giovedì 14 settembre 2017

Socialismo, democrazia, unità: ricordando Fernando Santi a 48 anni dalla scomparsa




di Ilaria Romeo
responsabile Archivio storico CGIL nazionale




Il 15 settembre 1969 muore a Parma Fernando Santi, antifascista, deputato, direttore responsabile insieme ad Agostino Novella di «Rassegna Sindacale» dal 1958 al 1963, Segretario generale della Camera del lavoro di Milano su designazione del CLN e Segretario generale aggiunto della CGIL, protagonista della rinascita democratica e della ricostruzione civile, sociale ed economica del nostro Paese.

Lo ricordiamo attraverso le parole di Luciano Lama (Segretario confederale, non ancora generale) il giorno dei funerali: “E’ quasi impossibile, per uno di noi della Segreteria della CGIL, ricordare l’opera di Fernando Santi oggi. E’ troppo forte la commozione, la piena delle memorie e dei sentimenti, il ricordo delle lotte, delle speranze, delle delusioni sofferte in comune.

Nella primavera del ‘47, ventidue anni fa, entravamo insieme nella Segreteria confederale. Egli aveva ricoperto sino a quel momento, la carica di segretario della Camera del lavoro di Milano. Eravamo in un momento difficile nella vita sindacale e politica del paese; l’epoca felice dell’unità antifascista, della lotta partigiana che aveva visto Santi in posizioni di preminenza stava per concludersi: cominciava il periodo delle rotture, delle discriminazioni politiche e all’orizzonte sindacale si annunciavano già le nuvole minacciose delle scissioni. Ad un anno da quel Congresso, infatti nel ‘48, si verificò una prima scissione e qualche tempo dopo una seconda. Di fronte alla bufera che investiva la CGIL, che indeboliva l’unità dei lavoratori, Fernando Santi fu, con Di Vittorio, uno di quegli uomini che combatté con tenacia, con fermezza, con la forza della sua fede unitaria, ogni attentato all’unità della CGIL, considerando sempre la compattezza della nostra organizzazione, la sua efficienza organizzativa, il suo prestigio politico, come un patrimonio di tutti i lavoratori italiani anche se non iscritti, anche dei militanti in altri sindacati.

Sin dalla sua verde giovinezza aveva scelto un’organizzazione sindacale, e un partito, e a queste scelte, nonostante le avversità, e talvolta i dissensi e le battaglie politiche restò sempre fedele, tutta la sua vita.

E’ questa, dunque, una delle caratteristiche peculiari della ricca personalità di Fernando Santi: per lui l’unità dei lavoratori era una meta da perseguire instancabilmente, inflessibilmente […] la CGIL, va difesa senza incertezze, anche contro chi pensa a nuove formazioni sindacali in nome di un partito e magari del suo stesso partito.

«Credo nell’autonoma funzione del sindacato, in qualsiasi tipo di società civile, anche nella società socialista, per il suo compito, ovunque necessario, di sollecitazione, di verifica, di rappresentanza permanente, degli interessi specifici dei lavoratori. Come credo nella esigenza dell’unità sindacale, nell’unità della CGIL». Queste parole di Fernando Santi, pronunciate nel famoso discorso al Congresso di Bologna, quando nel ‘65 il nostro compagno si accingeva a lasciare la CGIL, sintetizzano insieme la sua concezione del sindacato e il suo impegno per l’unità.

Egli seppe felicemente fondere, nella sua concezione del sindacato, lo sprone all’impegno ideale con la natura delle cose concrete, pratiche. Vogliamo essere, dobbiamo essere, perché di questo hanno bisogno i lavoratori, «un sindacato che da». Questa sua definizione nella quale talvolta si innestarono delle polemiche, non era in lui un appello alla superficialità, all’empirismo deteriore, all’ottimismo senza principi. Era invece, in un uomo di idee ferme e fermamente professate, un richiamo alla concretezza, alla necessità di trarre sempre dal dibattito, anche il più alto, le indispensabili conclusioni pratiche perché il sindacato traduca sempre la sue strategia, le sue scelte di principio, in fatti, in conquiste per i lavoratori che l’hanno creato e lo sorreggono con il loro sacrificio.

Ricordare l’umanità di Fernando Santi significa - per noi che abbiamo lavorato con lui tanti anni - rinnovare, approfondire l’angoscia di questo distacco. Egli sentiva intimamente le pene, i bisogni dei lavoratori. Se ne faceva interprete nel contatto con le masse, nelle riunioni sindacali, con un linguaggio nel quale la ricchezza e la perfezione della forma non nascondevano mai la forza della idea e la profondità del sentimento. Nel rapporto con i compagni era paziente, anche dolce. Si impennava soltanto quando gli pareva di scorgere una doppiezza, un partito preso, un troppo contorto atteggiamento tattico che rendesse difficile ai lavoratori la comprensione di questa o quella scelta del sindacato.

Dalla adolescenza aveva scelto la milizia proletaria, la causa dei lavoratori e i lavoratori lo capivano e lo stimavano, anche quelli che non erano sempre d’accordo con lui, per la sua onestà, il disinteresse di se stesso, che distingueva il suo impegno, per la sua capacità di pagare di persona, senza lamenti e con dignità, quando le vicende della lotta politica si volgevano contro di lui.

Fernando Santi fu uno dei missionari del sindacalismo e della lotta sociale, appartiene ad una generazione di apostoli che predicavano il riscatto sociale, organizzarono i lavoratori e li diressero nelle lotte. E’ uno di quelli che, anche con limiti ed errori, ci hanno fatti come siamo; hanno fatto Parma e questa nostra Emilia forte, combattiva, unita, come essa è oggi. Per questo, compagni, oggi gli operai di Parma e dell’Emilia, sono così numerosi. Ognuno di noi riconosce in Fernando Santi un figlio generoso di questa nostra terra, di combattenti tenaci, fortemente impegnati nella lotta di classe e nelle vicende sociali, anche quando la passione politica e diverse bandiere ci dividono e ci portano a scontri aspri.

Quest’uomo, questo combattente, spesso amico, ci lascia. E lascia con noi, la sua compagna e i suoi figlioli affranti dal dolore. Vogliamo assumere un impegno davanti a lui: quello di portare avanti, fino alla vittoria, le grandi battaglie sindacali, e insieme, quello di far maturare, fino al suo compimento, il processo di unità sindacale. Santi ha dedicato l’intera sua esistenza al miglioramento della condizione umana dei lavoratori e alla loro unità. Noi lo onoriamo così”.


lunedì 4 settembre 2017

LA CGIL NEL NOVECENTO - NEWSLETTER AGOSTO 2017


2 agosto 1980, Bologna, 37 anni fa la strage











GLI SPECIALI

‘COSA FA UN SINDACALISTA?’
 in collaborazione con la Fondazione METES






lunedì 21 agosto 2017

La morte di Palmiro Togliatti


Il 21 agosto 1964 muore a Yalta Palmiro Togliatti.

L’inviato de l’Unità, Giuseppe Boffa, racconta sul quotidiano le sue ultime ore:

"Yalta, 21 agosto - Erano le 13.20 al campo di Artek, quando il cuore di Palmiro Togliatti ha cessato di battere. Dopo una mattinata di sole, il cielo si era coperto di nubi. Un momento di tensione disperata gravava sulla palazzina dove Togliatti era stato ricoverato in questi giorni. Il silenzio era rotto solo dalle voci soffocate dei medici, dai singhiozzi dei familiari, dal rapido spostamento di qualche infermiere. Dopo otto giorni di accanita resistenza contro la morte, ancora non ci si rassegnava alla tragedia.

Nessuno parlava più. Ma i dottori non avevano ancora alzato le braccia. Tante volte, in questa terribile settimana, si era stati sul punto di pensare che non ci fosse più nulla da fare. Eppure, con sforzi disperati si era riusciti a evitare il peggio. Tutte le disposizioni erano state prese in precedenza per non abbandonare la lotta, neppure nel caso che fosse di colpo subentrata la morte clinica. Ed ora che ci si trovava proprio in questa circostanza, si continuava a tentare l’impossibile. I bravissimi medici della squadra di rianimazione ricorrevano a tutti i mezzi. Il defibrillatore, la macchina dei massaggi cardiaci, veniva messa in funzione. Per quattro volte si operavano iniezioni nell’interno del cuore. Col respiro artificiale, si cercava di mantenere in funzione i polmoni. Purtroppo, questa volta, nessuno sforzo poteva più essere coronato da successo.

Circa due ore erano passate dal momento della morte, quando il professor Markov, che aveva partecipato personalmente a questi estremi tentativi, usciva dalla stanzetta dove Togliatti giaceva ormai esanime, sulla piccola terrazza dove erano riuniti i familiari e i compagni che avevano assistito agli ultimi istanti di vita di Togliatti. Il medico sovietico, esausto e affranto, allargava le braccia e annunciava, con voce straziata, che più nulla poteva ormai essere tentato. La dolorosa realtà era di fronte a tutti: Togliatti era morto.

Temuta da otto giorni e allontanata di ora in ora, a prezzo di sforzi infiniti, la tragedia è giunta brusca, fulminea, quasi. La mattina si era aperta con qualche filo di speranza.

Dopo l’operazione di ieri, che il chirurgo stesso
aveva definito «un passo disperato in una situazione disperata», Togliatti aveva passato una notte tranquilla: il sollievo che nelle sue condizioni aveva portato l’intervento chirurgico si era manifestato con apparizioni più marcate della coscienza: Togliatti aveva dato segni di riconoscere le persone che lo circondavano e aveva emesso dei gemiti.

Ma, all’una del pomeriggio, la situazione precipitava. I medici erano d’un tratto in allarme. La respirazione si era fatta molto affannosa, poi del tutto irregolare. Veniva immediatamente ritentata la intubazione che aveva già salvato Togliatti, tre giorni fa, dall’insorgere delle complicazioni polmonari. Ma questa volta i risultati non erano più gli stessi. Anche il cuore, ormai, si muoveva all’impazzata: saliva a ritmi altissimi, ma perdeva il suo battito regolare. Si cominciava già allora la respirazione artificiale, ma neanche questa riusciva a rianimare il cuore che si arrestava definitivamente poco dopo.

Più tardi i medici hanno stabilito che la causa immediata di questa crisi fatale è stata un’altra emorragia cerebrale, che ha colpito e paralizzato i centri vitali del cervello. Era, questa, un’eventualità che si era temuta fin dal primo giorno e, ovviamente, si erano prese tutte le misure per scongiurarla. Purtroppo, neanche esse sono servite. L’organismo di Togliatti era tra la vita e la morte da oltre una settimana; più di una volta si era giunti sull’orlo della catastrofe. Il ricorso a tutte le possibili risorse della medicina moderna aveva allontanato a più riprese la tragedia. Il malato, per riconoscimento unanime di tutti i medici, aveva dato prova di una energia vitale eccezionale che, unita alle cure, aveva consentito di tenere distante la morte fino a oggi. L’organismo era ormai però duramente provato. Da più di una settimana, Togliatti era privo della parola, paralizzato negli arti destri, al limite fra il coma e un profondissimo sopore. Il nuovo colpo ha tagliato ogni possibilità di salvezza.

Al terribile annuncio, tutto il campo di Artek si è impietrito nel dolore. Il silenzio è tornato assoluto. Tutti erano sconvolti. Accanto a Togliatti erano rimasti fino agli ultimi istanti la sua compagna, Nilde Jotti, e la figlia adottiva Marisa. In tutti questi giorni entrambe avevano seguito con coraggio e decisione la difficile battaglia contro la morte. Ne erano state loro stesse partecipi. Nel loro dolore esse avevano vicini i compagni della direzione del Partito che con loro avevano vissuto l’angoscioso alternarsi di allarme e di speranze. Longo, Natta, Colombi, Lama erano presenti al momento della tragedia.

Ma il dolore dei compagni italiani non era solo. Tutti i sovietici presenti, tutti coloro che si erano prodigati senza risparmio in questi giorni, erano profondamente colpiti. Ho visto uno dei medici che è stato quasi sempre al fianco di Togliatti, lo stesso  che dirigeva la squadra di rianimazione e che era sempre intervenuto nei momenti più critici. Ci aveva impressionato per la sua forza e la sua risolutezza. Adesso aveva il volto disfatto  e piangeva. Come lui erano tutti: dottori, infermieri, interpreti, personale di servizio. La morte di Togliatti era una perdita per ognuno di loro".

Giuseppe Boffa, l'Unità  22 agosto 1964

martedì 27 giugno 2017

LA CGIL NEL NOVECENTO - Newsletter giugno 2017


Dietro le quinte della storia, il Patto di Roma










Nuovamente a disposizione dei lettori il volume Storia della Cgil dalle origini a oggi, di Fabrizio Loreto (prefazione di Susanna Camusso, introduzione di Adolfo Pepe, appendice documentaria di Ilaria Romeo, Ediesse 2017): non una banale ristampa, ma una nuova edizione, aggiornata al 2016 e arricchita di nuovi e interessanti contributi. La principale novità della nuova edizione è costituita dall’appendice documentaria posta alla fine di ogni capitolo a cura dell’Archivio storico CGIL nazionale. Dal verbale di costituzione della Cgdl al Patto di Roma; dai resoconti delle riunioni in Cgil nelle calde giornate del 1948, quando si consumò la scissione sindacale, al telegramma di solidarietà inviato da Italo Calvino a Giuseppe Di Vittorio per la posizione assunta sui fatti d’Ungheria; inediti, rarità e pezzi unici valorizzano di fatto le pagine di questo volume, offrendo una suggestiva rappresentazione visuale della vicenda del mondo del lavoro in Italia dalla fine del diciannovesimo secolo a oggi




giovedì 8 giugno 2017

30 maggio 1924, Giacomo Matteotti alla Camera dei deputati


Matteotti: Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli appartenenti a questa assemblea, all’infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l’elenco dei nomi letti per la convalida; nessuno, né della Camera, né delle tribune della Stampa. (Vive interruzioni alla destra e al centro).
Lupi: E’ passato il tempo in cui si parlava per le tribune!
Matteotti: Certo la pubblicità è per voi una istituzione dello stupidissimo secolo XIX. (Vivi rumori; interruzioni alla destra e al centro). Comunque, dicevo, in questo momento non esiste da parte dell’Assemblea una conoscenza esatta dell’oggetto sul quale si delibera. Soltanto per quei pochissimi nomi che abbiamo potuto afferrare alla lettura, possiamo immaginare che essi rappresentino una parte della maggioranza. Ora contro la loro convalida noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: cioè, che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti... (lnterruzioni).
Voci dal centro: Ed anche più!
Matteotti: ...cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e liberamente, ed è dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che è necessario (rumori, proteste) per conquistare, anche secondo la vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti! Potrebbe darsi che i nomi letti dal Presidente siano di quei capitalisti che resterebbero eletti anche se, invece del premio di maggioranza, si applicasse la proporzionale pura in ogni circoscrizione. Ma poiché nessuno ha udito i nomi e non è stata premessa nessuna affermazione generica di tale specie, probabilmente tali tutti non sono e quindi contestiamo in questo luogo e in tronco la validità della elezione della maggioranza. (Rumori vivissimi).
Vorrei pregare almeno i colleghi sulla elezione dei quali oggi si giudica, di astenersi per lo meno dai rumori, se non dal voto. (Vivi commenti, proteste, interruzioni alla destra e al centro).
Maraviglia: In contestazione non c’è nessuno, diversamente si asterrebbe!
Matteotti: Noi contestiamo...
Maraviglia: Allora contestate voi!
Matteotti: Certo sarebbe maraviglia se contestasse lei! L’elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. In primo luogo abbiamo la dichiarazione fatta esplicitamente dal Governo, ripetuta da tutti gli organi della stampa ufficiale, ripetuta dagli oratori fascisti in tutti i comizi, che le elezioni non avevano che un valore assai relativo, in quanto che il Governo non si sentiva soggetto al responso elettorale, ma che in ogni caso - come ha dichiarato replicatamente - avrebbe mantenuto il potere con la forza, anche se... (Vivaci interruzioni a destra e al centro; movimenti dell’onorevole Presidente del Consiglio)
Voci a destra: Sì, sì! Noi abbiamo fatto la guerra! (Applausi alla destra e al centro).
Matteotti: Codesti vostri applausi sono la conferma precisa della fondatezza del mio ragionamento. Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà... (Rumori, proteste e interruzioni a destra). Nessun elettore si è trovato libero di fronte a questo quesito...
Maraviglia: Hanno votato otto milioni di italiani!
Matteotti: ...se cioè egli approvava o non approvava la politica o per meglio dire il regime del Governo fascista. Nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva “a priori” che se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso. (Rumori e interruzioni a destra). Una voce a destra: E i due milioni di voti che hanno preso le minoranze?
Farinacci: Potevate fare la rivoluzione!
Maraviglia: Sarebbero stati due milioni di eroi!
Matteotti: A rinforzare tale proposito del Governo, esiste una milizia armata... (Applausi vivissimi e prolungati a destra e grida di «Viva la Milizia»).
Voci a destra: Vi scotta la milizia!
Matteotti: ...esiste una milizia armata... (Interruzioni a destra, rumori prolungati).
Voci: Basta! Basta!
Presidente: Onorevole Matteotti, si attenga all’argomento.
Matteotti: Onorevole Presidente, forse ella non m’intende: ma io parlo di elezioni. Esiste una milizia armata... (interruzioni a destra) la quale ha questo fondamentale e dichiarato scopo: di sostenere un determinato Capo del Governo bene indicato e nominato nel capo del fascismo, e non, a differenza dell’Esercito, il Capo dello Stato. (Interruzioni e rumori a destra).
Voci a destra: E le guardie rosse?
Matteotti: Vi è una milizia armata composta di cittadini di un solo partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse (commenti). In aggiunta e in particolare... (interruzioni) mentre per la legge elettorale la milizia avrebbe dovuto astenersi, essendo in funzione o quando era in funzione, e mentre di fatto in tutta l’Italia, specialmente rurale, abbiano constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero... (lnterruzioni, rumori).
Farinacci: Erano i balilla!
Matteotti: E’ vero, onorevole Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla! (Approvazioni all’estrema destra, rumori a destra e al centro).
Voce al centro: Hanno votato i disertori per voi!
Gonzales: Spirito denaturato e rettificato!
Matteotti: Dicevo dunque che, mentre abbiamo visti numerosi di questi militi in ogni città e più ancora nelle campagne (interruzioni), gli elenchi degli obbligati all’astensione depositati presso i Comuni, erano ridicolmente ridotti a tre o quattro persone per ogni città, per dare l’illusione dell’osservanza di una legge apertamente violata, conforme lo stesso pensiero espresso dal Presidente del Consiglio che affidava ai militi fascisti la custodia delle cabine. (Rumori). A parte questo argomento del proposito del Governo di reggersi anche con la forza contro il consenso e del fatto di una milizia a disposizione di un partito che impedisce all’inizio e fondamentalmente la libera espressione della sovranità popolare ed elettorale e che invalida in blocco l’ultima elezione in Italia, c’è poi una serie di fatti che successivamente ha viziate e annullate tutte le singole manifestazioni elettorali. (Interruzioni, commenti).
Voci a destra: Perché avete paura! Perché scappate!
Matteotti: Forse al Messico si usano fare le elezioni non con le schede, ma col coraggio di fronte alle rivoltelle. (Vivi rumori, interruzioni, approvazioni all’estrema sinistra). E chiedo scusa al Messico se non è vero. (Rumori prolungati). I fatti cui accenno si possono riassumere secondo i diversi momenti delle elezioni. La legge elettorale chiede... (Interruzioni, rumori). Dicevo che il primo momento elettorale è quello per il quale ogni partito presenta. con 300 o 500… (Interruzioni, rumori).
Greco: E’ ora di finirla! Voi svalorizzate il Parlamento!
Matteotti : E allora sciogliete il Parlamento!
Greco: Voi non rispettate la maggioranza e non avete diritto di essere rispettati.
Matteotti: Ciascun partito doveva, secondo la legge elettorale, presentare la propria lista di candidati... (Vivi rumori).
Maraviglia: Ma parli sulla proposta dell’onorevole Presutti.
Matteotti: Richiami dunque lei all’ordine il Presidente! La presentazione delle liste -dicevo- deve avvenire in ogni circoscrizione mediante un documento notarile a cui vanno apposte dalle 300 alle 500 firme. Ebbene, onorevoli colleghi, in 6 circoscrizioni su 15 le operazioni notarili, che si compiono privatamente nello studio di un notaio, fuori della vista pubblica e di quelle che voi chiamate “provocazioni”, sono state impedite con violenza. (Rumori vivissimi).
Bastianini: Questo lo dice lei!
Voci dalla destra: Non è vero! Non è vero!
Matteotti: Volete i singoli fatti? Eccoli: ad Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le 300 firme e la sua casa è stata circondata… (Rumori).
Maraviglia: Non è vero. Lo inventa lei in questo momento.
Farinacci: Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto!
Matteotti: Fareste il vostro mestiere!
Lussu: E’ la verità! E’ la verità!
Matteotti: A Melfi... (rumori vivissimi, interruzioni). A Melfi è stata impedita la raccolta delle firme con la violenza. (Rumori) In Puglia fu bastonato perfino un notaio. (Rumori vivissimi).
Aldi-Mai: Ma questo nei ricorsi non c’è! In nessuno dei ricorsi! Ho visto io gli atti delle Puglie e in nessuno dei ricorsi è accennato il fatto di cui parla l’onorevole Matteotti.
Farinacci: Vi faremo cambiare sistema! E dire che sono quelli che vogliono la normalizzazione!
Matteotti: A Genova (rumori vivissimi) i fogli con le firme già raccolte, furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati!
Voci: Perché erano falsi! 
Matteotti: Se erano falsi dovevate denunciarli ai magistrati!
Farinacci: Perché non avete fatto i reclami alla Giunta delle elezioni?
Matteotti: Ci sono.
Una voce dal banco delle Commissioni: No, non ci sono, li inventa lei.
Presidente: La Giunta delle elezioni dovrebbe dare esempio di compostezza! I componenti della Giunta delle elezioni parleranno dopo. Onorevole Matteotti, continui.
Matteotti: Io espongo fatti che non dovrebbero provocare rumori. I fatti o sono veri o li dimostrate falsi. Non c’è offesa, non c’è ingiuria per nessuno in ciò che dico: c’è una descrizione di fatti.
Teruzzi: Che non esistono!
Matteotti: Da parte degli onorevoli componenti della Giunta delle elezioni si protesta che alcuni di questi fatti non sono dedotti o documentati presso la Giunta delle elezioni. Ma voi sapete benissimo come una situazione e un regime di violenza non solo determinano i fatti stessi, ma impediscono spesse volte la denuncia e il reclamo formale. Voi sapete che persone, le quali hanno dato il loro nome per attestare sopra ogni giornale o in un documento che un fatto era avvenuto sono state immediatamente percosse e messe quindi nell’impossibilità di confermare il fatto stesso. Già nelle elezioni del 1921, quando ottenni da questa Camera l’annullamento per violenze di una prima elezione fascista, molti di coloro che attestarono i fatti davanti alla Giunta delle elezioni furono chiamati alla sede fascista, furono loro mostrate le copie degli atti esistenti presso la Giunta delle elezioni illecitamente comunicate, facendo ad essi un vero e proprio processo privato perché avevano attestato il vero o firmato i documenti! In seguito al processo fascista essi furono boicottati dal lavoro o percossi. (Rumori, interruzioni).
Voce a destra: Lo provi.
Matteotti: La stessa Giunta delle elezioni ricevette allora le prove del fatto. Ed è per questo, onorevoli colleghi, che noi spesso siamo costretti a portare in questa Camera l’eco di quelle proteste che altrimenti nel Paese non possono avere alcuna altra voce ed espressione. (Applausi all’estrema sinistra). In sei circoscrizioni, abbiamo detto, le formalità notarili furono impedite con la violenza e per arrivare in tempo si dovette supplire malamente e, come si poté, con nuove firme in altre Provincie. A Reggio Calabria, per esempio, abbiamo dovuto provvedere con nuove firme, per supplire quelle che in Basilicata erano state impedite.
Una voce dal banco della Giunta: Dove furono impedite?
Matteotti: A Melfi, a Iglesias, in Puglia. Devo ripetere? (lnterruzioni, rumori). Presupposto essenziale di ogni elezione è che i candidati, cioè coloro che domandano al suffragio elettorale il voto possano esporre in contraddittorio con il programma del Governo, in pubblici comizi o anche in privati locali, le loro opinioni. In Italia nella massima parte dei luoghi, anzi quasi da per tutto, questo non fu possibile.
Una voce: Non è vero! Parli l’onorevole Mazzoni. (Rumori).
Matteotti: Su ottomila Comuni italiani e su mille candidati delle minoranze la possibilità è stata ridotta a un piccolissimo numero di casi, soltanto là dove il partito dominante ha consentito per alcune ragioni particolari o di luogo o di persona (Interruzioni, rumori). Volete i fatti? La Camera ricorderà l’incidente occorso al collega Gonzales.
Terruzzi: Noi ci ricordiamo del 1919, quando buttavate gli ufficiali nel Naviglio. Io, per un anno, sono andato a casa con la pena di morte sulla testa!
Matteotti: Onorevoli colleghi: se voi volete contrapporci altre elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919.
Voci: Non è vero! Non e vero!
Finzi, Sottosegretario di Stato per l’Interno: Michele Bianchi! Proprio lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi!
Matteotti: Lei dice il falso! (Interruzioni, rumori). Il fatto è semplicemente questo: che l’onorevole Michele Bianchi con altri, teneva un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero, sono arrivato io e ho domandato la parola in contraddittorio. Essi rifiutarono e se ne andarono, e io rimasi a parlare. (Rumori, interruzioni).
Finzi, Sottosegretario di Stato per l’Interno: Non è così!
Matteotti: Porterò i giornali vostri che lo attestano.
Finzi, Sottosegretario di Stato per l’Interno: Lo domandi all’onorevole Merlin che è il più vicino a lei! L’onorevole Merlin cristianamente deporrà.
Matteotti: L’on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me e nessuno fu impedito o stroncato. Ma lasciamo stare il passato. Non dovevate voi essere i rinnovatori del costume italiano, non dovevate voi essere coloro che avrebbero portato un nuovo costume morale nelle elezioni? (Rumori a destra).
Teruzzi: E’ ora di finirla con queste falsità.
Matteotti: L’inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova con una conferenza privata e per inviti da parte dell’onorevole Gonzales. Orbene prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all’oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi).
Una voce: Non è vero, non fu impedito niente. (Rumori).
Matteotti: Allora rettifico! Se l’onorevole Gonzales dovette passare otto giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato. (Rumori, interruzioni). L’onorevole Gonzales, che è uno studioso di San Francesco, si è forse autoflagellato! (Si ride, interruzioni). A Napoli doveva parlare… (Rumori vivissimi, scambio di apostrofi fra alcuni deputati che siedono all’estrema sinistra).
Presidente: Onorevoli colleghi, io deploro quello che accade. Prendano posto e non turbino la discussione! Onorevole Matteotti, prosegua, sia breve e concluda.
Matteotti: l’Assemblea deve tenere conto che io debbo parlare per improvvisazione e che mi limito…
Voci: Si vede che improvvisa! E dice che porta dei fatti!
Gonzales: I fatti non sono improvvisati! (Rumori).
Matteotti: Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento dell’Assemblea... (rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell’on. Gonzales, accennavo al fatto dell’on. Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo dell’opposizione costituzionale, l’onorevole Amendola, e che fu impedita… (0h! Oh!, rumori).
Voci a destra: Ma che costituzionale! Sovversivo come voi! Siete d’accordo tutti!
Matteotti: Vuol dire, dunque, che il termine sovversivo ha molta elasticità!
Greco: Chiedo di parlare sulle affermazioni dell’onorevole Matteotti.
Matteotti: L’onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua conferenza per la mobilitazione, documentata, da parte di comandanti, di Corpi armati, i quali intervennero nella città....
Presutti: Dica bande armate, non Corpi armati!
Matteotti: Bande armate, le quali impedirono la pubblica e libera conferenza. (Rumori). Del resto noi ci siamo trovati in queste condizioni: su 100 dei nostri candidati circa 60 non potevano circolare liberamente nella loro circoscrizione!
Voci di destra: Per paura! Per paura! (Rumori, commenti).
Farinacci: Vi abbiamo invitati telegraficamente!
Matteotti: Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche dell’avversario, che è al Governo e dispone di tutte le Forze armate! (Rumori). Che non fosse paura poi lo dimostra il fatto che, per un contraddittorio noi chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero presenti e nessuno dei nostri: perché altrimenti voi sapete come è vostro costume dire che « qualcuno di noi ha provocato» e come «in seguito a provocazioni» i fascisti «dovettero» legittimamente ritorcere l’offesa picchiando su tutta la linea! (Interruzioni).
Voci di destra: L’avete studiata bene!
Pedrazzi: Come siete pratici di queste cose voi!
Presidente: Onorevole Pedrazzi!
Matteotti: Comunque, ripeto, i candidati erano nella impossibilità di circolare nelle loro circoscrizioni!
Voce a destra: Avevano paura!
Turati Filippo: Paura! Sì, paura! Come nella Sila, quando c’erano i briganti, avevano paura! (Vivi rumori a destra, approvazioni a sinistra).
Una voce: Lei ha tenuto il contraddittorio con me ed è stato rispettato!
Turati Filippo: Ho avuto la vostra protezione a mia vergogna! (Applausi a sinistra, rumori a destra).
Presidente: Concluda, onorevole Matteotti. Non provochi incidenti!
Matteotti: Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi impediscano di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e non parlo! (Approvazioni all’estrema sinistra, rumori prolungati)
Presidente: Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l’onorevole Rossi...
Matteotti: Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare! Io non ho offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti! Ho diritto di essere rispettato! (Rumori prolungati, conversazioni).
Casertano, Presidente della Giunta delle elezioni: Chiedo di parlare.
Presidente: Ha facoltà di parlare l’onorevole Presidente della Giunta delle elezioni. C’è una proposta di rinvio degli atti della Giunta...
Matteotti: Onorevole Presidente!
Presidente: Onorevole Matteotti, se ella vuol parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente.
Matteotti: Io chiedo di parlare non prudentemente né imprudentemente, ma parlamentarmente.
Presidente: Parli, parli.
Matteotti: I candidati non avevano libertà di circolazione... (Rumori, interruzioni).
Presidente: Facciano silenzio! Lascino parlare!
Voci: Lasciatelo parlare!
Matteotti: Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro stesse città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura voleva dire non aver più lavoro l’indomani o dover abbandonare il proprio Paese ed emigrare all’estero. (Commenti).
Una voce: Erano disoccupati!
Matteotti: No, lavoravano tutti e solo non lavorano quando voi li boicottate.
Voci da destra: E quando li boicottavate voi?
Farinacci: Lasciatelo parlare! Fate il loro giuoco!
Matteotti: Uno dei candidati, l’onorevole Piccinini, al quale mando a nome del mio Gruppo un saluto... (rumori).
Voci: E Berta? Berta!
Matteotti: ...conobbe cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la candidatura; nonostante prevedesse quale sarebbe stato per essere il destino suo all’indomani. (Rumori). Ma i candidati - voi avete ragione di urlarmi onorevoli colleghi - i candidati devono sopportare la sorte della battaglia e devono prendere tutto quello che è nella lotta che oggi imperversa. Io accenno soltanto, non per domandare nulla, ma perché anche questo è un fatto concorrente a dimostrare come si sono svolte le elezioni. (Approvazioni all’estrema sinistra). Un’altra delle garanzie più importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete che nella massima parte dei casi, sia per disposizione di legge, sia per interferenze di autorità, i seggi -anche in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli comunali imposti dal Governo e dal partito dominante- risultarono composti quasi totalmente di aderenti al partito dominante. Quindi l’unica garanzia possibile, l’ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare. Infatti nel 90 per cento e, credo, in qualche regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno in poche grandi città e in qualche rara Provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a chiunque avesse osato di controllare dentro il seggio la maniera, come si votava, la maniera come erano letti e constatati i risultati. Per constatare il fatto, non occorre nuovo reclamo e documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i verbali di tutte le circoscrizioni e controlli i registri. Quasi dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di lista. Veniva così a mancare l’unico controllo, l’unica garanzia, sopra la quale si può dire se le elezioni si sono svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalità. Noi possiamo riconoscere che in alcuni luoghi, in alcune poche città, e in qualche Provincia, il giorno delle elezioni, vi è stata una certa libertà. Ma questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo - e l’on. Farinacci, che è molto aperto, me lo potrebbe ammettere - fu data ad uno scopo evidente: dimostrare nei centri più controllati dall’opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c`è stata. Ma, strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo dimostrativo quella relativa libertà, le minoranze raccolsero una tale abbondanza di suffragi, da superare la maggioranza, con questa conseguenza però, che la violenza che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto specialmente nel Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le elezioni diedero risultati soddisfacenti in confronto della lista fascista,. Si ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonatura alle persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni… (Vivissimi rumori al centro e a destra).
Una voce a destra: Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti!
Matteotti: Onorevoli colleghi, ad un comunista potrebbe essere lecito, secondo voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai nazionalisti, né ai fascisti, come voi vi vantate. Si sono avuti, dicevo, danni per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio che ha residenza in Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata protesta e il soccorso economico. In che modo si votava? La votazione avvenne in tre maniere: l’Italia è una, ma ha ancora diversi costumi. Nella valle del Po, in Toscana e in altre regioni che furono citate all’ordine del giorno dal Presidente del Consiglio per l’atto di fedeltà che diedero al Governo fascista, e nelle quali i contadini erano stati prima organizzati dal partito socialista o dal Partito popolare, gli elettori votavano sotto controllo del Partito fascista, con la «regola del tre». Ciò fu dichiarato e apertamente insegnato, persino da un prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi (Interruzioni) variamente alternati, in maniera che tutte le combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto. In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo, questo metodo risultò eccellente.
Finzi, Sottosegretario di Stato per l’Interno: Evidentemente lei non c’era! Questo metodo non fu usato!
Matteotti: Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato.
Finzi, Sottosegretario di Stato per l’Interno: Lo provi!
Matteotti: In queste regioni tutti gli elettori…
Ciarlantini: Lei ha un trattato; perché non lo pubblica?
Matteotti: Lo pubblicherò quando mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure (vivissimi rumori al centro e a destra); perché come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose. (Rumori). La regola del tre, cui prima accennavo diede modo al Partito dominante, di controllare personalmente ciascun elettore, ed applicare il giorno seguente ai ribelli la sanzione col boicottaggio dal lavoro e con le percosse. (Rumori).
Voci: No! No!
Matteotti: Nella massima parte dei casi però non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più forte, la legge del padrone, votando, per tranquillità della famiglia, la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato fascista o del Fascio. (Vivi rumori, interruzioni).
Suardo: L’onorevole Matteotti non insulta me rappresentante: insulta il popolo italiano ed io per la mia dignità esco dall’aula. (Rumori, commenti). La mia città in ginocchio ha inneggiato al duce Mussolini; sfido l’onorevole Matteotti a provare le sue affermazioni. Per la mia dignità di soldato, abbandono questa aula. (Applausi, rumori, commenti).
Teruzzi: L’onorevole Suardo è medaglia d’oro! Si vergogni, onorevole Matteotti. (Rumori all’estrema sinistra)
Presidente: Facciano silenzio! Onorevole Matteotti, concluda!
Matteotti: Io posso documentare e far nomi. In altri luoghi invece furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realtà era stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell’Italia prefascista, ma che dall’Italia fascista ha avuto l’onore di essere allargato a larghissime zone del Meridionale; incetta di certificati, per la quale, essendosi determinata una larga astensione degli elettori che non si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati furono raccolti e affidati a gruppi di individui, i quali si recavano alle sezioni elettorali per votare con diverso nome, fino al punto che certuni votarono dieci o venti volte e che giovani di 20 anni si presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcuno che aveva compiuto i 60 anni. (Commenti). Si trovarono solo in qualche seggio pochi, ma autorevoli magistrati che, avendo rilevato il fatto, riuscirono ad impedirlo.
Voci: Basta, la finisca! (Rumori, commenti). Che cosa stiamo a fare qui? Dobbiamo tollerare che ci insulti? (Rumori. Alcuni deputati scendono nell’emiciclo).
Presidente: Onorevoli deputati, li invito alla calma, sgombrino l’emiciclo!
Torre Edoardo: Per voi ci vuole il domicilio coatto e non il Parlamento! (Commenti, rumori) 
Voci: Vada in Russia!
Presidente: Facciano silenzio! E lei, onorevole Matteotti, concluda!
Matteotti: Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine, ebbero dentro le cabine, in moltissimi Comuni specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano, così come altri voti di lista furono cancellati o addirittura letti al contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della volontà popolare. Il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto: anzi noi abbiamo potuto avere il nostro voto il più delle volte quasi esclusivamente da coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti. I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente. A queste nuove forze che manifestano la reazione della nuova Italia contro l’oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento. (Applausi all’estrema sinistra. Rumori dalle altre parti della Camera). Per tutte queste ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre rumorose sollecitazioni rinuncio a svolgere, ma che voi ben conoscete perché ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno (Rumori)... per queste ragioni noi domandiamo l’annullamento in blocco della elezione a maggioranza.
Voci alla destra: Accettiamo! (Vivi applausi a destra e al centro).
Matteotti: Riconosciamo che i ricorsi non potevano, per la stessa esistenza del regime di violenza, essere documentati. Ma è appunto una investigazione che solo la Giunta nella sua discrezione, nella sua coscienza potrebbe compiere, investigando da per tutto, in ogni documento, luogo per luogo. Noi domandiamo che sia compiuto tale esame, domandiamo che essa investighi sui metodi usati in quasi tutta l’Italia. E’ un dovere e un diritto, senza il quale non esiste sovranità popolare. Noi sentiamo tutto il male che all’Italia apporta il sistema della violenza: abbiamo lungamente scontato anche noi, pur minori e occasionali, eccessi dei nostri. Ma appunto per ciò noi domandiamo alla maggioranza che essa ritorni all’osservanza del diritto. (Rumori, interruzioni, apostrofi a destra). Voi che oggi avete in mano il potere e la forza, voi che vantate la vostra potenza, dovreste meglio di tutti gli altri essere in grado di far osservare la legge da parte di tutti. (lnterruzioni a destra).
Voci alla destra: E la rivoluzione dov’è?
Matteotti: Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. (Interruzioni a destra). Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Molto danno avevano fatto le dominazioni straniere. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni. (Applausi all’estrema sinistra, vivi rumori; la confusione e l’impressione sono enormi).

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