lunedì 15 ottobre 2018

“Fu una mattinata tremendissima”: 16 ottobre 1948, la Marcia della fame e la morte di Ugo Schiano




Gli anni del dopoguerra furono tra i più duri per la popolazione pistoiese. Il numero dei disoccupati salì vertiginosamente dalle 6.000 alle 12.000 unità, di cui almeno 2.500/3.000 nella zona montana, che si aggiungevano a una grave carenza dei generi di prima necessità e a un carovita galoppante. “Pane e lavoro” furono le parole d'ordine delle numerose mobilitazioni sociali, che cominciarono fin dal 1944. In una situazione economica ristagnante, con i lavori di ricostruzione che tardavano a partire e mal finanziati, quella sociale divenne l'emergenza prioritaria.
Il protagonismo di ingenti masse popolari attivato dalla Resistenza si esprimeva in un'elevata disponibilità all'azione per migliorare le proprie condizioni di vita e cercare di dare impulso a scelte di cambiamento. Gli attori in campo, i prefetti, i sindaci, i carabinieri, la Confindustria, la Camera del lavoro della CGIL unitaria, i grandi partiti come la DC, il PCI e quello socialista, ed il CLN fino al 1946, si trovarono costantemente impegnati un un'opera di mediazione che cercò di contenere la carica esplosiva della disperazione, trovando accordi e soluzioni di tamponamento, con il sindacato che si fece carico delle richieste generali della popolazione riconducendo la conflittualità all’interno delle proprie strutture.
La situazione più critica era in montagna, dove le uniche attività in grado di garantire l'occupazione erano le cartiere de La Lima, i traballanti lavori di ricostruzione ma soprattutto la SMI, al fabbrica della famiglia Orlando, pesantemente compromessa con il fascismo e che guidava il fronte intransigente padronale insieme alla Confida nelle campagne. E fu proprio in conseguenza di una mobilitazione dei disoccupati della montagna che il 28 gennaio 1947 si giunse al primo grande sciopero generale della provincia.
Il 1947 si chiuse con la rottura delle trattative sul contratto dei metallurgici, che a Pistoia il 29 dicembre provocò l'invasione della sede della Confindustria da parte degli operai della San Giorgio, per la quale vennero denunciate 12 persone e che suscitò una veemente reazione degli industriali. Il Prefetto, Festa, ne prese spunto per lanciare un’offensiva contro il movimento sindacale. In Valdinievole l’8 gennaio iniziava uno sciopero generale, partito da Pescia e legato al problema della disoccupazione. La prefettura colse l’occasione per ordinare 15 arresti – fra cui 5 donne – arbitrari, per evitare una possibile agitazione generalizzata dei lavoratori della provincia. L’improvvida mossa provocò però esattamente quello che voleva evitare. Di fronte agli arresti, la CGIL non poté che dichiarare un nuovo sciopero generale provinciale, durante il quale vennero realizzati numerosi blocchi stradali di protesta. Nella frazione di Bonelle lo scontro si radicalizzò. Un reparto della Celere insieme a 50 carabinieri caricò i dimostranti che bloccavano l’autostrada, che resistettero. La parola passò alle armi, con la polizia che aprì il fuoco e l’invio di due autoblinde. Alla fine restarono feriti in 12, sei per parte. L’indicente destò grandissima impressione e l’Avanti titolò: «La Celere adoperata contro gli scioperi. A Pistoia i tedeschi tornati contro i partigiani». Era il segnale di un deciso cambiamento nella gestione dei conflitti sindacali.
Tra maggio ed agosto del 1948 la SMI annunciò progressivamente l’intenzione di procedere al licenziamento di 500 persone. L’atteggiamento della proprietà era inamovibile. Ne seguì una lunga vertenza, che dette al Prefetto una nuova possibilità di colpire, faziosamente, il sindacato dopo la scissione della componente cristiana. Un primo tentativo di “Marcia della fame” dalla montagna verso il capoluogo venne vietato dal Questore l’11 settembre. Con la ratifica dei licenziamenti, dal 20 settembre le maestranze della SMI entrano in sciopero a oltranza. Il 4 ottobre, di fronte al muro aziendale, si cercò di cambiare tattica, facendo entrare a lavorare tutti i lavoratori, licenziati e non. Per reazione, il 6 ottobre la SMI attuò la serrata, di concerto con le autorità che fecero occupare lo stabilimento dalle forze dell’ordine.
In questo clima, si arrivò a quella fatidica mattina del 16 ottobre 1948, che molti decenni dopo Natalino Lucarelli, uno dei manifestanti che vi rimasero feriti, ancora ricordava come «tremendissima». La CGIL tentò una riedizione della “Marcia della fame” vietata a settembre. Le autorità bloccarono le strade che portavano a Pistoia, ma le famiglie della montagna passarono per i sentieri boschivi, arrivando a Capostrada, da dove mossero verso il centro cittadino. Alle 11:15 gli operai della San Giorgio entrarono in sciopero di solidarietà e si diressero verso il centro. Come sempre, l’intenzione era quella di inviare una delegazione dal Prefetto e di svolgere una manifestazione che dimostrasse con i numeri la forza delle classi popolari. In città si formò un corteo imponente di 5.000 persone, aperto dalle donne. Ma quando la testa arrivò in piazza San Leone, sede della Prefettura, trovò ad accoglierla un cordone della Celere posto a difesa del palazzo. Per la prima volta il Prefetto si rifiutò di ricevere la delegazione sindacale dei dimostranti. Anzi la polizia tentò di disperdere la manifestazione, iniziando una violenta carica con lanci di lacrimogeni. I manifestanti dapprima arretrarono, poi si rifecero avanti lanciando sassi. Dopodiché fu il caos. Nel parapiglia la parola passò di nuovo alle armi. La polizia aprì il fuoco. A terra, nella strada dietro alla piazza, rimasero tre feriti per colpi di arma da fuoco, Natalino Lucarelli, Sergio Poli – il cui fratello era stato fucilato dai fascisti alla Fortezza Santa Barbara il 31 marzo 1944 – e Ugo Schiano, esanime.
Sergio Poli anni dopo ricordava così quanto avvenne: «La Celere bloccava ogni passaggio, cominciarono i primi tafferugli, manganellate, bombe lacrimogene, il fumo che accecava. Anche la piazza del mercato dove la gente faceva acquisti era sotto tiro. La cosa si fece grave quando fecero eco le scariche dei mitra, prima in aria, ma qualcuna però ad altezza d’uomo. In quel momento io mi trovavo accanto a Ugo, fu un attimo, il tempo di qualche parola e fu la fine di una giovane vita.  Io, gravemente ferito, all’ospedale in un momento di risveglio vidi tutti presso di me… Accanto, il mio amico Schiano, il suo respiro lento e profondo. Chiesi “perché a lui non gli fate niente?” La risposta fu “lui è morto!”».
Due giorni dopo ci fu il funerale. Sempre Natalino ci ha lasciato una testimonianza di quella plumbea mattina: «Fu fatta la camera ardente al Sindacato, la CGIL, che all’epoca era in via Bozzi e da lì, il lunedì 18 ottobre, partì il corteo funebre. Più che un funerale fu un’immensa manifestazione, per quel giorno fu indetto lo sciopero generale in Toscana. Al trasporto c’erano tante persone con le bandiere rosse e le autorità. I compagni della Camera del Lavoro, Valdesi segretario della Camera del Lavoro, il Sindaco Corsini ed era arrivato da Roma Roveda della FIOM nazionale che fece l’onoranza funebre. Partì il corteo, il feretro fu portato in spalla dai compagni di lavoro, seguiva una fila lunghissima e arrivò a Valdibure dove fu celebrata la messa e sepolto al cimitero».

Stefano Bartolini
Fondazione Valore Lavoro

domenica 7 ottobre 2018

In marcia!, di Ilaria Romeo

“Assisi, 24 settembre 1961: settecento anni sono passati da quando il più umile e il più grande figlio dell’Umbria, Francesco, lanciava da questi colli, all’Italia e al mondo, il suo messaggio di umana fratellanza, di amore per la vita e le sue creature”. 
E’ l’inizio della cronaca della prima Marcia per la pace. Con il commento di un cronista d’eccezione: Gianni Rodari. 
Sfileranno quel 24 settembre di cinquantasette anni fa circa 20.000 persone tra cui  Norberto Bobbio, Renato Guttuso, Italo Calvino.
“Aver mostrato che il pacifismo, che la non violenza, non sono inerte e passiva accettazione dei mali esistenti, ma sono attivi e in lotta con un proprio metodo che non lascia un momento di sosta nelle solidarietà che suscita e nelle non collaborazioni, nelle proteste, nelle denunce aperte, è un grande risultato della Marcia”, dirà a conclusione dell’esperienza il suo ideatore Aldo Capitini.
“Le parole non potranno mai esaltare la bellezza, il vigore di questa marcia”, aggiungerà Renato Guttuso.
C’è nel corteo gente d’ogni condizione sociale: nomi illustri ed oscuri, deputati, contadini, scrittori, studenti, artisti, dirigenti sindacali, gente comune. Giungono delegazioni da Palermo, Trento, Cosenza, Pescara, Torino, Genova, Milano, Messina, Taranto. Si marcia, si ride, si canta. Le bandiere hanno il colore dell’arcobaleno.
Ricorderà qualche tempo dopo lo stesso Capitini: “I frati di Santa Maria degli Angeli erano impressionati la mattina (così dissero ad una signora) dellarrivo di tanta gente rossa: quando videro quei popolani visitare i luoghi, interni al convento, dove visse San Francesco, e alcuni anche ascoltare la messa, si tranquillizzarono. Non vi fu un ubriaco. Cerano canti: un cantatore barbuto, il musicista Fausto Amodei, insieme con altri cantava canzoni della serie di Cantacronache, tra cui il canto di pace di Italo Calvino Dove vola lavvoltoio, e strofette suggerite lì per lì da Franco Fortini.
Il Movimento Nonviolento fondato all’indomani della prima Marcia (una mozione conclusiva riassume così i suoi obiettivi: cessazione degli esperimenti nucleari di ogni genere, disarmo universale, aiuto reciproco tra i popoli, alleanza di tutti gli uomini che vogliono la pacerifiuterà di rendere annuale la sua periodicità per evitare - si disse - di trasformarla in uno stanco rituale: la seconda Marcia (1978, Mille idee contro la guerra) sarà organizzata in occasione del decimo anniversario della morte di Capitini, mentre la terza (1981, Contro la guerra: a ognuno di fare qualcosa) avverrà per commemorare il ventesimo anniversario della prima. 
Seguiranno fino al 2016 altre 19 marce, di cui due (una il 16 maggio 1999 contro guerra in Kossovo, e una il 12 maggio 2002 per la pace in Medio Oriente) straordinarie.
Il 2 ottobre 1988 (V Marcia per la Pace) si marcerà per unEuropa non violenta, il 1º novembre 1992 (VII) contro la mafia, la corruzione e la violenza, il 14 ottobre 2001 (XIV) per il cibo, l’acqua, il lavoro per tutti. Ancora per l’Europa nel 2003 (XVI), per un’altra cultura nel 2010 (XIX), contro la rassegnazione e l’indifferenza nel 2016 (XXII).
A settant’anni dalla firma della Dichiarazione universale dei diritti umani, a cento anni dalla fine della prima guerra mondiale e a cinquant’anni dalla scomparsa di Aldo Capitini l’Italia che resiste si dà appuntamento il 7 ottobre lungo la strada che conduce da Perugia ad Assisi non per chiedere, ma per fare paceper dimostrare che esiste un altro paese ed un’altra cultura con radici profonde nei principi e nei valori della nostra Costituzione e nella difesa delle democraziaun’Italia che pensa, ragiona e sa scegliere il campo dove stare: quello dei diritti umani universali, della solidarietà, dell’accoglienza e della pace.
GUARDA IL FILM della prima marcia con la regia di Glauco Pellegrini, voce e commento di Gianni Rodari

mercoledì 29 agosto 2018

LA CGIL NEL NOVECENTO - NEWSLETTER AGOSTO 2018

2 agosto 1980, Bologna, 38 anni fa la strage

4 agosto 1974, cronache dall’inferno dell’Italicus

Volevano “seppellire la democrazia sotto una montagna di morti”

Il sonno della ragione genera mostri. Agosto, il mese delle stragi

Il 6 agosto 1968 appare sul settimanale «Tempo» la rubrica di Pasolini 'Il caos'. “Perché ho accettato di scrivere per “Tempo” la presente rubrica? – si chiede lo stesso Pasolini – É una domanda che faccio a me stesso, più che per rispondere preventivamente a coloro, che con simpatia o con antipatia, me la porranno. Ci sono molte ragioni: la prima è il mio bisogno di disobbedire a Budda. Budda insegna il distacco dalle cose (per dirla all’occidentale) e il disimpegno (per continuare con il grigio linguaggio occidentale): due cose che sono nella mia natura. Ma c’è in me, appunto, un irresistibile bisogno di contraddire a questa mia natura” (sul numero 39 del 21 settembre, Paolini pubblicherà all’interno della rubrica una "Lettera al Presidente del Consiglio" Giovanni Leone sulla contestazione alla Mostra del Cinema di Venezia e sulla repressione del Movimento studentesco)

Il 6 agosto 1978, dopo 15 anni di pontificato, muore Paolo VI. Viene eletto al soglio pontificio il Patriarca di Venezia, Albino Luciani, che sceglierà di chiamarsi Giovanni Paolo I, diventando il primo papa della storia ad avere un doppio nome. Il suo pontificato però durerà appena 33 giorni e la sua morte - avvenuta all’improvviso nella notte del 28-29 settembre - sarà un evento inatteso e scioccante per la Chiesa cattolica. Il 16 ottobre il cardinale polacco Karol Wojtyla sarà eletto papa con il nome di Giovanni Paolo II. È il primo pontefice non italiano dai tempi di Adriano VI (1522–1523): il suo sarà il pontificato più lungo della storia, dopo quelli di San Pietro e Pio IX

7 agosto 1947: accordo interconfederale sulla disciplina delle Commissioni interne, più restrittivo del patto Buozzi-Mazzini del 1943

8 agosto 1956: a Marcinelle in Belgio l’incendio di un pozzo della miniera di carbon fossile di Bois du Cazier causa la morte di 262 minatori, tra i quali 136 italiani

L’11 agosto 1892 nasceva a Cerignola (Foggia) Giuseppe Di Vittorio. Lo abbiamo ricordato così...

16 agosto 1924, viene rinvenuto nei pressi di Roma, a Riano, il cadavere di Giacomo Matteotti, rapito e ucciso dai fascisti due mesi prima

16 agosto ’24, ecco il corpo di Matteotti. Su quel delitto nasce il regime fascista

21 agosto: il giorno che a Praga finì la primavera

21 agosto 1964 muore a Jalta Palmiro Togliatti

23 agosto, undici anni senza Bruno Trentin

Guarda la mostra Bruno Trentin, dieci anni dopo disponibile - in italiano ed in inglese - attraverso la piattaforma Google Arts & Culture

Perché lavorare per la CGIL e nella CGIL non è un mestiere come un altro... ricordando Bruno Trentin

Il 25 agosto 1989 viene ucciso a Villa Literno (in provincia di Napoli) Jerry Essan Masslo, rifugiato sudafricano di 29 anni

26 agosto 1950: entra in vigore la legge n. 860 sulla tutela delle lavoratrici madri, fortemente voluta dalla segretaria generale della FIOT-CGIL Teresa Noce


SE TE LO FOSSI PERSO

E' on line la mostra BiblioMarx. Edizioni italiane, a cura dell’Archivio storico CGIL nazionale e della Fondazione Gramsci, con il contributo delle fondazioni Giangiacomo Feltrinelli e Lelio e Lisli Basso.
La mostra è disponibile in italiano ed in inglese ed è resa fruibile attraverso la piattaforma tecnologica Google Arts & Culture, sviluppata da Google - disponibile sul web da laptop e dispositivi mobili, o tramite l’app per iOS e Android - per permettere agli utenti di esplorare opere d’arte, documenti, video e molto altro di oltre 1.000 musei, archivi e organizzazioni che hanno lavorato con il Google Cultural Institute per trasferire in rete le loro collezioni e le loro storie. PER VEDERE LA MOSTRA: https://artsandculture.google.com/exhibit/jwKCjgqQEyRmKw

Per la Formazione a distanza è on line il corso Bruno Trentin, l’utopia quotidiana, disponibile per tutti attraverso la piattaforma web dedicata http://fad.cgil.it/.
Il percorso formativo si apre con un video-intervento del segretario generale Susanna Camusso che spiega obiettivi e finalità del corso; seguono un’introduzione, 8 moduli tra di loro indipendenti (➭ I primi anni; ➭ Il rientro in Italia, la Resistenza e l’ingresso in Cgil; ➭ Il sindacato dei consigli; ➭ La politica contrattuale; ➭ La formazione permanente; ➭ Il sindacato dei diritti, della solidarietà e del programma; ➭ Il lavoro, la conoscenza e l’organizzazione del lavoro; ➭ Il sindacato, la politica e l’Europa), due focus (Focus 1: L’ultimo discorso: precarietà e lavoro e Focus 2: Dallo Statuto alla Carta dei diritti) e un’importante appendice documentaria. Per maggiori informazioni: http://www.rassegna.it/articoli/bruno-trentin-lutopia-quotidiana-lultimo-nato-in-cgil.

giovedì 23 agosto 2018

Perché lavorare per la CGIL e nella CGIL non è un mestiere come un altro, di Ilaria Romeo

Il 29 novembre del 1988 Bruno Trentin viene eletto segretario generale della CGIL.

Il primo atto della sua Segreteria è la Conferenza programmatica di Chianciano nell’aprile successivo. Trentin rompe gli indugi e illustra il suo progetto, avanzando l’ipotesi di una nuova CGIL, sindacato dei diritti, della solidarietà e del programma ed avviando un processo di autoriforma che proseguirà con la Conferenza di organizzazione di Firenze del novembre 1989 ed il Congresso di Rimini del 1991 per concludersi nel giugno 1994 a Chianciano con la seconda Conferenza programmatica della Confederazione.

“Un rinnovamento dei gruppi dirigenti della CGIL e del loro metodo di lavoro – affermava Trentin nell’aprile 1989 – è possibile e necessario: io avverto questo problema come il compito principale che mi incombe […] Ma non aspettatevi da me un rinnovamento degli uomini separato da un rinnovamento delle politiche, del programma, e della strategia della nostra organizzazione. E non aspettatevi da me il ruolo di un mediatore fra fazioni. Sono e rimarrò, credo, fino alla mia morte, uno dei pochi o dei molti illusi che ritengono che il rinnovamento dei gruppi dirigenti cammina con la coerenza delle idee, con l’assunzione delle responsabilità, con il coraggio della proposta e del progetto. E ciò, proprio perché sono convinto che presto o tardi, con la forza delle idee e delle proposte anche le forze culturalmente minoritarie di oggi, se dimostrano coerenza e rigore, possono diventare maggioranza domani ed essere davvero il futuro della nostra organizzazione […] C’è bisogno, specialmente oggi, di una deontologia del sindacato che dia credibilità e certezze ai lavoratori e che lanci ai giovani che vogliono cimentarsi con questa prova il messaggio che lavorare per la CGIL e nella CGIL non è un mestiere come un altro, ma può essere, può diventare una ragione di vita”.

Del resto già nel 1957 affermava Giuseppe Di Vittorio nel suo ultimo discorso al convegno dei dirigenti e degli attivisti della Camera del Lavoro di Lecco: “La nostra causa è veramente giusta, serve gli interessi di tutti, gli interessi dell’intera società, l’interesse dei nostri figliuoli. Quando la causa è così alta, merita di essere servita, anche a costo di enormi sacrifici […] Lavorate sodo, dunque, e soprattutto lottate insieme, rimanete uniti. Il sindacato vuol dire unione, compattezza. Uniamoci con tutti gli altri lavoratori: in ciò sta la nostra forza, questo è il nostro credo. Lavorate con tenacia, con pazienza: come il piccolo rivolo contribuisce a ingrossare il grande fiume, a renderlo travolgente, così anche ogni piccolo contributo di ogni militante confluisce nel maestoso fiume della nostra storia, serve a rafforzare la grande famiglia dei lavoratori italiani, la nostra CGIL, strumento della nostra forza, garanzia del nostro avvenire. Quando si ha la piena consapevolezza di servire una grande causa, una causa giusta, ognuno può dire alla propria donna, ai propri figliuoli, affermare di fronte alla società, di avere compiuto il proprio dovere”.

Nel giugno 1994 si chiude a Chianciano la seconda Conferenza programmatica della CGIL.  Bruno Trentin lascia la direzione della Confederazione, “quella CGIL che conosco bene – affermerà nuovamente – e di cui lascio la direzione con un sentimento di infinita riconoscenza […] un sindacato di donne e di uomini che si interroga sempre sulle proprie scelte e anche sui propri errori, che cerca di apprendere dagli altri per trovare tutte le energie che gli consentano di decidere, di agire, ma anche di continuare a rinnovarsi, di dimostrare con i fatti la sua capacità di cambiare e di aprirsi a tutte le esperienze vitali e a tutti i fenomeni di democrazia che covano ora e che covano sempre nel mondo dei lavoratori”.

In un messaggio di saluto non meno famoso affermava Luciano Lama nel 1986: “Compagni, non abbiate paura delle novità, non rifiutate la realtà perché vi presenta incognite nuove e non corrisponde a schemi tradizionali, comodi ma ingannevoli, non rinunciate alle vostre idee almeno finché non ne riconoscete altre migliori! E in quel momento ditelo! Perché un dirigente sindacale è un uomo come gli altri e se in quel momento gli altri lo riconosceranno capiranno anche gli errori. So bene che questo metodo comporta anche il rischio di pagare dei prezzi, ma non c’è prezzo più alto che la verità: in una grande organizzazione, pluralistica e complessa nella ideologia e nella condizione culturale e sociale dei suoi stessi aderenti, il libero confronto, il coraggio delle proprie posizioni sono lievito indispensabile, un contributo al miglioramento delle politiche, alla ricerca collettiva della strada giusta. Io stesso nei momenti di scelta ho fatto molto discutere, anche in preparazione di questo Congresso, e di ciò mi si è talvolta mosso rimprovero. Ma il mondo del lavoro non è un corpo separato, esso è parte essenziale della società, una forza popolare che esprime volontà, alimenta speranze, plasma coscienze. E tanto più il nostro disegno diventa ambizioso e il cambiare riguarda noi e l’intera società, tanto più dobbiamo sentire su di noi incombere l’obbligo di essere chiari con noi e con gli altri, anche per conquistare altri ceti e forze alle nostre idee, ai nostri programmi. Innalzare intorno a noi, in nome di una asettica purezza, una sorta di cordone sanitario significherebbe condannare alla sterilità ogni sforzo di cambiamento, e una vera politica alternativa di sviluppo che garantisca lavoro ai giovani e alla gente del Sud presuppone cambiamenti così profondi nell’uso delle risorse e nel governo del Paese da esigere, con un libero confronto, una vasta ricerca di convergenze e di sforzi”.

“Ecco perché abbiamo bisogno di affrontare in modo completamente diverso il problema della rappresentanza del sindacato – dirà nel 2006 Bruno Trentin nel suo ultimo discorso pubblico – Non si tratta di organizzare un sindacato dei precari, di accettare come fatali delle divisioni che si stanno incrostando nella società, si tratta di assumere come dato centrale i problemi della persona e di costruire su questi problemi una nuova solidarietà. Non è l’aumento salariale uguale per tutti, che fa parte di un’altra epoca e corrisponde a un’estrema varietà di situazioni professionali e salariali, che può risolvere il problema. Non sono le 35 ore uguali per tutti di fronte a una enorme diversità di situazioni che vanno dal laboratorio scientifico alla catena di montaggio. Tanto è vero che su queste parole d’ordine che abbiamo cercato a volte di sposare non siamo riusciti a costruire un minimo di solidarietà fra i lavoratori cosiddetti tradizionali occupati e i giovani in modo particolare senza professionalità esclusi da una capacità di contrattare il loro inserimento nel lavoro. No la nuova solidarietà non si costruisce più sul salario uguale o sull’orario uguale perché le persone sono diverse, perché le persone sono delle entità assolutamente inconfondibili con altre, ecco perché soltanto sui diritti individuali noi possiamo immaginare di costruire una nuova solidarietà e una nuova rappresentanza del sindacato basata su questa solidarietà. Una rappresentanza non più di ceti, di classi, ma di individui che nel sindacato attraverso un’esperienza solidale diventino persone coscienti, capaci di decidere e di ritrovare nei diritti degli altri il sostegno alla singola battaglia loro. Si tratta oggi, come per gli immigrati, di rompere le barriere, i ghetti, quelli dei centri di prima accoglienza come quelli delle case lavoro o degli ospedali dei cinesi a Prato. Tutte forme e sotto forme di oppressione dell’individuo, della persona, di negazione di una libertà di scelta individuale. Solo cosi è possibile, io credo, liberare la persona da una solitudine che nega la sua libertà perché nega il suo rapporto con gli altri”.

sabato 4 agosto 2018

Agosto, il mese delle stragi. Un articolo di Ilaria Romeo


Negli anni ’70, agosto è il mese delle ferie e del tutto chiuso. E’ il mese del ritorno dei migranti italiani verso le loro radici, ma è anche il mese delle stragi: quella del treno Italicus del 4 agosto 1974, della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (sempre ad agosto - si dice - doveva scattare il golpe di Edgardo Sogno).

Attorno all’una del mattino del 4 agosto 1974, all’uscita dalla galleria degli Appennini, nei pressi della stazione di San Benedetto Val di Sambro (Bologna), un ordigno ad alto potenziale esplode nella quinta vettura del treno Espresso 1486 Italicus diretto a Monaco di Baviera, determinando la morte di 12 viaggiatori e il ferimento di moltissimi altri.

Il 9 agosto si svolgono - a Bologna - i funerali di Stato. Piazza Maggiore è affollata. I carri funebri arrivano alla Basilica di San Petronio. Tra le autorità presenti, Enrico Berlinguer e Amintore Fanfani. In aereo giunge anche il Presidente della Repubblica Giovanni Leone (GUARDA IL VIDEO).

Tre delle vittime sono cittadini stranieri, nove le vittime italiane. L’ordigno pone fine anche alla vita di tre membri della famiglia Russo di Merano, che si stava recando a Ferrara per le cure di cui aveva bisogno il figlio quattordicenne Marco. Ultima vittima accertata, Silver Sirotti, ferroviere conduttore delle Ferrovie dello Stato, insignito di medaglia d’oro al valor civile alla memoria per aver tentato di soccorrere i viaggiatori coinvolti nella strage.

Secondo le testimonianze di due agenti di polizia presenti sul posto: “Improvvisamente il tunnel da cui doveva sbucare il treno si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato assordante. Il convoglio, per forza di inerzia, è arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti. Nella vettura incendiata c’era gente che si muoveva. Vedevamo le loro sagome e le loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente poiché le lamiere esterne erano incandescenti”.

“Avrebbe potuto essere una strage spaventosa, uno dei più apocalittici massacri che una mente criminale abbia mai ordito - scriverà il 14 agosto Mario Doplicher su Giorni. Vie Nuove - La bomba era disposta su un treno che correva in una notte afosa d’agosto trasportando quasi mille persone; come camera di scoppio era stata scelta la galleria dell’Appennino, che con i suoi diciotto chilometri e mezzo avrebbe moltiplicato e ingigantito gli effetti dell’esplosione; […] invece, per fortuna, il treno, come spesso accade d’estate, è in ritardo, e all’1.23, quando avviene lo scoppio, la quinta vettura - una carrozza delle ferrovie tedesche su cui era stato sistemato l’ordigno - si trova a soli cinquanta metri dall’uscita della galleria. Così, grazie alla forza d’inerzia il treno riesce a raggiungere la stazioncina di San Benedetto Val di Sambro con una sola carrozza in fiamme”.

La strage, purtroppo, si consuma pochi anni dopo.

Il 2 agosto 1980 alle 10 e 25, nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, affollata di turisti e di persone in partenza o di ritorno dalle vacanze, un ordigno a tempo, contenuto in una valigia abbandonata, viene fatto esplodere causando il crollo dell’ala ovest dell’edificio.

E’ il più grave atto terroristico avvenuto in Italia nel secondo dopoguerra: nell’attentato rimangono uccise 85 persone, oltre 200 i feriti. La più piccola tra le vittime è Angela Fresu, aveva tre anni e veniva da Montespertoli, sulle colline attorno a Firenze; il più anziano è Antonio Montanari, aveva 86 anni e aspettava l’autobus sul marciapiedi davanti alla stazione. Una strage spaventosa, per usare le parole de l’Unità del giorno successivo.

“Bologna capace d’amore, capace di morte” reagisce con prontezza ed orgoglio trasformandosi in una gigantesca macchina di assistenza per le vittime e per i familiari.

Simbolo della commossa partecipazione l’Autobus n. 37, pronto soccorso improvvisato poi diventato carro funebre usato per trasportare i morti dalla stazione all’obitorio.

Diversamente dagli altri rotabili storici, in segno di riguardo e di grande considerazione affettiva, l’autobus non è mai stato formalmente dismesso e tutt’oggi - seppur non circolante - resta immatricolato e targato come a quel tempo. Sempre più protagonista delle commemorazioni, lo scorso anno era stato riportato in Piazza Medaglie d’Oro, quest’anno sarà in corteo.

Il 6 agosto, giorno dei funerali, la città onora le sue vittime con una grande manifestazione in Piazza Maggiore cui partecipano circa 100 mila persone. Ancora prima dei funerali si svolgono numerose manifestazioni a testimonianza della immediata reazione della città: la sera del 2 agosto è indetta una manifestazione in Piazza Maggiore; il 4 agosto 30-40 mila persone si ritrovano nella stessa piazza (GUARDA IL VIDEO).

Ai funerali (non tutti i parenti delle vittime vollero il funerale di Stato: solo sette saranno le bare presenti nella chiesa di San Petronio) partecipano il presidente della Repubblica Sandro Pertini e il sindaco di Bologna Renato Zangheri, gli unici a ricevere gli applausi della folla. “Signori, non ho parole -  dirà Pertini parlando con i giornalisti -, siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia”. 

Il 17 agosto l’Espresso uscirà con un dossier sulla strage per il quale Renato Guttuso realizzerà un quadro a cui darà lo stesso titolo che Francisco Goya aveva scelto per uno dei suoi Caprichos : “Il sonno della ragione genera mostri”.  Una frase da non dimenticare e sulla quale riflettere, oggi più che mai!

mercoledì 1 agosto 2018

Bruno Trentin

Vittima di una banale caduta in bicicletta, nell’agosto 2006 Bruno Trentin viene ricoverato in gravi condizioni all’ospedale di Bolzano. Morirà esattamente un anno dopo, il 23 agosto 2007, stroncato da una polmonite resistente alla terapia antibiotica. “Esprimo il dolore mio e di tutta la Cgil per la scomparsa di Trentin – dirà l’allora segretario generale della confederazione Guglielmo Epifani –. Bruno ha rappresentato in tutto il dopoguerra un punto di riferimento fondamentale nella lotta per la democrazia, l’uguaglianza sociale e per i diritti del mondo del lavoro. Si può dire che non c’è pagina nella storia della Cgil e del movimento sindacale italiano in cui non sia stato protagonista. Il Piano per il lavoro, la programmazione economica, la centralità del Mezzogiorno, le lotte operaie dell’autunno caldo, la stagione del sindacato dei diritti, gli accordi fondamentali del ’92 e del ’93 […]. Bruno lascia una lezione di grande rigore morale, coerenza e autonomia difese con intransigenza, di attenzione ai valori sociali e di difesa del valore della confederalità. A lui deve molto non solo la Cgil, ma l’insieme del movimento dei lavoratori, le forze politiche del Paese e le altre organizzazioni sindacali, verso le quali ebbe sempre una grande attenzione unitaria a partire dall’esperienza dei metalmeccanici”.

Dal verbale della Brigata Carlo Rosselli redatto a Milano nell’aprile 1945 alle dimissioni dalla carica di segretario generale della Cgil; dalla corrispondenza con Antonio Giolitti dopo la vicenda ungherese del 1956 all’autunno caldo e alla stagione del sindacato dei consigli; dall’8 settembre 1943 al Congresso di scioglimento del Pci nel 1991, i documenti che abbiamo selezionato e riprodotto ci restituiscono un Trentin sotto certi aspetti inedito, raccontandoci di un uomo riservato e a volte schivo, dall’immensa personalità e carica umana: “A molti poteva apparire, di primo acchito, come un aristocratico, un raffinato intellettuale, chiuso nella sua torre d’avorio – ha detto di lui Bruno Ugolini, giornalista, per lunghi anni cronista sindacale all’Unità –, ma era lo stesso uomo che nell’autunno caldo affrontava tempestose assemblee operaie e a volte rischiava di buscare i bulloni in testa”.

La CGIL nel novecento_newsletter OTTOBRE

29 settembre - 1° ottobre 1906: al primo Congresso di Milano nasce la Confederazione generale del lavoro (CGdL)  LE...