mercoledì 31 luglio 2019

Newsletter luglio 2019







I NOSTRI SPECIALI






  
NE CONSIGLIAMO LA LETTURA




venerdì 28 giugno 2019

La CGIL nel novecento_newsletter giugno 2019




6 giugno - Nell’arco breve di poche ore l’anno scorso ci lasciavano Giacinto Militello, già segretario nazionale della Cgil e Pierre Carniti, segretario generale della Cisl. Li abbiamo ricordati così: Militello e la passione per il cambiamento; “Ridurre l’orario di lavoro”, l’ultima battaglia di Pierre Carniti

Il fondo personale di Bruno Trentin conserva una fitta corrispondenza tra Salvemini, Bruno, Franca e Giorgio Trentin. Nell’aprile del 2009, Iginio Ariemma pubblica all’interno del volume Bruno Trentin tra il partito d’azione e il partito comunista, edito dall’Ediesse, un vero gioiello conservato presso l’Archivio storico Cgil nazionale: una lettera di Bruno Trentin a Gaetano Salvemini del 14 ottobre 1952. Si tratta di una lunga missiva che trae spunto da un articolo su Il Mondo del professore, amico di suo padre e che Bruno aveva conosciuto a New York nel 1947, sul caso Angelo Tasca, accusato di doppiogiochismo e che Salvemini invece assolve e giustifica, al contrario di Bruno e dei suoi fratelli. Nella lettera, Trentin, oltre a contestare la posizione di Salvemini su Tasca, illustra la sua visione della Resistenza

Il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti, deputato e segretario del Psu (Partito socialista unitario, il partito di Filippo Turati e Claudio Treves), viene rapito sul lungotevere Arnaldo da Brescia a Roma e ucciso. Il suo corpo sarà ritrovato il 16 agosto nelle campagne fuori Roma





I NOSTRI SPECIALI



mercoledì 12 giugno 2019

Anna Frank avrebbe compiuto 90 anni, il suo diario simbolo di una vita


Il 12 giugno 2019 Anna Frank avrebbe compiuto 90 anni.
E’ invece morta di tifo a soli 15 anni nel febbraio 1945 nel lager di Bergen - Belsen.
Ebrea tedesca, si era rifugiata con la famiglia ad Amsterdam nel tentativo di salvarsi dalle persecuzioni della Germania nazista.
Lì per due anni scrisse un diario, divenuto simbolo della Shoah.
Nella prefazione alla edizione del 1959 (Arnoldo Mondadori Editore, traduzione di Arrigo Vita) scriveva Natalia Ginzburg:

“Il diario di Anna Frank ha inizio nel giugno 1942. Nel giugno ‘42, la sua vita presenta ancora qualche rassomiglianza con la vita d’una qualunque ragazzina dell’età sua. Ma siamo ad Amsterdam, l’Olanda è in mano ai tedeschi da due anni; e le S.S. vanno per le case cercando gli ebrei. A tredici anni appena compiuti Anna conosce e parla con estrema naturalezza il linguaggio dei perseguitati: sa che lei e i suoi debbon portare la stella giudaica, che non possono frequentare locali pubblici, che non possono prendere il tram. Dall’invasione tedesca ‘i bei tempi sono finiti’, scrive Anna nel suo diario; ma ‘finora per noi quattro è andato discretamente bene’. La guerra, le privazioni alimentari, i tedeschi e il pericolo, tutto questo Anna nel giugno ‘42 può ancora dimenticarselo ogni tanto, e vivere abbastanza gioiosamente mangiando gelati, volteggiando in bicicletta, flirtando con i compagni, studiando la mitologia greca; fino al giorno in cui tutta la famiglia Frank si trasferisce nell' ‘alloggio segreto’, per sfuggire ai tedeschi e tentare di salvarsi. Dopo la lettura del diario di Anna e della breve nota che lo conclude (gli abitanti dell' ‘alloggio segreto’ non si sono salvati), questo ‘alloggio segreto’ con le sue scale e scalette e le stanze buie dai fitti tappeti e i massicci mobili d’ufficio mischiati alle masserizie, ci sta davanti con una forza ossessiva, come una grande trappola: per due anni, la famiglia Frank, la famiglia Van Daan e il dentista Dussel vi hanno abitato senza uscirne mai, senza mai affacciarsi alle finestre, visitati soltanto dai fedeli amici che conoscono il segreto dello scaffale girevole, che portano dall’esterno cibo, libri, notizie; vi hanno abitato raschiando e cucinando patate, litigando, ascoltando la radio inglese, fra alternative di paura e speranza; ossessionati dalle privazioni alimentari, dalla noia, dai mille problemi d’una forzata clausura; in questa attesa di adulti snervati che un nulla fa trasalire, Anna è venuta a trovarsi con i suoi propri problemi di ragazzina che cresce e che si trasforma, inevitabilmente sentendosi soffocare fra la mancanza d’aria libera e questi monotoni discorsi d’adulti; sentendosi incompresa e abbandonata a se stessa, con la sua propria paura e la sua propria noia, fra la noia e la paura degli altri. Nel diario, ora si lamenta con quella voluttà di lamentarsi che è propria degli adolescenti, ora critica aspramente i sistemi di educazione dei suoi (‘non mi trattano mai in modo uguale’). Ora è in rotta con i suoi e con gli altri abitanti dell’ ‘alloggio segreto’, le sembra di odiare sua madre e ne è stupefatta, ora, di nuovo docile e allegra, di colpo, riconciliata con l’esistenza, torna a far parte della piccola comunità e il suo diario è di nuovo fedele cronaca quotidiana, è il giornale di bordo di questa nave immobile nel centro di Amsterdam, che naufraga lentamente senza saperlo. Anna ha un’intelligenza penetrante e precoce; un occhio critico a cui non sfugge nulla. Ha il dono dell’ironia, la facoltà di raccontare cogliendo le cose nella loro sostanza. Nelle sue mani, il diario diventa dunque lo specchio fedele della vita di questa piccola comunità in clausura: una comunità ben definita e riconoscibile in ogni suo particolare sociale, individuata con costante freschezza; a nessuno è risparmiato l’aspro giudizio di Anna, eppure tutti appaiono nella loro sostanza umana più indifesa e pietosa, e li sentiamo così vicini a noi che a lungo li seguiamo col pensiero oltre le pagine del diario, nei campi dove sono morti. Sono ebrei benestanti, che hanno avuto in passato una vasta rete di affari e di conoscenze, e abitudini di vita piacevole e comoda: e tuttavia né tali abitudini né il denaro li hanno provveduti di quella sicurezza, di quel senso di stabilità cieca e incrollabile che è proprio di chi appartiene al loro stesso gruppo sociale, perché gli ebrei della Mittel-Europa hanno nel sangue il senso della persecuzione, del terreno malfermo, del pericolo. Irrequieti e dolenti anche nei tempi sereni, essi si adattano senza fatica alla condizione più disagiata e pericolosa; dolendosi, ma senza stupore, ritrovando forse nelle loro più antiche memorie vetrine di negozi infrante, quartieri devastati e incendiati. Ma questo adattamento alla miseria o al pericolo, è nella famiglia di Anna e nei suoi amici Van Daan l’unica forza: perché essi hanno poi tutta l’infantilità, tutto il puerile attaccamento alle cose futili che è proprio di chi è spinto nel pericolo senza una vera coscienza responsabile, senza una fede. E l’insofferenza di Anna per quanti la circondano proviene forse proprio da questo, senza che lei stessa se ne renda conto chiaramente: lei, sola bambina tra adulti, si sente in verità la sola adulta, la sola che in qualche modo si disponga a morire: la sola che cerchi nel pensiero della morte qualcosa che non sia puramente orrore o pena: la sola che cerchi di guardare oltre a sé, che spinga il proprio pensiero fuori della monotona vicenda di speranza e paura: la sola che cerchi nella propria storia un significato universale. Il libro di Anna Frank, noi lo leggiamo sempre tenendo presente la sua tragica conclusione; senza poterci fermare a quei precisi momenti che vi son raccontati, ma sempre guardando oltre, sempre cercando di figurarci quel campo di Bergen Belsen, dove Anna è morta, e quegli otto mesi che ha trascorso là, prima della morte, certo penosamente ricordando l’ ‘alloggio segreto’, l’idillio con il ragazzo Peter, i gattini, le feste per i compleanni, le amiche Elli e Miep che fino all’ultimo han rischiato la vita per la salvezza di lei e dei suoi; tutto questo, mentre leggiamo, ci sta davanti così come Anna deve averlo rievocato in quegli otto mesi, tutti i due anni del’ ‘alloggio segreto’ così come saranno riapparsi a lei e agli altri quel mattino sul camion, fra i tedeschi che li portavano via, quei due anni strappati ai tedeschi e vissuti a insaputa dei tedeschi, di frodo, quei due anni che hanno consentito ad Anna Frank di scrivere il suo diario. “E’ un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità”. Così scrive Anna, pochi giorni prima che i tedeschi irrompano nell’ ‘alloggio segreto’; e sono parole come queste, sono pagine come queste che fanno del suo diario qualcosa di più d’un semplice documento umano; sono pagine come queste che ci fanno tornare a questo libro vincendo la pietosa emozione che ci dà l’innocente e garrula voce a cui fu imposto silenzio. Di questa voce, noi serbiamo nella memoria la vibrazione fiduciosa e serena, la bontà coraggiosa che ha superato la morte”.

La politica antiebraica italiana provocherà tra emigrazioni, fughe, uccisioni e deportazioni un calo della popolazione ebraica del 48%.
Se si considera solamente il tasso dei morti tra l’inizio del regime della Rsi e dell’occupazione tedesca e la fine della guerra (settembre 1943 - aprile 1945) la perdita rappresenta il 22,5%. 
Citando Primo Levi “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare” e “le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.


giovedì 30 maggio 2019

Luciano Lama nei ricordi di Sergio Flamigni

A pochi giorni dalle elezioni europee ricordiamo Luciano Lama attraverso le parole - attualissime - di Sergio Flamigni, partigiano, parlamentare del Partito comunista italiano dal 1968 al 1987, membro delle Commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro, sulla Loggia P2 e Antimafia, pronunciate in occasione del primo anniversario della morte (il documento è custodito dall’Archivio storico CGIL nazionale, Fondo Luciano Lama, secondo versamento).

“Ho pensato - dirà nell’occasione Flamigni - che il modo migliore, per me, di ricordare Luciano, fosse quello di testimoniarvi il percorso che lo portò alla Segreteria generale dell’appena ricostituita Camera del lavoro di Forlì. Per chi - studioso, storico, ricercatore - volesse impegnarsi in una biografia di Luciano; o studente, volesse elaborare una tesi di laurea su Luciano; ed anche per mantenere viva la storia fra di noi, ho pensato di ovviare alla lacuna formale esistente e di rendere una testimonianza ufficiale da mettere agli atti”.

“Ho conosciuto Luciano Lama nel 1944 - racconta Flamigni - durante la guerra di Liberazione, in un momento difficile e di riorganizzazione della Resistenza in Romagna. In aprile le brigate partigiane attestate sulla zona montagnosa della nostra Provincia, pur infliggendo perdite ai nazifascisti, avevano subito una dura sconfitta militare ed erano state scompaginate dal rastrellamento compiuto da reparti fascisti e da una divisione delle SS tedesche che portava il nome di Hermann Goering, uno dei più autorevoli gerarchi nazisti che alla fine del conflitto è poi stato processato e giustiziato dal tribunale di Norimberga per crimini di guerra. Negli organi dirigenti clandestini del Pci si era discusso molto delle cause di quella sconfitta, dei rimedi da adottare. Ricordo una riunione svolta a San Leonardo con l’intervento di un compagno del Comando generale delle Brigate Garibaldi dove venne deciso di svolgere un nuovo lavoro politico e organizzativo per estendere la lotta partigiana su tutto il territorio romagnolo. Furono stabiliti i nuovi criteri dell’organizzazione dei partigiani in montagna, formando l’8ͣ Brigata, comandata da Pietro Tabarri. Era presente a quella riunione anche il compagno Arrigo Boldrini che fu incaricato di organizzare nel basso ravennate la 28ͣ Brigata Gap. Nelle campagne e nelle città di Forlì, Cesena e Rimini doveva essere costituita la 29ͣ Brigata Gap. Venne preposto a comandante della costituenda Brigata, Umberto Caselli di Cesena, affiancato dal sottoscritto quale commissario politico. Assieme ad altri compagni che avevano esperienze di azioni militari dei Gap, ci buttammo anima e corpo nel nuovo lavoro. Dovevamo compiere una selezione severa nel formare i quadri e i combattenti della nuova organizzazione. Recuperare gli sbandati, educarli alla disciplina per rendere l’organizzazione impenetrabile al nemico, guidare le nuove reclute a procurarsi le armi e a compiere azioni militari. Fu allora che, tramite i regolari collegamenti dell’organizzazione, Luciano Lama chiese di venire con noi per combattere i tedeschi e i fascisti. Toccò a me esaminarne la biografia. Ci eravamo dati la regola che prima di ammettere nei ranghi uno nuovo, dovevamo esaminarlo attentamente, assumere tutte le informazioni possibili. A presentarmelo e a garantirlo fu uno che conoscevo come un bravo comunista, un ferroviere, amico e collega del padre di Luciano. L’incontro avvenne lungo un grande fosso, in mezzo ai campi di grano, nei pressi di San Leonardo; era presente anche un altro compagno. Parlammo a lungo. Rispose a tante domande. Man mano che parlava e raccontava, conquistava la mia simpatia. Notai che avevamo le stesse aspirazioni ideali di libertà e giustizia sociale, gli stessi gusti culturali che si nutrivano di umanesimo; mi parlò delle sue letture dei romanzieri sociali francesi e inglesi, della sua ammirazione per gli scrittori russi Tolstoj, Dostoevskij, Gogol. Mi disse che aveva studiato scienze sociali a Firenze ed aveva potuto leggere un compendio del capitale di Carlo Marx in tedesco e difatti conosceva bene il tedesco. Luciano mi faceva sentire la nostalgia per gli studi interrotti dall’invasione tedesca. Negli anni ‘41, ‘42, ‘43 feci parte di un gruppo di giovani studenti e operai antifascisti che coi propri risparmi avevano messo insieme una biblioteca clandestina contenente anche libri di autori proibiti dal fascismo. Un giovane operaio portò in dote alla biblioteca il primo volume del capitale di Marx che era riuscito a sottrarre alla biblioteca comunale. Nei giorni festivi ci riunivamo e discutevamo sulle nostre letture. Quanta sete di libertà e quanta utopia vi era nelle nostre discussioni giovanili. Con la stessa sete di libertà e con gli stessi orizzonti di utopia mi capiterà di discutere con Luciano e con tanti altri compagni della nostra Brigata sulla società futura che avremmo costruito in Italia dopo la cacciata dei nazifascisti. In quell’incontro Luciano mi disse che aveva saputo da poco che il fratello Lelio era stata fucilato a Stia, assieme a numerosi partigiani fatti prigionieri dai tedeschi durante un rastrellamento in montagna; parlava angosciato e si capiva che oltre alle ragioni politiche e ideali per combattere i nazifascisti aveva quel conto aperto e pesante da regolare. Ebbi quindi la certezza che sul piano ideale e politico Luciano era dei nostri, anche se non aveva militato in nessun partito e poteva entrare nella Brigata. Passammo quindi a trattare delle sue esperienze militari. Era ufficiale di complemento dell’esercito, ma disse subito che non aveva mai sparato un colpo in combattimento e che la sua istruzione militare era limitata alla vita di caserma e non serviva alla nostra strategia. L’8 settembre 1943 era in servizio a Borello di Cesena, al comando di un reparto di reclute da addestrare che aveva appena indossato la divisa militare e non erano in grado di fronteggiare i tedeschi. In accordo con i compagni di Cesena prese la decisione di sciogliere il campo e di consegnare tutte le armi e le vettovaglie al comitato antifascista, armi che furono trasportate in montagna e servirono per le prime formazioni partigiane. Alla chiamata della Repubblichina di Salò non si presentò e iniziò la sua vita clandestina. Sotto falso nome, in accordo con un professore antifascista dell’Università di Firenze, sostenne la tesi su Le case coloniche della mezzadria in Romagna. La laurea gli sarà consegnata con il suo vero nome, solo dopo la Liberazione, dal Rettore Piero Calamandrei. Ai primi di dicembre ‘43 i compagni di Ronta lo aiutarono a raggiungere i partigiani in montagna. Gli fu affidato il comando di una compagnia di una ventina di partigiani di stanza a Ridracoli. Il comandante della Brigata era un ex ufficiale di carriera, inesperto di guerriglia, per cui le forze non venivano impegnate a dovere. La compagnia di Luciano compì solo qualche azione con mine sulle strade contro autocarri. Arrivò l’inverno con tanta neve che cancellava i sentieri e costringeva all’immobilità. Nel febbraio ‘44 Luciano si ammalò di broncopolmonite e poiché il medico della Brigata non aveva le medicine per curarlo, il commissario politico decise che avrebbe dovuto scendere in pianura e ritornare dopo la guarigione. A guarigione avvenuta venne a cercare noi, anche se era più difficile che in montagna condurre la lotta in un territorio sempre più occupato dai tedeschi, dove scorazzavano le bande nere in cerca di antifascisti e renitenti alla leva, dove cresceva il numero dei deportati nei campi di concentramento nazisti, cresceva il numero degli antifascisti arrestati e incarcerati, aumentavano i fucilati, gli impiccati per rappresaglia contro le azioni della guerriglia. Così Luciano Lama entrò nella nostra Brigata, diventò Gappista, prese come nome di battaglia Boris (era un amante della musica lirica e in particolare gli piaceva il Boris Godunov di Musorgskij) e con quel nome svolse importanti compiti dell’organizzazione militare. Da quel momento dividemmo assieme sacrifici e risultati, atti temerari e paure, rischi e soddisfazioni. In diverse occasioni scampammo alla morte quasi per miracolo e quando penso alle tante volte che la fortuna ci ha assistito mi sembra che dovessimo la sopravvivenza a qualcosa di misterioso. In certe notti calde d’estate, quando il nostro letto era la terra in mezzo ai campi di grano, mentre eravamo sdraiati sotto le stelle, è capitato di interrogarci sul significato della vita. Vedevamo la morte mietere vittime ogni giorno in misura maggiore. Eravamo nel mezzo di una guerra e tante altre ve ne erano state, ma ci sembrava che gli uomini non avessero imparato nulla dalla storia. Tante cose ci sembravano assurde, il razzismo innanzitutto. L’umanità ci appariva dominata da meccanismi che uccidevano i sentimenti di umanità. Alla base vi erano le leggi economiche del grande capitale e del grande profitto, la possessività, la sete di potere, l’imperialismo. Il grande problema ci sembrava quello della liberazione dell’umanità da quei meccanismi: era questo il comunismo che noi sognavamo là sotto le stelle […] Mi permetto di ricordare alcune azioni compiute assieme a Luciano e che egli amava ricordare perché erano state incruente, erano riuscite senza causare vittime. Ha scritto Lama: «Devo dire francamente che la lotta armata, quando è necessaria per grandi motivi ideali e sociali, bisogna farla e la feci, ma non rimpiango quei tempi di ferro, anche se furono i più formativi per il resto della mia vita […] Uccidere un uomo, in quelle condizioni di scontro feroce, può essere inevitabile e bisogna farlo e si fa, ma l’atto in sé resta ripugnante. Ricordo le prime volte, la nausea fisica che mi prendeva, pur avendo coscienza di avere adempiuto ad un dovere inderogabile e volontariamente assunto». In questo brano trovo l’eco di riflessioni che ci siamo scambiati in quei momenti duri e difficili vissuti assieme. La nostra scelta di lottare per la libertà era stata una scelta innanzitutto morale. Per noi etica e libertà coincidevano. Vi era un tema su cui mi piaceva confrontarmi con lui, un tema etico, filosofico, quello del rapporto tra coscienza critica e libertà. Ci dicevamo che un uomo può essere libero se sa usare della sua coscienza critica, del suo spirito critico, se riflette per avere coscienza di quello che fa e perché lo fa; solo così può essere se stesso; un uomo è libero se sa essere se stesso. Ricordo l’azione dei primi di agosto ‘44 alla Sita, l’azienda dei trasporti. I compagni che lavoravano alla Sita ci fecero sapere che l’azienda doveva mettere a disposizione per le sei del mattino del giorno dopo gli autobus con i relativi autisti per deportare in Germania centinaia di lavoratori catturati in operazioni di rastrellamento. Nella tarda serata quando tutti gli autobus erano rientrati ai depositi vi fu l’intervento dei Gap. Mentre all’esterno facevamo la guardia, Luciano, all’interno dei depositi, munito di un grosso martello e di scalpello causava gravi guasti ai motori degli autobus. Appena tutti gli automezzi furono resi inutilizzabili ci ritirammo in campagna, nei nostri rifugi. Un’altra azione che Luciano amava ricordare fu l’assalto alle carceri di Forlì. A seguito di un’azione di guerriglia in cui erano stati uccisi due graduati tedeschi, il comando di piazza tedesco aveva predisposto la fucilazione per rappresaglia di tutti i detenuti politici rinchiusi nel carcere di Forlì. L’esecuzione era fissata per le 16 del pomeriggio. Il CLN informò il Comando della 29ͣ alle 11 del mattino chiedendo di intervenire per liberare i detenuti. Condizione preliminare per predisporre qualsiasi piano era acquisire informazioni aggiornate sulle forze da fronteggiare, sulla disposizione delle celle in cui erano rinchiusi i nostri compagni e amici detenuti. Luciano si offrì per compiere la perlustrazione necessaria. Conosceva un dirigente della Banca commerciale che era amico del direttore del carcere, lo andò subito a trovare e si fece accompagnare in carcere dal direttore. Intanto io e una staffetta raggiungevamo in bicicletta elementi dei Gap e alcuni anche delle Sap della città e delle località più vicine come Vecchiazzano e San Martino in Strada. Chiedevamo di trovarsi armati e con la bicicletta per le 13 in un punto dell’aeroporto: una voragine causata da una bomba ad alto potenziale. Arrivò anche Luciano che ci portò le notizie precise, aveva potuto visitare il carcere. I politici erano rinchiusi nell’ultimo braccio e per arrivarci bisognava impadronirsi del corpo di guardia all’entrata, attraversare cortili e bracci disarmando 18 guardie in tre tappe successive. Mentre due compagni corsero a vestirsi da fascisti perfezionammo il piano. Bisognava agire dopo le 14, l’ora del cambio del turno delle guardie. Decidemmo che Luciano non partecipasse, per evitare il rischio di ritorsioni sul suo amico che l’aveva accompagnato in carcere. Alle 14.30 circa partimmo alla spicciolata in bicicletta, all’avventura, verso il carcere. Eravamo tredici, una compagna e dodici compagni. Una passeggiata con il cuore in gola, una fila che si serrava più si avvicinava al carcere, con in testa due in divisa da fascisti delle M M, armati di mitra e seguiti subito da un giovane. A breve distanza dalla portineria del carcere i primi tre lasciarono le biciclette, il giovane si tolse la giacca e si pose in mezzo ai militi, era tutto scapigliato, lacero, con la camicia strappata. Uno dei militi si affacciò alla feritoia della portineria e ordinò perentorio: «Aprite, aprite, abbiamo catturato un capo partigiano, un mascalzone criminale». Appena la porta si aprì i falsi militi disarmarono le due guardie di servizio e gli altri partigiani occuparono la portineria richiudendo la porta. Uno prese servizio davanti allo sportello con feritoia vestendo berretto e giacca della guardia carceraria. Poi l’azione proseguì secondo i piani. Disarmammo tutte le guardie, liberammo 36 detenuti politici, ne approfittarono anche due comuni, due scopini che prestavano servizio nel braccio dei politici. E’ un film che mi passa ancora oggi davanti agli occhi. Man mano che i secondini, sotto l’intimazione delle armi aprivano le celle, i detenuti sciamavano via, sembrava volassero, era talmente veloce il movimento dei loro piedi che sembrava non toccassero il pavimento. Chiudemmo le 18 guardie e il personale del carcere nelle celle e portai con me le chiavi. Tutto si svolse senza sparare un colpo. Alla sera quando rividi Luciano a San Leonardo, dove aveva sede il comando della Brigata, gli raccontai come era andata, mi abbracciò e disse: «E’ stata, è un’opera d’arte che ci appartiene e ci apparterrà per tutta la vita». Per me era la conferma che fino allora se avevamo salvato la pelle era perché dovevamo creare quell’opera d’arte e altre ancora. Come la creatività è una grande forza che sta dentro all’artista, mi sembrava che dentro di noi avessimo una grande forza che ci salvava la pelle, ci conservava la vita per realizzare grandi cose, belle e buone. Tra un’azione e l’altra discutevamo molto di politica, con i nostri gappisti. Discutevamo anche di rivoluzione. Le vittorie dell’Esercito Rosso venivano esaltate per nutrire la speranza di una rapida fine della guerra. Era un modo anche per non pensare ai rischi mortali che correvamo. Quando Lama ha scritto che quegli anni di ferro sono stati i più formativi per il resto della sua vita, certamente si voleva riferire anche al grande valore della partecipazione popolare realizzata nella guerra di Liberazione qui, nella nostra Romagna. Ritorno a un passo da lui scritto: «La Resistenza è stata una vera epopea, scritta da giovani coraggiosi, nella storia d’Italia; ma il suo valore sta nell’azione di massa, nel moto popolare che esprimeva. Ogni singolo fatto d’armi, per quanto fosse segno di abnegazione dei partecipanti, contiene per me quasi sempre - presso a sé - un fondo di crudeltà, una fatale contraddizione con il senso dell’umanità che non sono mai riuscito a superare del tutto. Questo è stato, in fondo, il dramma segreto che ho intimamente vissuto in quel periodo, ogni volta che la lotta ci costringeva ad uccidere. Lo feci sempre come un doloroso dovere, con una sorta di ripugnanza ricorrente e mai definitivamente vinta». Vi è qui sottolineato il valore di massa della Resistenza. […] la nostra Brigata era cresciuta e aveva raggiunto i 380 effettivi; alla Brigata avevamo dato il nome di un martire antifascista cesenate, Gastone Sozzi, un dirigente comunista condannato dal tribunale speciale e poi ucciso dai fascisti nel carcere di Perugia. Era cresciuto anche il Pci che in Romagna era il principale animatore della Resistenza. Anche Luciano si considerava un comunista e un giorno mi manifestò l’intenzione di iscriversi. Gli espressi soddisfazione e dissi che avrei subito provveduto. Quando l’indomani ne parlai a Zanelli, nome di battaglia Giovanni, segretario della federazione del Pci, questi mi chiese se lo ritenevo in grado di dirigere i sindacati dopo la Liberazione, di fare il segretario della Ccdl. Pensai ai compagni che svolgevano l’attività sindacale clandestina e dissi che rispetto a loro sarebbe stato il più capace, che aveva una forte personalità, che era un comunista di grande onestà e franchezza. Sapevo, perché ne avevamo parlato in Segreteria, che il CLN era d’accordo perché il Sindaco di Forlì fosse designato dal Pci nella persona di Franco Agosto, il prefetto dal PdA nella persona dell’avv. Bruno Angeletti, il segretario della Ccdl dal Psi che però non aveva una persona adeguata. Il segretario del Psi era un commerciante, che riteneva già troppo gravoso il suo lavoro. Giovanni pensava di risolvere il problema confidando sulla disponibilità di Luciano di fare il socialista e mi chiese perciò di concordare un incontro con Boris. Della proposta di Giovanni, Luciano non sembrava entusiasta, ma lascio la parola a quanto scritto da Luciano stesso: «Io gli risposi che ero di idee comuniste, anche se non iscritto. Giovanni insisté: ero laureato, partigiano ed ex ufficiale antifascista, non rigidamente operaio e poi le differenze fra Pci e Psi erano minime, dopo la Liberazione le forze socialiste si sarebbero unificate». Luciano era combattuto, ci teneva ad affermare le sue idee comuniste. Io ero perché lui accettasse, anche perché non vedevo tra i comunisti che conoscevo (militavo nel Pci da quasi tre anni) uno più capace di lui ad assolvere quell’incarico e gli dissi: «L’importante è essere comunisti dentro e soprattutto per un comunista è importante quello che si fa nell’interesse dei lavoratori». Come finì lo dico con le parole di Luciano: «Accettai dunque e ciò ebbe un valore decisivo per la mia vita» […] Un uomo è libero se sa essere se stesso Questa è la lezione, l’insegnamento che ci ha lasciato Luciano. Egli è stato un uomo libero e coraggioso, nemico del conformismo, un uomo franco nel propugnare le proprie convinzioni e nel rispettare quelle degli altri quando erano espresse democraticamente. Credo di non sbagliare se dico che Luciano nella Resistenza ha imparato a fare le scelte giuste, ad essere guida di se stesso, ad essere molto esigente con se stesso, che non ha avuto paura del cambiamento, ma è stato sempre un combattente per realizzarlo. Così ha saputo dare un grande significato alla sua vita e diventare guida per grandi masse di lavoratori”.

mercoledì 29 maggio 2019

Newsletter maggio 2019

Primo maggio, I racconti dei loro primi di maggio nelle testimonianze di Oreste Lizzadri, Luciano Lama e Vittorio Foa

9 maggio, Quarantuno anni fa, l’Italia perdeva Aldo Moro e Peppino Impastato

Giuseppe Impastato ucciso dalla mafia. “Era l’amore che voleva nascere”


Il 15 maggio 1939 Benito Mussolini inaugura a Torino il nuovo stabilimento della Fiat Mirafiori. Nonostante le attese e gli sforzi organizzativi della macchina mediatica, la cerimonia si rivela un fallimento che nella memoria operaia acquista il significato di un riscatto che anticipa e si collega con la lotta di Resistenza


Il 16 maggio 1955, la mafia uccide Salvatore Carnevale, socialista, sindacalista della Cgil, fondatore e segretario della Camera del lavoro di Sciara (Palermo)


Dalle proteste popolari del 1960 contro il governo Tambroni al Sessantotto, la storia dello Statuto dei lavoratori è una storia di lotte per portare la Costituzione nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro. E il 20 maggio 1970, finalmente, diventò legge


Il 20 maggio di venti anni fa Massimo D’Antona veniva ucciso dalle Nuove Brigate Rosse. È stato un riformatore e un uomo del dialogo, voleva qualificare il lavoro sotto il segno dello Statuto


Il 22 maggio del 1978 la legge 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza) viene pubblicata sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana. Prima di allora l’aborto era un reato punibile fino a 12 anni. Ma oggi c’è chi prova a mettere in discussione quella grande conquista, a partire dai medici obiettori che in alcune regioni italiane sono 9 su 10. Ma come sta oggi la legge 194?


“Il 23 maggio è una data incancellabile per gli italiani. La memoria della strage di Capaci - a cui seguì la barbarie di via D’Amelio in una rapida quanto disumana sequela criminale - è iscritta con tratti forti nella storia della Repubblica e fa parte del nostro stesso senso civico”.
Accadeva nel 1992, l’anno terribile che ha cambiato la nostra Storia

Il 28 maggio 1974, alle 10.12 di una mattina piovosa, mentre è in corso una manifestazione, una bomba esplode causando la morte di otto persone, tra cui 5 attivisti della Cgil. La verità sull’eccidio verrà fuori solo dopo 43 anni
 


SEGNALAZIONI

«Il “Braccio di ferro” fra i sindacati alla Riv». Un inedito di Aris Accornero, dall’Archivio storico CGIL nazionale sul nuovo numero di «Quaderni di Rassegna Sindacale» (1/2019)

Alla Terza conferenza nazionale dell’Associazione italiana di public history - Aiph (Santa Maria Capua Vetere, 24-28 giugno 2019) ci siamo anche noi. Leggi il programma completo

EVENTI

Si è tenuta a Pisa dall’8 al 10 maggio 2019 la Conferenza internazionale Marx 201. Ripensare l’alternativa. Per saperne di più

Il 30 Maggio 2019, nella ricorrenza del discorso di Matteotti alla Camera Funzione Pubblica Cgil insieme alla Cgil di Roma e Lazio organizza la presentazione di “Il delitto Matteotti”, una graphic novel sugli ultimi giorni del deputato socialista realizzata per le Edizioni Becco Giallo da Francesco Barilli e Manuel De Carli. Non una semplice commemorazione, ma uno spunto di discussione sull’azione antifascista oggi e le prospettive di “resistenza” che la rete degli antifascisti e in primo luogo il sindacato devono mettere in opera per impedire che i nazionalismi che minacciano l’Europa ci facciano ripiombare in un incubo che sembrava chiuso 80 anni fa.
Interverranno alla presentazione, oltre agli autori, Francesco De Sanctis, presidente dell’ANPI romana, Serena Sorrentino, segretaria nazionale di Funzione Pubblica Cgil, e Michele Azzola, segretario generale della Cgil di Roma e Lazio. Appuntamento alle ore 17,30 presso la Sala Filt in Piazza Vittorio 113 Leggi il discorso; per saperne di più: 16 agosto ’24, ecco il corpo di Matteotti Su quel delitto nasce il regime fascista  

IL RICORDO 

Ci ha lasciato, all’età di 92 anni, Michele Pistillo, politico di grande intelligenza, rigore, cultura. Lo ricordiamo riproducendo il suo intervento - inedito - a Bucarest nella seduta straordinaria del Consiglio generale della Fsm dedicato a Giuseppe Di Vittorio il 30 ottobre 1987, in occasione del 30° anniversario della scomparsa del segretario generale della Cgil 

L’ANNIVERSARIO

Il 31 maggio 1996 muore a Roma Luciano Lama, giovane partigiano protagonista della stagione fondativa della democrazia italiana, dirigente sindacale e uomo di sinistra, costruttore del sindacato e della Repubblica. Ricordarlo nell'anniversario della sua scomparsa per la CGIL non è soltanto un atto dovuto verso un dirigente che ha guidato l’organizzazione per sedici anni dal 1970 al 1986, ma un’occasione di riflessione sul proprio passato e sul proprio futuro.
Noi lo ricordiamo così
E il 31 maggio non perdete Rassegna.it...

SAVE THE DATE

24-26 GIUGNO 2019, SPAZIO FICO (BOLOGNA), SECONDO FESTIVAL DELLA FORMAZIONE SINDACALE

venerdì 24 maggio 2019

E’ morto a Roma, all’età di 92 anni, Michele Pistillo


E’ morto a Roma, all’età di 92 anni, Michele Pistillo, politico di grande intelligenza, rigore, cultura.

Nato a San Severo (Foggia) il 4 novembre 1926, milita politicamente nel Partito comunista italiano nel quale entra nel 1943 per prenderne la tessera l’anno successivo.
Segretario della Federazione comunista di Bari tra il 1955 e il 1962, nel 1956 entra nel Comitato centrale del Partito dove rimane fino al 1969.
Dal 1962 al 1968 è segretario della Federazione di Foggia del Pci, quindi deputato della V e VI Legislatura. Senatore della Repubblica nella VII Legislatura, eletto nel collegio di Cerignola  è - dal giugno 1976 al giugno 1979 - parlamentare Europeo.
Sempre attento ai problemi del suo Meridione, Pistillo è storico e pubblicista di grande competenza ed efficacia.

La sua passione per i temi della questione meridionale lo porta ad approfondire alcune personalità come Grieco e Gramsci ma soprattutto Giuseppe Di Vittorio cui dedicherà studi e approfondimenti che restano ancor oggi un punto di riferimento imprescindibile.

Lo ricordiamo riproducendo il suo intervento - inedito - a Bucarest nella seduta straordinaria del Consiglio generale della Fsm[1] dedicato a Giuseppe Di Vittorio il 30 ottobre 1987, in occasione del 30° anniversario della scomparsa del segretario generale della Cgil.

“Di Vittorio era di origine un umile bracciante agricolo, semianalfabeta, uno dei tanti proletari poveri ed oppressi della Puglia, schiacciati dalla miseria, dalla disoccupazione, dall’analfabetismo, da un regime sociale ingiusto, disumano, e violento - racconta nella sua prosa asciutta ed elegante Pistillo -. Egli ha vissuto sulla sua pelle tutta l’esperienza e le lotte che il proletariato italiano ha dovuto sostenere per oltre mezzo secolo: per conquistare e difendere il diritto all’organizzazione dei lavoratori, il diritto a pensarla con la propria testa, a vedere riconosciuta e rispettata la loro personalità umana e civile; il diritto a contare, ad istruirsi, a sentirsi una forza che decide e non una massa amorfa; il diritto ad avere le proprie organizzazioni sindacali, espressione della propria volontà, contro ogni burocratismo, ed imposizione dall’alto. Grazie alla sua volontà eccezionale, allo studio tenace, alle esperienze compiute, sia quelle negative che quelle che hanno avuto per lui un valore positivo, in breve volger di tempo, prima ancora dell’avvento del fascismo, Di Vittorio era già in Puglia, ma anche nel resto del Paese, un dirigente sindacale esperto, un capo amato dai lavoratori, nonostante i suoi orientamenti che erano quelli del sindacalismo rivoluzionario, e che affidavano al sindacato compiti e funzioni che non potevano essere assolti solo dal sindacato. Il superamento di questi orientamenti coincide, purtroppo, con la distruzione totale di ogni libertà nel nostro Paese, con l’avvento del fascismo, con l’imposizione di un sindacato di regime, obbligatorio, burocratico, lontano dai reali bisogni delle masse, al servizio del grande padronato, sulle ceneri dei liberi sindacati che erano sorti già all’inizio del secolo e che tanti sacrifici erano costati ai lavoratori italiani.
Di Vittorio intraprende, a questo punto, nelle fila del Partito comunista italiano, una lotta accanita, senza soste, contro il fascismo, per la libertà del popolo italiano, per la rinascita di un sindacato libero e democratico. Lunghi anni di esilio, di lotte politiche, di arresti e di detenzione, di scontri in campo aperto al fianco dei repubblicani spagnoli, faranno di lui l’uomo più adatto e impegnato nella ricostruzione del nuovo sindacato libero, volontario, democratico, unitario che risorge all’indomani della caduta del fascismo. Il Patto di Roma che unisce le tre maggiori correnti del proletariato e dei lavoratori italiani (comunisti, cattolici, socialisti) porta indelebile la sua impronta e così sorge in Italia la più grande organizzazione sindacale che la storia del nostro Paese ricordi. Di Vittorio si identifica fino in fondo con la CGIL e fino alla sua morte dà tutto se stesso per farne una grande forza dei lavoratori, al servizio dei lavoratori, indipendente ed autonoma dai partiti, dai governi, dai padroni; una forza democratica avanzata, impegnata non solo sul terreno strettamente rivendicativo e salariale, ma su di un ampio arco di questioni che strettamente riconducevano ai grandi problemi del Paese, al suo sviluppo civile e democratico […] Un uomo di autentica cultura che tenta di proiettare il sindacato, e vi riesce, su di un piano di grandi dimensioni. Nel corso di quest’opera che non è esagerato definire di portata storica, egli diventa il dirigente più amato dai lavoratori, oltre a tutto per la sua umanità, per la sua generosità, per non essersi risparmiato fino all’ultimo istante della sua vita.
Il suo impegno a livello internazionale, nella sua qualità di presidente della FSM, non è stato meno importante e significativo. Da una lettura attenta dei suoi discorsi, dei suoi scritti, emergono dei punti sui quali egli insiste con tenacia, con convinzione, con grande forza di persuasione, anche nelle polemiche che ci sono state, e che egli conduceva con grande chiarezza ed energia. Questi punti possono così essere riassunti:
- unità di tutti i lavoratori, di tutto il mondo;
- le forme di organizzazione possono essere le più varie  e diverse essendo queste un mezzo e non un fine; 
- capacità di lotta e di concertazione delle lotte più importanti a livello internazionale (per la pace, la libertà, per specifiche rivendicazioni);
- affermazione dei diritti sindacali in tutti i paesi, indipendentemente dai loro regimi sociali e politici;
- in primo luogo autonomia, indipendenza del sindacato dai regimi, dai padroni, dai partiti;
- solidarietà fattiva, concreta, operante, con i lavoratori che lavorano e lottano nei paesi nei quali sono limitate, offese, represse le libertà in generale e quelle sindacali in particolare.
In questo senso egli ha sempre portato una grande attenzione ai lavoratori dei paesi ex coloniali, del terzo mondo, ai quali sentiva di potersi rivolgere da fratello e dai fratelli di lotta e per i quali auspicava e desiderava una solidarietà fattiva, coerente, fatta non solo di parole.
Non abbiamo, qui, il tempo per parlare ampiamente della sua attività di presidente della FSM. Vorrei ricordare soltanto un episodio. Al III Congresso Sindacale mondiale che ebbe luogo a Vienna, nell’ottobre del 1953, Di Vittorio lanciò l’idea di una Carta dei diritti sindacali e dei diritti democratici dei lavoratori di tutto il mondo nei luoghi di lavoro. Tra l’altro Di Vittorio affermava: “Noi esigiamo la piena libertà d’organizzazione sindacale per tutti i lavoratori, senza alcuna discriminazione, in tutti i paesi del mondo’.
“Noi esigiamo che tutte le organizzazioni sindacali siano libere e indipendenti e che nessun governo si arroghi la assurda pretesa di immischiarsi nel loro funzionamento e 
nel loro orientamento”.
“Noi esigiamo che ogni lavoratore, nel mondo intero, sia libero di aderire all’organizzazione sindacale di sua scelta e di militare attivamente nelle sue fila”.
“Noi esigiamo che tutti i dirigenti sindacali, di ogni grado, siano eletti democraticamente”.
“Noi esigiamo il pieno rispetto della dignità e della personalità umana dei lavoratori nei luoghi di lavoro e della libertà di espressione e di organizzazione”.
E’ difficile negare il valore permanente, universale di queste idee e di queste rivendicazioni, come è stato sottolineato ancora dall’ultimo congresso nazionale della CGIL.
Gli ultimi anni della sua vita, il 1956, in particolare, e il 1957 furono vissuti da Di Vittorio con grande passione, preoccupazione, amarezze, anche delusioni. E’ il periodo in cui aumentano le differenziazioni e le diverse valutazioni nel massimo gruppo dirigente della FSM e fatti gravi in alcuni paesi socialisti denunciano, tra l’altro, la necessità di una lotta accanita perché i sindacati appartengano ai lavoratori ed al popolo, perché in essi sia distrutto ogni spirito burocratico, ogni distacco tra masse e dirigenti, ogni dipendenza da partiti e governi qualunque sia il loro orientamento politico e ideologico. E’ difficile negare che questo assillo di Di Vittorio è quanto mai attuale e va tenuto pre sente in tutti i paesi, in molti dei quali, ad incominciare dalla Italia, sono in corso attentati a specifici diritti sindacali, tra i quali il diritto di sciopero.
A trent’anni dalla scomparsa di Giuseppe Di Vittorio, la situazione nel nostro Paese, in Europa, nel mondo è certamente profondamente mutata.
I recenti lampi sinistri annuncianti una crisi grave delle economie dei maggiori paesi capitalistici, ad incominciare dagli Stati Uniti d’America; il fallimento del reganismo, nei suoi aspetti più evidenti di consolidamento del potere dei grandi gruppi monopolistici e delle multinazionali, a tutto danno dei lavoratori e dei popoli che si dibattono tra debiti paurosi e la lotta perla sopravvivenza; la spinta a contenere al massimo i salari, le libertà sindacali, il posto di lavoro (nella sola Europa della CEE siamo a 16 milioni di disoccupati) sono tanti segnali che il contrattacco conservatore e reazionario è in serie difficoltà. Mai come in questo momento è apparsa con tutta evidenza la contraddizione profonda fra lo sviluppo delle forze produttive, di nuove ed avanzate tecnologie, prima impensabili, e i rapporti di produzione vecchi e superati o sistemi e organizzazioni del lavoro, della produzione e della distribuzione che sono in contrasto con le esigenze di una società moderna. Si pone, oggi, con forza ed intelligenza quella che Di Vittorio avrebbe definito una riscossa del mondo del lavoro, partendo dall’Europa, per svilupparla in tutto il mondo, con chiarezza e coerenza negli obiettivi e grande elasticità di forme e di organizzazione.
La stessa collocazione organizzativa della CGIL, all’interno della Confederazione europea dei sindacati, sottolinea l’impegno della nostra organizzazione nel cuore dell’Europa, senza che questo possa significare allentamento o diminuzione di quella tensione unitaria, nel senso dell’unità dei lavoratori di tutto il mondo, che l’ha sempre contraddistinta […]. Ritornano alla nostra mente le parole che Di Vittorio pronunciò nel suo discorso di apertura del 3° Congresso Sindacale Mondiale, nell’ottobre del 1953 e che ci sembrano quanto mai attuali e vive: “Fratelli, i nostri interessi sono solidali, il nostro destino è comune. Uniamoci e tutti insieme, noi potremo modificare la situazione in ogni singolo paese e nel mondo intero, noi potremo conquistare migliori condizioni di vita e di lavoro, noi potremo salvaguardare la pace e spingere tutta la società sulla via di un superiore livello di benessere, di giustizia sociale e di civilizzazione umana. A coloro che predicano l’odio, noi opponiamo l’esigenza dell’amicizia, degli scambi economici e culturali tra i popoli; a coloro che predicano la guerra noi opponiamo l’esigenza suprema della pace; a coloro che vorrebbero separare i lavoratori dei paesi capitalistici e coloniali dai loro fratelli dei paesi socialisti, noi opponiamo la solidarietà operante e la fraternità tra i lavoratori del mondo intero; a coloro che vorrebbero perpetuare l’oppressione e lo sfruttamento, la miseria e la barbarie, noi opponiamo le esigenze superiori di vita, di libertà e di progresso della società umana […] Noi abbiamo piena coscienza che la nostra causa è assolutamente giusta. Nessun sacrificio sarà risparmiato per far trionfare questa causa elevata e appassionante”.

Parole, quelle del segretario generale della CGIL, del tempo presente, moderne ed attuali, oggi più che mai…


Ilaria Romeo



[1] La CGIL esce definitivamente dalla Fsm nel 1978 in coincidenza con il 9° Congresso che la Federazione convoca a Praga a dieci anni dalla fine della ‘Primavera’.

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