entusiasmo, l’intelligenza politica. Ma quel giovane disinvolto e laureato in Scienze sociali rappresenta anche ciò che lui, bracciante poverissimo, avrebbe voluto ma non è riuscito a essere. Quei due uomini diventano inseparabili: dove c’è Di Vittorio, un passo indietro, c’è sempre anche Luciano Lama che giorno dopo giorno va assumendo nel sindacato un ruolo di sempre maggior spicco. La sua ascesa irresistibile è nelle cose, nell’organizzazione quotidiana, nella progettualità della Cgil”.

Luciano è al fianco di Di Vittorio ai funerali delle vittime dell’eccidio di Modena del 1950 e compare sempre più spesso al suo fianco nei viaggi ufficiali tanto che, si racconta, a volte veniva scambiato per il figlio.

Quando Scelba gli ritira il passaporto nella primavera del 1952, impedendo a Di Vittorio di recarsi a New York al Consiglio economico e sociale dell’Onu come presidente della Federazione sindacale mondiale ed i parlamentari della Cgil protestano con il presidente della Camera, è il giovane Lama che tiene i contatti con Di Vittorio.

E’ Luciano Lama a pronunciare al Comitato direttivo del 3 dicembre 1957 l’orazione funebre di Di Vittorio ed è sempre Lama  -  non Novella, segretario generale - a commemorare Di Vittorio alla presenza di Baldina, Anita e Vindice ad Ariccia il 3 novembre 1967 a dieci anni dalla morte (è in quella occasione che il Centro studi e formazione sindacale della Cgil viene ufficialmente inaugurato).

“Cosa devo a Di Vittorio? - dirà Lama nel novembre 1981 in una intervista all’«Espresso» - Prima di tutto i ferri di un mestiere non facile. Il coraggio di affrontare la realtà, anche quella che non ti piace. Lo sforzo costante di non appagarsi della superficie, ma di vedere quello che c’è sotto le cose. Infine, l’abitudine a pensarci su, a non essere frettoloso nei giudizi, ma poi ad avere il coraggio di esprimerli anche controcorrente”.

Giuseppe Di Vittorio nelle parole di Bruno Trentin, di Ilaria Romeo




Nato nel 1926 in Francia, partigiano, azionista, passato successivamente nelle fila comuniste e dottore in giurisprudenza, Trentin entra giovanissimo, chiamato da Vittorio Foa, nell’Ufficio studi confederale.

Qui conosce Di Vittorio, di cui apprezza sia la dimensione umana (l’autenticità, la curiosità, l’onestà, la disponibilità all’autocritica), sia la statura politica e l’idea originale del sindacato come soggetto politico autonomo e plurale, espressione della volontà delle masse più povere e diseredate di liberarsi da ogni forma di sfruttamento.

La sua morte, nel 1957, segna profondamente il giovane Trentin, che in proposito scriverà alla sorella Franca: 

“Mia Franchina, dopo un lungo silenzio posso scriverti e tramite te anche a Mario.  Quest’ultimo periodo è stato convulso e sconvolgente, per me. Prima, il Congresso di Lipsia, con tutte le discussioni e le battaglie che ha comportato. Poi una serie di riunioni e di conferenze in Italia – compresa la commissione elettorale del partito di cui faccio parte e dove si sono riaperte vecchie ferite dell’VIII Congresso
[…]
La morte di Di Vittorio ha rappresentato naturalmente il maggiore elemento di sconvolgimento. Ero a Napoli, di ritorno da Palermo, quando si è diffusa la notizia. E puoi immaginare quanto mi abbia colpito.
Tuttora non ho ancora completamente eliminato la sensazione d’angoscia e di dolore che mi ha provocato. Dio sa quanto conoscessi i suoi limiti e le sue debolezze e quante volte mi sia ribellato a certe ristrette manifestazioni della sua mentalità di contadino meridionale. Ma sento sempre di più quello che quest’uomo ha rappresentato per me, nella mia formazione di uomo politico e – retorica a parte – semplicemente di uomo. Sento la sua forza e la sua giovinezza, il suo ottimismo intellettuale, sempre “provocatorio”, come una delle cose più ricche che mi abbiano trasformato in questi ultimi anni. Qualche volta – e in questi ultimi tempi, spesso – questa forza diventava meno razionale, ingenua e puramente polemica. Ma anche in questi casi restava come un’esigenza, come un richiamo a un certo linguaggio, fresco e stimolante, come l’affermazione polemica di un metodo che io sento sempre più vivo e valido: non si può mettere in crisi nessun “sistema”, in una società o in un uomo, se non avendo fiducia nell’elemento positivo, progressivo, illuminato, che ne ha giustificato l’esistenza, se non sottolineando l’incapacità di una società o di un uomo a realizzare vittoriosamente “la sua ragione d’essere”.
Anche in modo ingenuo, Di Vittorio vedeva nella società capitalistica italiana “la ricchezza che poteva essere prodotta” – e che non lo era – piuttosto che la “povertà” esistente. Ed era l’idea della “ricchezza” ad entusiasmarlo.
Per questo non poteva essere un fatalista o un positivista da quattro soldi. Per questo voleva, con accanimento, da autodidatta, essere un uomo del proprio tempo: era stupito dalle macchine, dalla televisione e dai nuovi modelli di automobili. Rispettava come profeti gli scienziati e i medici. Voleva essere sempre “al corrente” delle cose. Temeva con angoscia, come uomo e come Cgil, di venir “escluso”, di non svolgere un ruolo riconosciuto nello sviluppo della società contemporanea.
Era d’altro canto uomo di un’altra epoca e aveva il fiatone negli ultimi tempi. Il suo sforzo diventava straziante ma era sempre magnifico e grandioso. La sua morte rappresenta davvero, in Italia, la fine di un’epoca, quella un po’ “populistica” e romantica del dopoguerra, e gli inizi di un’altra. E ha saputo essere l’uomo del passato e insieme l’uomo della transizione. Ha capito quello che c’era di nuovo nella storia e, con tutte le sue forze, da toro qual era, ha fatto di tutto per capire, e per esistere, da uomo moderno.
Capisco, ora che è morto, quanto io l’amassi. Purtroppo non c’è nessuno del suo calibro a sostituirlo, i migliori hanno un respiro molto più modesto. Gli ultimi giorni sono stati occupati come puoi immaginare dalle discussioni sulla “successione”. Sembra che sia stata adottata la soluzione migliore: quella di sostituire Di Vittorio non con un uomo ma con una nuova segreteria, con un collettivo di uomini nuovi, dopo aver eliminato tutte le “zavorre”, tutte le mummie. Se si otterrà questo risultato, avremo fatto un grande passo in avanti”.

lunedì 30 ottobre 2017

Articoli da «Rassegna Sindacale» nel trigesimo della morte di Di Vittorio_ Fausto Gullo

Non è privo di un suo particolare significato il fatto che, dopo la liberazione, al più alto posto di direzione sindacale nel nostro Paese sia stato assunto, e poi sia stato mantenuto fino alla morte, Giuseppe Di Vittorio, il quale riuniva in sé due qualità, quella di provenire direttamente e immediatamente dalla classe contadina e l’altra di essere un meridionale. Lo studioso del processo organizzativo delle classi lavoratrici nel nostro Paese, il quale leghi, com’è naturale, tale fatto alle successive tappe evolutive maturatesi dal 1944 a oggi, non può non cogliere la coerente relazione che corre tra il fatto stesso e le due esigenze spontaneamente sorte dalle esperienze del passato e dagli insegnamenti scaturitine, due esigenze che facevano entrambe capo a una volontà unitaria, che il duro ventennio fascista aveva determinato e temprato, decisamente tesa a non ricadere negli antichi errori, così pesantemente scontati, e ad aprire una via nuova al movimento sindacale. La prima esigenza sorgeva dall’avvertita necessità di imprimere al movimento quel compiuto carattere nazionale, la cui deficienza aveva tanto nociuto nel periodo prefascista, e che, data la composizione sociale del Mezzogiorno, non poteva raggiungersi se non ponendo in primo piano la stretta unione dei lavoratori del Nord e dei contadini del Sud, in una costante solidarietà nei mezzi e nei fini che la prefascista organizzazione sindacale non aveva mai seriamente attuata e che qualche volta aveva addirittura impedito. La seconda esigenza, legata strettamente alla prima, sorgeva dall’altra non meno avvertita necessità di assumere il movimento contadino del Mezzogiorno come una delle leve più potenti ai fini della maggiore efficienza dell’organizzazione sindacale nazionale e insieme del profondo rinnovamento economico e sociale di tutto il Paese. Non è dubbio che la eccezionale personalità di Giuseppe Di Vittorio rispondeva pienamente alla duplice esigenza, e se altra dimostrazione non vi fosse, è valsa a darne la prova irrefutabile l’unanime solidarietà nel compianto per la sua fine, essendosi nel suo nome ancora una volta affermata, e in modo solenne, la raggiunta unità della classe lavoratrice italiana. Constatare ciò significa rilevare quanto cammino abbia percorso il movimento sindacale nel Mezzogiorno sotto la direzione di Giuseppe Di Vittorio, non solo nel senso della attiva partecipazione ad esso delle masse contadine, ma in quello, più importante, del contributo decisivo che tale fatto ha conferito alla definitiva assunzione della questione meridionale come questione di portata e di importanza nazionali. Il contadino meridionale trovò in Di Vittorio, meridionale e contadino, il simbolo vivente e operante dei suoi dolori e delle sue speranze, del suo passato e del suo avvenire, la guida sapiente e fidata nelle sue lotte, il sicuro interprete delle sue aspirazioni e delle sue rivendicazioni. Nessun uomo politico ha avuto mai nel Mezzogiorno una più vasta e più affettuosa popolarità; e la cosa è tanto più notevole in quanto l’attività esplicata da Di Vittorio tra la gente meridionale rifuggì sempre da ogni facile e sonora demagogia, intesa com’era a formare una coscienza sindacale che si ponesse contro ogni forma di miracolismo e di improvvisa e impulsiva impazienza: in che appunto si concretano gli ostacoli e le difficoltà che l’opera dell’organizzatore sindacale deve superare sempre che si diriga a masse disorganizzate. Nell’affrontare un così arduo compito Giuseppe Di Vittorio portò, oltre che la passione del bene propria di un’anima superiore qual era la sua, la consapevolezza precisa di un intelletto in cui operavano, con perfetta sincronia, prudenza e ardimento, audacia e senso del limite, nulla concedendo all’irragionevole entusiasmo e all’incauta improvvisazione. E appunto queste alte qualità occorrevano al supremo dirigente dell’organizzazione sindacale per fare del movimento contadino meridionale il fatto nuovo che esso costituisce nella vita del Mezzogiorno e che è indubbiamente al centro delle forze e delle attività cui è affidato il compito del profondo rinnovamento sociale, politico ed economico delle terre meridionali. Quanta parte della sua complessa opera abbia dedicato a tale compito Giuseppe Di Vittorio, nei sindacati, sulla stampa, in Parlamento, sulle piazze, non è facile dire nemmeno riassumendo. Intanto si può affermare che non c’è stata agitazione in questi ultimi dodici anni, non dibattito, non polemica, non proposta di legge nel campo della questione meridionale e dei molteplici problemi a essa legati, in cui la personalità di Giuseppe Di Vittorio non abbia assunto un rilievo di primaria importanza. Chi non ha presente, per non ricordare altro, la molteplice attività da lui spiegata sia come dirigente sindacale, sia come agitatore, sia come parlamentare, per la riforma fondiaria e per quella dei patti agrari, che costituiscono i due aspetti fondamentali più caratteristici della questione meridionale? Mi è nella memoria il superbo discorso che egli fece nel convegno per la presentazione del programma di attività e di opere che la Confederazione generale del lavoro nel 1950 proponeva per il rinnovamento economico e sociale della nazione, e di esso specialmente la parte che egli dedicò ai problemi meridionali e soprattutto alla riforma agraria, che è la premessa necessaria della rinascita del Mezzogiorno. Poche volte mi è occorso di veder congiunta tanta competenza tecnica, un così acuto senso di responsabilità, una visione così concreta di fatti e di uomini, con un così fervido e spontaneo sentimento di umanità, con una commozione cosi sincera e perciò stesso tanto comunicativa! Occorrerà pure, al più presto, riunire e pubblicare tutti gli scritti e i discorsi che Giuseppe Di Vittorio dedicò al Mezzogiorno nel corso della lunga lotta in cui egli impegnò tutte le sue energie. Non solo ciò sarà appreso come un degno omaggio alla Sua memoria, ma costituirà una fonte inesauribile di insegnamenti e una guida sicura nella battaglia che continua e al cui esito vittorioso è legato l’avvenire del Paese.

Articoli da «Rassegna Sindacale» nel trigesimo della morte di Di Vittorio_ Luigi Russo

La morte di Di Vittorio mi ha colpito profondamente. Io non da ieri facevo conto e stima del grande sindacalista. L’ho conosciuto da vicino a Ferrara, dove io ero andato agli spettacoli tasseschi che si davano nel Palazzo dei Diamanti, e capitai a sedermi accanto a lui. Mi piacque subito: trovai in lui un uomo semplice, dalle idee chiare, sofferte e sviluppate nella lotta, per il pane quotidiano prima (pane quotidiano non è una metafora) e poi nelle varie lotte di politico e di sindacalista. Lo sentii poi parlare, sempre a Ferrara, a migliaia di lavoratori, senza alcuna particolare enfasi, alieno dalle forme demagogiche, da lavoratore che difende gli interessi dei lavoratori. Pensai ad Alberto da Giussano, che nella grande possa della sua persona e della voce come tuon di maggio, arringava, o meglio conversava con le folle che lo ascoltavano avidamente. Ma cacciai come molesta questa reminiscenza carducciana, e mi ricordai piuttosto Di Vittorio, lettore dei «Promessi sposi». Sapevo che il libro manzoniano gli era stato regalato una volta dal cappellano della prigione di Lucera. Era quel libro che per lui ci voleva e che vi sentiva uno scrittore che denunciava soprusi di signorotti, fame e patimenti di popolo. Tutte le volte che nella sua lunga e travagliata vita Di Vittorio si è trovato in carcere, Di Vittorio ha letto e riletto i «Promessi sposi» ; una prova come un grande scrittore cristiano, quale il Manzoni, possa nutrire la linfa di un rivoluzionario. Della sua vita mi ha colpito il ricordo di quell’articolo da lui stampato in un giornale di Ferrara, in occasione delle chiamate alle armi della classe 1892, sua e mia. Era un appello ai soldati a rifiutarsi di sparare sui lavoratori: il Di Vittorio non ha aspettato il 1919 o il 1921 per schierarsi tutto dalla parte della classe lavoratrice! Per codesta sua eresia ebbe uno scontro tempestoso con il colonnello, ma chiese di partire per il fronte, dove sull’altipiano dei Sette Comuni, alle pendici del monte Zelio (caro e triste nella memoria per tutti i combattenti che, volenti o nolenti ci siamo trovati a combattere in quella zona), il Di Vittorio combatte valorosamente e fu colpito da un proiettile per fortuna senza gravi conseguenze. Ma nonostante questa sua dedizione, sospettato per un uomo di implacabile fede democratica, fu trasferito alla Maddalena, dove c’era una compagnia di soldati puniti che coltivavano le terre senza alcuna remunerazione. Poi sentimmo parlare di Giuseppe Di Vittorio combattente antifascista. Vi sono particolari della sua esistenza, che ci chiamano ancora oggi un sorriso di compiacimento ed una lacrima negli occhi. Ci sia permesso intanto di esprimere la nostra ammirazione per questa tempra di lottatore, che non perdeva mai la calma e l’equilibrio e dava delle risposte non furbescamente evasive, ma tali che i suoi inquisitori o avversari dovevano arrendersi alla sua logica.


Da «l’Unità» del 4 novembre

Articoli da «Rassegna Sindacale» nel trigesimo della morte di Di Vittorio_ Giuseppe Rapelli

Di Vittorio va al sindacalismo per un imperioso bisogno di giustizia: egli si sente interprete delle aspirazioni dei suoi compagni di lavoro e sente soprattutto la umiltà della sua origine. Bisogna cancellare gradualmente le differenze sociali. Di qui la sua «intuizione»: non gesti di rivolta che a nulla approdano, ma un’azione ordinata rivolta al fine che si è proposto: il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Egli riprende, così, l’impostazione dei vecchi sindacalisti, provveduto com’era di mente e di cuore: bisogna unirsi; é l’unione, è la solidarietà che da la forza. Bisogna convincere i compagni di lavoro: non bisogna far nascere urti tra i lavoratori. Il «crumiro» ha sbagliato, bisogna persuaderlo a non sbagliare più. C’è il lavoratore «forestiero» che arriva nel paese per lavorare a condizioni più basse di quelle strappate localmente ai «padroni»; ebbene, questo lavoratore non dev’essere trattato come un «nemico», è una vittima anche lui dell’ingiustizia sociale, bisogna spiegargli il danno che la sua azione inconsapevolmente traditrice reca, bisogna persuaderlo a non farlo più. Perciò Di Vittorio si presenta giovinetto alla ribalta sindacale con questa vocazione che è insieme di apostolo e di organizzatore: dare una coscienza ai lavoratori. Naturalmente questa non può essere per lui se non una coscienza di classe: e questa si deve esprimere, dapprima, in una consapevolezza di azione sindacale, e, successivamente, di azione politica. Per questo Di Vittorio non è un «tecnico» del sindacalismo, anche se nei due sindacalismi - quello prima del fascismo e quello del post-fascismo - imprimerà l’inconfondibile segno della sua personalità. Lo stesso suo aderire alla «frazione sindacalista» è una prova di chi è Di Vittorio: egli teme il pericolo che, col «riformismo sindacale», si burocratizzi troppo l’organizzazione e si formi tra i lavoratori una mentalità «corporativista», che spezza i legami della solidarietà tra i lavoratori meglio trattati e quelli peggio trattati. Il suo sentimento di «unità» sta qui: nel vivere lo spirito di solidarietà fra i lavoratori, fra gli umili: è quel sentimento «cristiano» che Achille Grandi sentirà in Di Vittorio. Più tardi, l’adesione a un partito marxista forse «razionalizzerà» in Di Vittorio il concetto di unità, ma bastava un suo impeto oratorio per riscoprire in lui quel sentimento «cristiano» che Achille Grandi gli riconosceva. Certo, la tecnica «sindacale» dei primi accordi con gli agrari pugliesi, che adopera Di Vittorio, è assai limitata. Ma ciò si deve alla prassi sindacale del tempo e alle condizioni di ambiente in cui viveva, da secoli, il bracciantato pugliese. Di Vittorio, però, anima questa «tecnica», non tanto con il criterio di un’agitazione più o meno permanente, (che pure era tipico di parecchi della «frazione sindacalista»), quanto con una visione più ampia: i lavoratori di Cerignola devono sentirsi uniti a quelli dei finitimi comuni pugliesi; bisogna non essere isolati rispetto agli altri, bisogna gradualizzare l’azione, per non fare passi indietro. Egli, che non poteva essere un «riformista», era, tuttavia, un «gradualista», che, però, non ammetteva soste: voleva un’azione continua, che si fondasse essenzialmente sul grado di consapevolezza dei lavoratori. I lavoratori devono riconoscere nei benefici ottenuti non tanto una «capacità dei capi» quanto un frutto della loro azione, ch’è resa cosciente e consapevole dal legame di fratellanza, dal sentimento di solidarietà dei lavoratori stessi. Ed egli sarà un «fratello maggiore»: quello che pagherà per primo gli errori compiuti: egli che scriverà un giorno a me di aver «sì sbagliato, ma tradito mai...». Eppure chi rilegge i cenni biografici che di lui furon scritti, comprende ch’egli sbagliò perché non poteva astrarsi dai sentimenti di una massa che rappresentava, e che se sbagliava l’errore era provocato in lui da un istinto primordiale e incontenibile di risentimento per la giustizia offesa. Ma egli, ch’era «agitatore di idee», aveva pur voluto e saputo contenere tale istinto spontaneo e primordiale, e poteva, quindi, affrontare sereno il giudizio «legale» dell’autorità costituita, e patire il carcere, perché si sentiva forte nella sua coscienza di aver fatto ogni cosa affinché le agitazioni a cui egli aveva dato contributo di «anima» non andassero oltre il lecito. Sarà l’azione politica dei lavoratori che lo libererà dal carcere, dove era costretto a seguito di un’agitazione sindacale. Avrà egli avvertito, allora, la maggior forza che viene ai lavoratori dal «suffragio universale» più che dallo «sciopero generale» ? Non saprei rispondere. Ma in un certo senso è la smentita a Sorel quella ch’egli vive nell’esperienza del 1921 e che diventa per lui adesione alla tesi della conquista politica del potere ai lavoratori. Anche così si prepara il suo successivo ingresso nel Partito comunista. Quand’egli riprenderà nel 1943 i contatti «legali» col mondo del lavoro italiano, si accorgerà dei mutati tempi, di quale traccia l’esperienza fascista dell’ordinamento sindacale giuridico abbia lasciato tra i lavoratori, e come essa abbia generalizzato un sistema contrattualistico, di cui si dovrà tener conto, e che renderà difficile la ripresa del mondo del lavoro con le sole armi del vecchio sindacalismo prefascista. L’accordo sulle Commissioni interne del settembre ‘43 è soprattutto voluto da uomini del Nord: Buozzi, Roveda, Quarello. Eppure Di Vittorio - il pugliese, il bracciante meridionale, il sindacalista - comprenderà successivamente che il problema delle Commissioni interne è fondamentale per la costruzione di un potere sindacale e di una democrazia operaia che sa valersi anche della eredità contrattuale fascista, e porti i lavoratori ad una attivizzazione diretta senza correre il pericolo di una nuova burocratizzazione sindacale, e di una degenerazione «particolaristica» dell’azione sindacale. Di Vittorio tenterà, dapprima, appena avvenuta la liberazione dell’intero territorio nazionale, la strada delle grandi agitazioni e dei grandi accordi nazionali, riuscendovi e contribuendo (del che non tutti gli industriali e i borghesi gli daranno merito) a ristabilire un ordine: un ordine che avrebbe dovuto consolidarsi attraverso l’attuazione della Costituzione repubblicana. Ma alla formulazione di quell’articolo 39 egli non concordò con chi, come me, voleva le rappresentanze unitarie elette da tutti i lavoratori, iscritti e non ai sindacati, e non previde che, un giorno, sarebbe stato difficile provare il numero degli iscritti, specie realizzandosi la fin d’allora prevista pluralità sindacale. Questa mancata concordanza ha concorso a ritardare l’attuazione dell’articolo 39 e ha permesso, dopo la scissione del ‘48, l’indebolimento del potere sindacale dei lavoratori. Man mano, s’era resa più evidente l’intenzione di molti datori di lavoro di valersi della scissione e dell’anticomunismo per tentare i sindacati concorrenti (CISL e UIL) sul piano delle trattative separate. Certo che, date le origini e la «forma mentis» di Di Vittorio, rimane incomprensibile la sua adesione alla contrattazione aziendale, che spezza l’unità di azione tra i lavoratori delle aziende di uno stesso settore produttivo. La contrattazione aziendale può essere più propria a chi, seguace della «Quadradegimo anno», vuole il passaggio dal contratto di salario al contratto di società. E’ stato un ripiegamento, quello di Di Vittorio su tale questione, dovuto - ne sono persuaso - a necessità più che a convinzione. E l’ultimo periodo della «vita sindacale» Di Vittorio, a veder bene, si incentra nella sua attività parlamentare, membro autorevole della Commissione del lavoro, non attorno ai tavoli delle trattative sindacali. L’accordo nazionale sul «conglobamento» del giugno 1954 lo trova tagliato fuori dalla conclusione finale. Gli industriali hanno avuto buon gioco nell’allontanarlo. E da parte industriale si assecondò ormai ogni tentativo per respingere l’«intervento giuridico» nelle questioni sindacali. Meglio, per ora, regolare i lavoratori sul terreno dei rapporti di forza. La verità è che i lavoratori sono oggi più temuti per la «scheda» che non per lo «sciopero»: di qui il dramma finale del sindacalista Di Vittorio. Egli sentì di dover ritornare ad essere, come agli inizi, apostolo di una coscienza fra i lavoratori, per restituire con l’unione e con la solidarietà, una forza al sindacato e fare del sindacato una scuola. Ricominciare da capo. Per questo hanno particolare valore le ultime parole pronunciate a Lecco. Egli che aveva pur contribuito coi grandi accordi sindacali del ‘45, ‘46, ‘47 a determinare una forza sindacale, per un errore di valutazione, per un eccesso di fiducia in una CGIL incrollabile, è ormai costretto ad agire più che sul terreno specificamente sindacale su un terreno di competizioni elettoralistiche per le votazioni delle Commissioni interne. Egli deve perciò proporsi di sostituire a un diminuito «potere sindacale», un sufficiente «potere politico», e ricominciare da capo, propagandando idee per rifare una coscienza sindacale ai lavoratori, per ottenere che a una attivizzazione sindacale si accompagni una attivizzazione politica. Di Vittorio è stato «sindacalista» per vocazione. Aveva fiducia in sé e nei lavoratori. Accade però al sindacalista, come può accadere al politico, di compiere l’errore di non proporzionare gli strumenti secondo i tempi. Lo strumento che rende al massimo in un certo momento può rendere molto meno successivamente, e allora il problema sta nel munirsi di altri strumenti di scorta per far continuare la marcia al movimento sindacale e operaio. La scomparsa di Di Vittorio coincide con una fase critica del movimento sindacale italiano; e per un certo aspetto la aggrava. Ma la sua lezione sta nel dirci che solo attraverso l’azione congiunta, anche se distinta, degli strumenti sindacali e politici si potrà superare l’attuale fase critica. L’esperienza vissuta da Di Vittorio lo può ben insegnare.

Articoli da «Rassegna Sindacale» nel trigesimo della morte di Di Vittorio_ Riccardo Lombardi

Solo chi aveva conosciuto Di Vittorio prima dell’emigrazione poté misurare lo sviluppo che le qualità umane, politiche e culturali accumulate durante la giovinezza avevano subito attraverso le lotte e i cimenti della lunga cospirazione. Avevo conosciuto Di Vittorio nell’inverno del 1926, immediatamente dopo la promulgazione delle leggi eccezionali, allorché, colpito da mandato di cattura era nascosto nella casa di mia madre attendendo il suo turno per l’espatrio clandestino; e in quel tempo portava impresse e direi parlanti in tutto il suo essere le caratteristiche dell’agitatore di razza. Chi lo rivide nel 1945 non tardò ad accorgersi che l’agitatore sindacalista era divenuto un grande capo politico. Colpiva siffatta trasformazione, anche negli aspetti esteriori (ma quanto significativi!) della parlata e nell’aspetto fisico che andava assumendo quella composta espressione di forza cosciente e controllata che mi richiamava suggestivamente la figura di Pietro nell’affresco di Masaccio all’Annunciata.
Questa sua maturata qualità di capo politico, trovò nella grande campagna di preparazione, di impostazione e di sviluppo del “Piano del lavoro” l’occasione e, insieme,  l’ambiente più congeniale per offrire la massima misura di sé. A chi ritorna col pensiero a quegli anni, del resto recenti, ma arricchito dall’esperienza di tutto ciò che in fatto di organica politica, economica e di tentativi di pianificazione, si è discusso, fatto e soprattutto non fatto in Italia, può, oggi, apparire ovvio l’impegno assunto allora dalla CGIL sotto l’impulso preminente di Di Vittorio; cioè quella via può apparire come dettata naturalmente dalle cose e perciò non necessitante alcuna lotta politica di fondo. A tal punto taluni fondamentali criteri di politica economica democratica sono divenuti oramai perfino banali.
Ma così non era attorno agli anni ’49-‘5O: sicché il lancio del Piano del lavoro, come politica capace di impegnare l’intera classe operaia, i contadini e gli strati sfruttati dei ceti medi, rappresentò una vera e propria scelta politica, la conclusione di una difficile e a lungo incerta lotta politica. Chi ne volesse la prova, potrà trovarla nel fatto che quei problemi di indirizzo e di metodo senza la cui soluzione preventiva la politica del Piano di lavoro sarebbe stata letteralmente impossibile, sono stati a lungo, e sono in parte ancora, all’ordine del giorno di altri movimenti operai nazionali nei paesi capitalistici, e ne costituiscono ancora in vario modo la problematica.
Ai tanti che ancor oggi vedono in quella politica un mero espediente sia pur geniale per “forzare” una situazione di chiusura per la classe operaia quale si era verificata dopo il 1948 (e sarebbe già non piccolo merito), o come una trovata trasformistica per rovesciare un corso politico scarsamente redditizio, si può offrire, come tema di riflessione la difficile lotta che la CGIL con alla testa Di Vittorio sostenne non solo prima ma anche dopo l’adozione della politica del Piano, per giustificarla e raccomandarla innanzi a tutto il movimento operaio internazionale. Basta rileggere il dibattito intervenuto al congresso sindacale mondiale di Vienna per ricavarne la misura e l’importanza della scelta fatta dal movimento sindacale unitario italiano. Basta ancora confrontare i dibattiti intervenuti nei due ultimi congressi nazionali della CGT francese (e specialmente nel penultimo) con quelli dei congressi confederali italiani (Napoli e Roma) sul problema, appunto, della adozione da parte dei sindacati operai di una linea di politica economica accanto alla tradizionale politica rivendicativa, perché appaia in tutta la sua chiarezza la posizione di avanguardia, e in certo momento addirittura di punta, assunta dalla CGIL.
Non credo di indulgere alla commozione, che suscita in me il ricordo di una collaborazione intensa nel momento forse più felice e produttivo della travagliata vita di Di Vittorio, se affermo che senza di lui quella scelta e quella politica non sarebbero state possibili. Certamente esse risultarono da un concorso di contributi assai diversi e distanti: ma colui che rese organici quei contributi, che li ridusse alla ragion comune del movimento operaio, che li impose ai riluttanti e ai diffidenti gettando generosamente sul piatto della bilancia il peso di una ineguagliata autorità morale, prima ancora che politica, fu Giuseppe Di Vittorio.
Quando nel marzo 1950, al convegno sul Piano del lavoro, nel teatro romano delle Quattro Fontane, nel pieno della guerra fredda e della offensiva padronale e governativa contro il movimento operaio, si videro economisti, studiosi, sindacalisti, parlamentari, ministri in carica di ogni parte venire a “fare i conti” col movimento sindacale unitario e con la CGIL, apparve chiara a tutti la straordinaria fecondità di quella iniziativa. Fu un trionfo, anche personale, per Di Vittorio, per la tenace volontà, per la straordinaria capacità di lavoro che erano riuscite a mettere l’organizzazione unitaria dei lavoratori all’avanguardia dello sviluppo democratico nazionale.
Il nome di Di Vittorio perciò resta legato intimamente a quello che fu forse l’esperienza più produttiva e il momento più felice del movimento sindacale italiano, esperienza per altro ancora assai lontana dal potersi dire esaurita. Anche qui perciò Di Vittorio ci ha lasciato una eredità, non solo di memorie, che tocca a noi non disperdere e far fruttificare.

Articoli da «Rassegna Sindacale» nel trigesimo della morte di Di Vittorio_ Ferruccio Parri

Di Giuseppe Di Vittorio conservavo da giovane l’immagine un poco convenzionale del sindacalista rivoluzionario. Qualche contorno più preciso alla sua fisionomia poteva darmelo la sua origine: pugliese anch’egli come Salvemini, con quella forza istintiva e generosa che trascinava noi dietro il nostro maestro di Molfetta, con quella dirittura d’animo di sorgiva così direttamente popolana. Ed era di Cerignola. Sapevo cosa era Cerignola: quelle stamberghe lercie sulla strada fangosa, quella tradizione millenaria di fatiche e di stenti stampata sui visi della povera gente. Un lungo grido, una invocazione disperata alla giustizia sorge da quegli stracci, da quella miseria, da quella condanna all’ignoranza. Chi sorge a difenderla reca incisa in fondo all’anima la più antica, la più saggia, e la più amara, parola d’ordine della società umana: justitìa jundamentum regni.
Questo Di Vittorio un poco mitologico lo conobbi più da vicino dopo la Liberazione, quando le vicende politiche m’obbligarono a trattare con la neonata organizzazione sindacale dei problemi di vita e di lavoro del 1945. Anno di angustie materiali terribili. La povera gente domandava da mangiare e da coprirsi, specialmente nel Mezzogiorno. Un Governo moderno e democratico avrebbe dovuto considerare il sindacato, più che come collaboratore, come strumento e compartecipe, anche naturalmente delle responsabilità.
“O non abbiamo promesso di inserire direttamente nello Stato le classi lavorataci, di farle partecipi del proprio governo e delle responsabilità nazionali?” domandavo io agli oppositori interni della esarchia. Non si andò molti avanti. La Liberazione era già dietro le spalle, e l’ondata di ritorno ci stava già soverchiando. E poi trattai con Di Vittorio sforzandomi di conciliare come mediatore la grande vertenza nazionale subito risorta. I miei sforzi fallirono soprattutto per l’irrigidimento dell’ultima ora della parte padronale, che preferì accettare l’anno dopo il lodo da De Gasperi. Presi allora la misura di quell’uomo: preparato e serio, bene informato di tutti gli aspetti di una vertenza economicamente e sindacalmente così complessa; l’avrei preferito più cedevole: ma dovetti riconoscere che era giustamente fermo; caldo e persuasivo, quando sentiva che doveva trattare da uomo a uomo.
Mi disse allora e mi ripetè altra volta: “E’ difficile che voi possiate rendervi conto quale sforzo io ed i compagni della CGIL dobbiamo fare per frenare, moderare le impazienze istintive della base, contenere le agitazioni e dare ad esse obiettivi sensati”.
Le vicende politiche e personali mi tennero qualche anno lontano. Seguivo con interesse lo sforzo della Confederazione per elaborare un piano nazionale di riforme. Sentivo il danno della nostra vita politica a spaccature così nette, di dialettica e superamento così difficile, facendo io qualche rimprovero a Di Vittorio ed ai suoi compagni di non cercare più ampiamente collegamenti, e possibilità di controllo e confronto con i nostri ambienti di studio. Quando il sindacato oltrepassa il piano delle rivendicazioni salariali ha bisogno di appoggi non solo numerici.
Ma il rimprovero maggiore, di mancanza di coraggio, lo dovevo rivolgere a me stesso ed ai nostri ambienti. A noi sarebbe spettato il dovere dell’avvicinamento cordiale per una collaborazione sul piano dello studio. E questo rimorso mi rimane ora che Di Vittorio se n’e andato. Egli era fortemente impegnato, sinceramente impegnato, senza riserve mentali, nello sforzo che un Turati moderno avrebbe detto di “rifare l’Italia”.
Era ancora il sogno generoso del bracciante di Cerignola. Quale forza viene a mancare al proletariato italiano! Quando il popolo di Roma seguiva il suo carro funebre sentivo ben chiara qual’era la sorgente di quell’affetto, di quell’attaccamento, di quella ovazione spontanea. Era la ricchezza generosa dell’anima mai inaridita, la prima fonte della fiducia dei lavoratori nel combattente unicamente e sempre devoto alla loro liberazione, ed alla loro ascensione. La sua forza e la sua autorità non erano mai declinate perché non si era mai oscurato il suo vigore morale.

Ed è questa la lezione prima che egli lascia anche a noi, che ne serbiamo cara ed affettuosa l’immagine nella memoria del cuore; che egli lascia ai lavoratori: il socialismo vince se la sua spina dorsale è data dalle verità superiori ed umane delle quali deve esser portatore.

Articoli da «Rassegna Sindacale» nel trigesimo della morte di Di Vittorio_ Luigi Allegato

Per avere una idea della vita di Giuseppe Di Vittorio, quale bracciante pugliese e della sua opera di difensore dei braccianti nei primi anni della sua attività sindacale e politica, occorre riportarsi alle condizioni di vita dei lavoratori giornalieri delle campagne di Puglia all’inizio di questo secolo.
L’agricoltura pugliese fin dagli ultimi decenni del 1800 aveva raggiunto un certo grado di sviluppo con la diffusione della coltura della vite, che si era estesa man mano dalla Puglia meridionale a quella settentrionale raggiungendo i bordi del vasto Tavoliere della Capitanata. Ccrignola divenne un centro vitivinicolo di grande importanza: migliaia di ettari di terra del suo esteso agro venivano coltivati a vigneto e la conduzione era quella di tipo diretto, padronale. In conseguenza a Cerignola, come in molti altri centri pugliesi, viveva e si agitava un bracciantato foltissimo: misero ed illetterato. Era semplicemente penosa la vita dei braccianti e delle loro famiglie all’epoca in cui Di Vittorio, a sette anni e mezzo, dovette lasciare la scuola per diventare anch’egli bracciante. Il bracciante non aveva alcuna sicurezza dell’immediato domani: a sera si presentava nella piazza del paese per attendere che un padrone, o l’incaricato del padrone, giungesse per assumerlo. Quando si aveva la fortuna di venire assunti il lavoro non durava più di qualche giorno e spesso un giorno solo. Alla “piazza” la contrattazione del salario era “libera”: il padrone proponeva un prezzo per la giornata lavorativa ed il bracciante rispondeva con un altro prezzo, dipendeva dalla urgenza del lavoro e dalla quantità di lavoratori sul mercato se la contrattazione avvantaggiava l’una o l’altra parte.
Di solito la manodopera disoccupata era sovrabbondante e, persino nel maggio, quando i lavori nel vigneto sono pressanti, o in giugno, alla mietitura, il padrone finiva coll’aver ragione, poiché, anche in quei mesi di lavoro agricolo intenso, il padronato chiamava, a Cerignola frotte di braccianti “forestieri” per impedire che i salari migliorassero. La paga giornaliera di un bracciante pugliese non superava la media di 4 “carlini” (una lira e settanta centesimi). La robustezza fisica ed una certa specializzazione consentiva a pochi lavoratori di effettuare al massimo 150 o 200 giornate lavorative annue. Assegni familiari, assistenze, previdenze son cose venute dopo; allora erano assolutamente sconosciute.
Da questo rapido quadro si può avere una idea del tenore di vita dei braccianti agli inizi del secolo in Puglia ed a Cerignola. Di Vittorio era nato in una famiglia di braccianti; suo padre - ottimo lavoratore - era divenuto “curatolo”, una specie di bracciante specializzato e di fiducia, in una azienda seminativo-pastorale. Peppino ebbe
la sventura di perdere il genitore quando frequentava appena la seconda classe elementare. All’indomani della morte del padre, in casa sua non c’era un pezzo di pane; e il ragazzo dovette darsi al lavoro per aiutare
la famiglia composta da lui stesso, dalla madre e da una sorella. Se difficile era la vita del bracciante adulto, ancora peggiore era la condizione dei ragazzi adibiti ai lavori della masseria; per soli pochi centesimi di lira al giorno, si riducevano a condizione di schiavi bambini che avrebbero avuto ancora bisogno delle affettuose cure della madre. I ragazzi venivano sfruttati e maltrattati anche più degli uomini e, non di rado, bastonati da padroni e “curatoli” disumani, per costringerli a lavorare di più. Eseguivano lavori estenuanti dal primo mattino sin dopo il tramonto per mangiare a sera una scodella “d’acquasale” mal condita e dormire per terra, vestiti, su un sacco pieno di paglia a poca distanza dalle code dei cavalli. Peppino, ha fatto questa vita.
Molti si sono domandati come mai Di Vittorio, dopo le mille vicissitudini della sua vita, non avesse dimenticato di essere stato un bracciante pugliese. Si potrà dimenticare di aver esercitato una qualsiasi attività nella propria vita, ma non si potrebbe dimenticare mai di avere vissuto da bracciante pugliese ai primi del secolo. A Di Vittorio la vita di bracciante non rimase solo impressa nella memoria, insieme a tanti altri ricordi di tante altre esperienze; se il nostro Peppino per tutta la sua vita è stato così profondamente ricco di umanità, v’è da essere sicuri che tanto si deve al contatto diretto che egli ebbe colle sofferenze di questi lavoratori negli anni della sua prima giovinezza. Di Vittorio non era però di quelli che soffrono e tacciono. Di Vittorio capì giovanissimo che i lavoratori potevano liberarsi dallo stato di abbrutimento in cui erano costretti. In quel tempo, il movimento socialista nelle Puglie si andava affermando; in molte località - ad opera di elementi della piccola borghesia e dei lavoratori più progrediti - si costituivano le sezioni socialiste; nei centri bracciantili più importanti della regione si formavano le prime “Leghe Contadine” o “Leghe di Resistenza” ove i braccianti, pur attraverso le molteplici difficoltà che padroni e governanti ponevano, andavano ad iscriversi. I tempi erano duri. Giovanni Giolitti, ministro agli Interni e Presidente del Consiglio, mentre nel Nord del Paese praticava una politica che, in un certo senso, favoriva lo sviluppo delle organizzazioni operaie, nel Sud dava ordini ai prefetti di impedire con ogni mezzo il rafforzamento delle organizzazioni. Gli agrari poi delle “Leghe” non volevano neppure sentir parlare. Essi rifiutavano di aver contatti con i dirigenti della Lega non ammettendo per principio che “i cafoni” potessero trovarsi con loro, attorno ad uno stesso tavolo per trattare.
A Cerignola nel maggio del 1905 vi fu il primo sciopero bracciantile in certo qual modo organizzato. All’epoca gli scioperi dei braccianti pugliesi non potevano avere esito positivo se non si formavano picchetti di scioperanti che impedivano l’azione di crumiraggio operato specie dai “forestieri” o da elementi provocatori del luogo, comprati dal padrone. Lo sciopero procedeva compatto e con una certa compostezza, ma vi fu l’intervento della forza pubblica. Nel pomeriggio, senza che vi fosse stato un qualunque incidente di rilievo, la polizia e i soldati fecero fuoco sugli scioperanti. Molti lavoratori caddero morti sul selciato, altri vennero feriti. Di Vittorio, tredicenne, aveva partecipato a quel primo suo sciopero col massimo entusiasmo. Si trovò sul luogo dell’eccidio e per un puro caso non venne colpito. Vide attorno a sé tanti caduti e fra loro il suo più caro amico.
L’eccidio del 1905 influì non poco sull’animo del piccolo Di Vittorio. Da quel giorno Peppino prese a frequentare i locali della Lega. Qui prese i primi contatti con i problemi del lavoro. Era un ragazzo studioso ed appena aveva avuto una possibilità non mancò di acquistarsi qualche libro da leggere durante la mezz’ora di sosta, per il pasto, durante il lavoro nella masseria. Lì, alla Lega, trovava qualche cosa di più, trovava l’opuscolo di propaganda socialista, trovava il giornale che difendeva gli interessi della sua categoria. Veniva pubblicato in quel tempo un giornalino da un centesimo la copia “Il Seme” ed egli ne diventò il più assiduo lettore; il miglior commentatore del buonsenso di “Salinzucca” o delle scempiaggini di “Masticabrodo”. Il giovanissimo bracciante si distinse tanto dagli altri che nell’anniversario dell’eccidio gli venne affidato il compito di commemorare il ragazzo, suo amico, caduto. Un anno dopo, nel 1907, nasce la Federazione Nazionale Giovanile Socialista, ed a Cerignola Di Vittorio costituisce il Circolo Giovanile. Il Circolo di Cerignola ebbe uno sviluppo diverso dagli altri sorti nei diversi centri pugliesi.
Il Circolo Giovanile di Cerignola divenne ben presto il centro politico e sindacale della cittadina. Non vi fu a Cerignola lotta operaia che non avesse alla direzione effettiva, il Circolo Giovanile diretto da Di Vittorio. Peppino, sin dall’anno prima, per frequentare la Lega non potette più recarsi al lavoro nelle masserie ove il bracciante non dispone di alcuna giornata libera; non era possibile del resto raggiungere il paese dopo la giornata di lavoro in masseria: si smetteva di lavorare molto tardi e bisognava essere sul luogo di lavoro di buon mattino; la strada era lunga e mancavano mezzi di locomozione. Per queste ragioni Di Vittorio lavorava nelle vigne o negli uliveti donde poteva rientrare in paese tutte le sere; v’era però l’inconveniente di non “trovare” sempre la giornata di lavoro e rimanere per alcuni giorni disoccupato; v’era il continuo rischio di far mancare il pane in casa. In compenso lavorando nelle vigne, ora in un luogo ora in un altro, si aveva la possibilità di aver contatto con più braccianti e svolgere opera di propaganda.
La madre di Peppino era una santa donna. Sebbene inesperta ed analfabeta aveva compreso che il suo figliolo aveva qualità non comuni; ma, di fronte al più elementare dei bisogni qualche volta sarà stata costretta a richiamare Peppino alla necessità della famiglia per certe spese che il figlio faceva nell’acquisto del giornaletto o di qualche libro, spese che poteva ritenere superflue, o per la perdita di qualche giornata di lavoro che Di Vittorio utilizzava per le necessità della organizzazione. Di Vittorio doveva sapersi ben destreggiare: da una parte la famigliuola da mantenere, dall’altra i compiti di direzione di una organizzazione che contava già su alcune centinaia di iscritti e che di giorno in giorno aumentava le sue attività. Oltre ad essere stato, sin dalla adolescenza, un ottimo organizzatore, Di Vittorio fu soprattutto un educatore per i suoi compagni di lavoro.
In quell’epoca che stiamo ricordando si era diffusa in molti centri pugliesi la “malavita”. Molti giovani braccianti e di altre categorie lavoratrici vi si erano affiliati. Per taluni di loro l’appartenere alla “malavita” era in primo luogo la maniera di esprimere la propria ribellione contro lo stato di cose esistenti nel paese. Ma, nella sostanza, “l’associazione” serviva i partiti borghesi e, più in generale, gli agrari, che pagavano i suoi capi per avere a disposizione i “crumiri” ed i “mazzieri”.
Cerignola era allora uno dei centri in cui questa cancrena sociale aveva avuto maggior diffusione. Di Vittorio comprese subito il danno che tale piaga arrecava ai lavoratori ed alla società e la combatte con efficacia tra i suoi coetanei ed anche tra i più avanzati in età. Prima di Di Vittorio, al suo paese ed in altri comuni pugliesi v’erano stati scomposti e pericolosi movimenti di lavoratori: masse di braccianti disoccupati, nella stragrande maggioranza analfabeti, spinti dalla fame si agitavano senza un obiettivo preciso, senza alcun orientamento, senza guida, ora contro questi, or contro l’altro e chi venivano solitamente presi di mira erano i “forestieri” o il comune. Le agitazioni finivano di solito coll’intervento della forza pubblica, con eccidi di lavoratori: poi, venivano gli arresti e le condanne a chi aveva compiuto atti di gran lunga meno riprovevoli di quello commesso da chi aveva ordinato di sparare contro la povera gente. Di Vittorio si assunse il compito di educare alla disciplina queste masse, di formare una organizzazione e mantenerla in vita: e vi riuscì, svolgendo questo lavoro di educazione, di formazione e di organizzazione tra i suoi compagni, durante la giornata lavorativa. Il problema dei “forestieri” era molto serio. Dalle provincie più meridionali delle Puglie giungevano nel Tavoliere migliaia e migliaia di braccianti ancor più miseri di quelli del posto. Arrivavano al tempo in cui vi era un po’ di lavoro e quando si poteva chiedere la maggiorazione di una decina di centesimi sul salario della giornata lavorativa. I “forestieri” per non rimanere disoccupati si offrivano a prezzo più basso dei lavoratori locali: di qui le zuffe tra lavoratori, a colpi di coltello e di roncola, con conseguenze troppe volte letali. Occorreva convincere i compagni di lavoro di Cerignola che anche quelli che giungevano dagli altri comuni erano poveri lavoratori, i quali non trovavano lavoro nel proprio comune e si avventuravano in altri paesi per procacciare un tozzo di pane per le proprie famiglie. I “forestieri” erano anch’essi vittime dello stesso sistema politico-sociale ed il mezzo per risolvere la contesa vi era. Questo mezzo era la organizzazione degli uni e degli altri nei propri paesi di residenza; queste organizzazioni avrebbero potuto disciplinare il lavoro, imponendo ai padroni una coltivazione più razionale della terra.
A quest’opera educativa nessuno poteva riuscire meglio di Di Vittorio, il quale seppur giovanissimo veniva da tutti ascoltato, seguito, rispettato. Dopo l’imponente sciopero del 1907, che da Cerignola si propagò ad altri comuni vicini e che si concluse col pieno successo dei lavoratori, il nome di Di Vittorio valicava i confini del suo paese natale. Peppino non poteva più continuare nel suo mestiere di bracciante; la sua presenza in paese era diventata una necessità nell’interesse dei lavoratori. Il suo Circolo Socialista era divenuto tutt’uno colla “Lega dei contadini”, e l’organizzazione dei braccianti di Cerignola contava ormai migliaia e migliaia di aderenti: quel piccolo centro agricolo divenne il perno di tutto il movimento bracciantile pugliese.
Che cosa rappresenta dunque Di Vittorio per il bracciante di Cerignola, per quelli della sua Puglia, per quelli dell’Italia intiera? Per essi Di Vittorio è stato uno di loro: nato in uno dei tuguri da loro abitati, ha sofferto, come loro, la fame e l’ingiustizia, e poi li ha educati, organizzati, diretti nella lotta per migliorare le proprie condizioni di vita. I braccianti pugliesi sono fieri di aver espresso un uomo come Giuseppe Di Vittorio. Dire che essi sono addolorati per la sua perdita è dire ben poco. Ma i suoi ricordi ed i suoi insegnamenti non si cancelleranno mai dalla loro memoria.

Articoli da «Rassegna Sindacale» nel trigesimo della morte di Di Vittorio_ Louis Saillant

Nel novembre 1952, a Napoli, durante il III Congresso della CGIL, Di Vittorio ed io fraternizzavamo, così come era divenuta consuetudine tra noi sin dal 1945, quando ci conoscemmo. A questa parola: fraternità, noi ci si industriava di dare, in ogni nostro incontro, un senso vivo e corposo. Spirito di fraternità ponevamo nel lavoro che facevamo insieme; di fraternità erano colmi quei momenti di pausa nei quali lui - l’italiano - ed io - il francese - provavamo l’uno su l’altro e l’uno con l’altro la saldezza dei legami che stringono quella che noi siamo usi chiamare la grande famiglia dei lavoratori di tutto il mondo. A Napoli, dunque, cinque anni or sono, una delegazione di lavoratori napoletani, donò un magnifico ritratto - un quadro ad olio - del nostro indimenticabile compagno. - Tu, compagno Presidente, vieni appena due o tre volte l’anno nel mio ufficio della FSM, - dissi a Di Vittorio mentre ne ammiravo il ritratto - Non è bene, da parte tua…
Di Vittorio aveva immediatamente capito che io desideravo avere quel quadro che egli aveva nelle mani: rideva; e quel suo ridere gli illuminava il viso di un’espressione buona, fraterna. - Compagno segretario generale, non sarò mai detto che io abbia voluto privarti della mia presenza, qui, al tuo fianco - mi disse con aria gioiosa. E mi consegnò quel piccolo capolavoro, che oggi ha acquistato ai miei occhi un inestimabile valore.
Nei giorni che seguirono il III congresso della CGIL, quel ritratto di Di Vittorio fu collocato nel mio ufficio di Vienna. Il 6 febbraio, la polizia austriaca, come sappiamo, occupò i locali della FSM per estrometterci: così avevano deciso le forze reazionarie internazionali. Il comandante del reparto di polizia (che forse aveva imparato il suo cattivo francese durante l’occupazione nazista della Francia tra il 1940 e il 1944) mi fece comprendere che dovevo abbandonare tutti gli oggetti che si trovavano nella mia stanza di lavoro. - Che cosa fate? - mi domandò appena vide che staccavo dalla parete il ritratto di Di Vittorio. - Dato che parto io, il Presidente della FSM parte con me - gli feci ironicamente. - Questo è il ritratto del Presidente della FSM? - mi chiese lui con aria tra stupita e incredula. - E’ ben più che questo, caro signore. E’ il ritratto di un vero uomo. Queste furono le parole con cui lo lasciai, fissandolo con aria grave, per fargli comprendere l’abisso di differenza che vi era tra ciò che rappresentava lui e ciò che rappresentiamo noi. Il poliziotto girò la testa e guardò altrove, senza fierezza né arroganza: e, forse, con un po’ di vergogna.

Ho voluto raccontarvi questi ricordi, compagni che mi leggete, per due motivi, che si collegano agli insegnamenti che ci offre la vita, entusiasmante, di Giuseppe Di Vittorio, combattente proletario.
La prima ragione è che la frase che così spesso Di Vittorio pronunciava nei suoi discorsi: “La nostra causa è giusta!” è pregna di una significazione intensa. Non si tratta di un semplice volo oratorio: essa dice che la giustizia sta dalla nostra parte, che è presente in ogni attimo del nostro combattimento. E’ una frase che bisogna saper dire. Occorre, cioè, esser capaci di far trionfare l’idea che la giustizia, la semplice giustizia umana, la grande giustizia morale e sociale, sono valori di cui gli avversari della classe operaia non possono servirsi. Quando Di Vittorio proclamava: “La nostra causa è giusta!“, era un uomo, un uomo vero che gettava in viso agli sfruttatori del popolo una sfida, con la quale annunciava la loro inevitabile disfatta e la nostra immancabile vittoria.
La seconda ragione che mi ha fatto rievocare questi ricordi, è l’ammaestramento che da essi viene: vivere militando al servizio della classe operaia e di tutto il popolo è la vera scuola dove l’uomo attinge le vere forze capaci di fare di lui un vero uomo. Tale, mi pare, il maggiore insegnamento che scaturisce dalla vita di Giuseppe Di Vittorio. Un uomo, vero, vivo, a servizio di una causa giusta: ecco chi è stato colui con il quale, durante gli ultimi dodici anni, ho condiviso responsabilità grandiose in seno alla Federazione Sindacale Mondiale, quegli che tutti noi rimpiangiamo, compagni italiani. Che ognuno di noi - al proprio posto, quale che sia, nelle file del movimento operaio internazionale - abbia il desiderio ardente di perpetuare il ricordo di lui portando avanti la missione storica alla quale egli si è dato interamente, anima e corpo. Così Giuseppe Di Vittorio sarà sempre con noi, in mezzo a noi.

Articoli da «Rassegna Sindacale» nel trigesimo della morte di Di Vittorio_ Giovanni Leone

I sessantacinque anni di vita di Giuseppe Di Vittorio - stroncato il 3 novembre a Lecco da un secondo, mortale infarto cardiaco - si identificano con la dura lotta, dalle alterne vicende, delle classi operaie italiane. Perciò commemorando lui si rievoca una pagina, e tra le più significative e intense, della democrazia italiana, che, per conquistare sempre più solidità e stabilità, dev’essere non solo uno schema di precetti giuridici ma anche complesso di conquiste sociali. Se Di Vittorio puntò prevalentemente sul secondo aspetto, era chiaro che al fondo della sua concezione restava sempre viva la fedeltà all’indefettibile aspetto della democrazia politica; come, tra le tante manifestazioni del suo personalissimo temperamento, stanno a dimostrare la sua ansiosa aspirazione alla ricomposizione della unità sindacale e la sua tendenza a portare le rivendicazioni dei lavoratori da lui rappresentati su un piano sul quale, anche in via contingente, esse potessero coincidere con le analoghe aspirazioni dei lavoratori aderenti ad altre correnti sindacali.
Per questo, in naturale, spontanea e significativa convergenza, il suo nome è stato ricollegato alle memorie di Bruno Buozzi e di Achille Grandi, anch’essi caduti nella trincea ideale: il primo barbaramente trucidato dalla ferocia nazista, il secondo teso alla realizzazione delle aspirazioni operaie fino all’ultima estrema energia del suo corpo, dissoluto da un male atroce.
Il sentire che i tre nomi, legati alla storia del movimento sindacale italiano dell’ultimo cinquantennio, siano rimasti uniti nel rimpianto e nel ricordo della comune, nobilissima battaglia è certamente il momento del più alto compiacimento per lo spirito di Giuseppe Di Vittorio. L’autentica provenienza dalle classi lavoratrici - e dallo strato più umile e diseredato di esse (ricordiamo il contadino orfano e povero, strappato alle pur elementari prime nozioni della cultura: distacco dalla scuola che, come rivelerà più tardi, fu una grande amarezza, la quale, lungi dal lievitare acida ritorsione contro la cultura e gli studi, alimenterà per tutta la vita la sua sete di conoscere e di progredire nel campo della cultura) - conferiva alla sua personalità una impronta di così aperta schiettezza, di così vivo calore umano da delineare uno stampo che non sarà facile imitare o riprodurre. Anche nei momenti più acuti della lotta politica, nelle piazze come in Parlamento, la potenza dei sentimenti o l’impeto delle impostazioni politiche, nel toccare il vertice, si scioglievano in un atteggiamento umano che si poteva registrare nello stesso tono della voce e soprattutto nella larga, sorridente apertura del volto e nella invocazione commossa ad una giustizia che egli voleva promanasse non tanto dalla violenza quanto dalle sotterranee radici dello sviluppo della società.
E - per ricordare soprattutto il parlamentare, qui in quest’aula - quante volte (e furono tante!) si alzò a parlare, anche nei momenti più drammatici egli seppe contenere l’impeto della sua convinzione in un rispetto costante - costante perché profondamente sentito - per il prestigio del Parlamento e per l’autorità del Presidente. Di questo aspetto della sua personalità soprattutto occorre che il Presidente renda con riconoscenza testimonianza alla sua memoria; perché, quando la convivenza in questa Assemblea di opposte correnti politiche è garantita dalla libertà di tutti di esprimere il proprio pensiero e dal rispetto a chi è chiamato a dirigere i lavori, allora il Parlamento si presenta come l’autentico strumento di ogni progresso civile e sociale.
Egli, anche per questo aspetto, va segnalato a noi tutti perché ne possiamo continuare la tradizione, ed ai più accesi o incontinenti perché possano correggersi, come un modello di grande coscienza dell’insostituibile funzione del nostro istituto. La sua stessa oratoria, nella quale - e basterà confrontare i suoi primi esperimenti di eloquenza parlamentare con i discorsi delle due successive legislature - seppe, in forza del suo forte ingegno e della sua prodigiosa capacità di perfezionamento, raggiungere una maturità piena, resta come una testimonianza del suo attaccamento all’istituto parlamentare; perché egli, nella documentazione dettagliata talora fino al parossismo, nella lunga estensione del discorso, nell’appello alla convergenza rivolto ad altre correnti, ubbidiva ad un fine: quello di convincere, e comunque di testimoniare la buona fede della sua ispirazione.
Il suo nome resterà legato alla storia delle rivendicazioni delle masse operaie e resterà legato alla storia della nostra Assemblea. E poiché la vita di un uomo dedicata interamente alla lotta per un ideale - e nell’ultimo anno la sua vita fu un quasi consapevole olocausto alla causa - sarà sempre motivo di esaltazione per i compagni di fede e di rispetto per gli avversari, noi possiamo, nell’universale rimpianto, comporre la sua memoria nel sacrario dei più alti valori morali del nostro paese.

Discorso pronunciato alla Camera dei deputati nella seduta del 12 novembre 1957 

Newsletter giugno 2018

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