venerdì 30 novembre 2018

Newsletter novembre 2018


Il 3 novembre di 61 anni fa si spegneva Giuseppe Di Vittorio, antifascista, politico e sindacalista, segretario generale della CGIL dal 1944 al 1957
Sfoglia il catalogo della mostra Giuseppe Di Vittorio, eroe del lavoro

Il 21 novembre ci ha lasciato Gianfranco Rastrelli, dirigente della CGIL Toscana e della CGIL nazionale, segretario generale del Sindacato pensionati dal 1988 al 1994. Lo abbiamo ricordato così


Il 28 novembre 1946 muore a Calabricata, in provincia di Catanzaro, Giuditta Levato, contadina, prima vittima della lotta al latifondo in Calabria, colpita da un colpo di fucile quando era incinta di sette mesi del suo terzo figlio. Noi l’abbiamo ricordata così

Il 29 novembre del 1988 Bruno Trentin viene eletto segretario generale della CGIL


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giovedì 29 novembre 2018

Quando uccisero Giuditta Levato


Quando uccisero Giuditta Levato
di Ilaria Romeo
responsabile Archivio storico CGIL nazionale


  
Il 28 novembre 1946 muore a Calabricata (Catanzaro) Giuditta Levato (31 anni) contadina, prima vittima della lotta al latifondo in Calabria, colpita da un colpo di fucile quando era incinta di sette mesi del suo terzo figlio. 

Prima di morire riuscirà a lasciare il suo testamento spirituale al senatore Pasquale Poerio che si era precipitato al suo capezzale.

“Compagno, dillo, dillo a tutti i capi, e agli altri compagni che io sono morta per loro, che io sono morta per tutti - dirà in punto di morte Giuditta -  Ho tutto dato io alla nostra causa, per i contadini, per la nostra idea; ho dato me stessa, la mia giovinezza; ho sacrificato la mia felicità di giovane sposa e di giovane mamma. Ai miei figli, essi sono piccoli e non capiscono ancora, dirai che io sono partita per un lungo viaggio, ma ritornerò certamente, sicuramente. A mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle, dirai che non voglio che mi piangano, voglio che combattano, combattano con me, più di me per vendicarmi. A mio marito dirai che l’ho amato, e perciò muoio, perché volevo un libero cittadino e non un reduce umiliato e offeso da quegli stessi agrari per cui ha tanto combattuto e sofferto. Ma tu, o compagno vai al mio paesello e ai miei contadini, ai compagni, dì che tornerò al villaggio nel giorno in cui suoneranno le campane a stormo in tutta la vallata”.

Dirà a sua volta Pasquale Poerio durante un comizio tenuto qualche tempo dopo l’assassinio: “Forse o lavoratori, non avrei capito nella sua interezza il sacrificio di Giuditta Levato se non fossi venuto qui, a Calabricata. L’esser venuto qui, l’aver veduto le vostre case basse e affumicate, il vostro villaggio senza strade, i vostri bimbi senza niente sulla carne che li possa riparare dall’inverno, le vostre donne, i vostri uomini coperti solo di cenci, con su le facce i segni del lavoro e della fame, spettacolo terribile di miseria, mi ha fatto capire appieno il sacrificio della vostra compaesana che non appartiene più solo a voi, ma ai contadini di tutta la Calabria, a tutti i lavoratori della terra d’Italia.


Lei, da quel mattino in cui esalava l’anima nello Ospedale civile di Catanzaro, apparteneva a tutto il movimento di redenzione della massa contadina della nostra provincia che, iniziatosi il 17 ottobre del 1944 nella zona dell’alto e medio Crotonese, doveva diventare il 17 settembre del 1946, un grande movimento al quale partecipavano 96 comuni con cinquantamila contadini. La prima vittima della nostra provincia, che doveva cadere sotto al piombo degli agrari, è nata qui in Calabricata, villaggio disperso nel basso Crotonese covo di duchi principi e baroni. E così accanto ad Argentina Altobelli, la figlia dei borghesi emiliani, combattente senza tregua per la causa della redenzione dei lavoratori della terra, siederà da oggi in poi Giuditta Levato, l’umile contadina calabrese che tutto sacrificò per la redenzione dei suoi fratelli, se stessa, la propria giovinezza, la propria famiglia. Di lei, della sua vita semplice poche cose si possono dire. Accade sempre così, quando si deve parlare dei martiri: modesti fuochi, che poi, inaspettatamente divampano, travolgendo se stessi ed altri e lasciandosi dietro una scia luminosa che segna il cammino da seguire. 


Nata il 18 agosto 1915 a Calabricata di Albi da Salvatore Levato, lavoratore della terra, e da Rosa Romania, ottima madre e contadina, passò i suoi anni tra la casa e la terra ad aiutare il padre ed i fratelli nel lavoro dei campi: lavoro spesso ingrato, ma sempre onesto e buono che se abbrutisce la carne, tempra con la sua durezza l’animo. Nella sua giovinezza vi sono molti episodi di bontà. Sempre premurosa con i fratelli, si può dire la seconda mamma di famiglia, giacché tutto a lei confidavano amore e dolore, gioie e disinganni. Sposò a ventun’anni un giovane contadino, Scumaci Pietro che la lasciò madre quando nel 1941 venne chiamato alle armi. Venne chiamato ad offrire i più begli anni della propria giovinezza, non per la patria grande e immortale, non per i propri figli, ma per difendere gli interessi e la libidine di potere di quegli stessi agrari per mano dei quali doveva cadere più tardi uccisa la giovane sposa.
Negli anni della guerra Giuditta continuò nei campi e nella casa, accanto al buon padre l’opera del marito. Seminò, coltivò la terra, raccolse il grano, diede il pane ai figli, fece in modo che i bambini non sentissero la mancanza del genitore lontano. Passata la tragedia della guerra, si ricomponeva e si ridava vita a quella felicità che era nata tra il lavoro dei campi, l’affetto della sposa e il dono dei figli. Passarono i mesi.


Un giorno, un giovane che si disse Comunista, venne nel disperso villaggio e parlò un linguaggio nuovo: li chiamò compagni e fratelli di lotta per la redenzione del proletariato. Questo parlare nuovo, semplice, veramente cristiano e fraterno, convinse Giuditta ad entrare nel grande Partito, di cui intuì l’idea e la missione. Per il suo lavoro appassionato, nacque la Sezione prima, la Cooperativa e la Lega dopo. Si dice che parlasse in maniera buona, in maniera semplice con linguaggio solito ai contadini di questa grande idea che si chiama Comunismo, che libera gli uomini dal bisogno, che libera gli uomini dalle guerre, che li fa diventare più buoni, più onesti, più umani. Lei, la sposa e la sorella di contadini combattenti, la madre dei bimbi mal vestiti, aveva nobilmente intuito e voleva che i lavoratori del suo paese, avessero insieme agli uomini di tutta l’umanità, la libertà dal bisogno e la fine delle guerre. Pensava finalmente, di poter dare tutta la terra che circonda le case basse ed affumicate dalla sua piccola Calabricata, la terra che si stende immensa e che è il dominio di pochi padroni, a tutti i lavoratori del villaggio. Forse per un sogno che le era parso sin da bambina: sin da quando seguendo il padre nei campi lo sentiva lamentare per la scarsezza della terra da coltivare e per la esosità dei padroni. Forse sin d’allora la bella Giuditta aveva pensato di poter un giorno dividere tutta quella terra ai contadini poveri del suo paesello, e fare di quella sterile vallata un immenso giardino. 


E il giorno sognato venne: 17 settembre 1946. Fu festa per tutti: le campane della chiesetta del villaggio incominciarono a suonare dalle prime ore del mattino, per chiamare i contadini a raccolta. Di lontano giungeva l’eco delle altre campane dei paesi vicini. E gente, gente per le campagne vicine con bandiere rosse, con bandiere tricolore. Fu festa per lei, per la bella Giuditta che era in testa a tutti e cantava: Avanti o popolo a la riscossa … Cantavano e piangevano tutti per la commozione. Le campane suonavano a stormo per tutta la vallata. Ma troppo grande era la vittoria, troppo la contentezza, troppo Giuditta aveva fatto perché gli agrari la potessero lasciare impunita.


Venne il 28 novembre e il grosso massaio Pietro Mazza, volle sfidare con la complicità di un ignobile servo, la buona volontà dei contadini di Calabricata. Nel tardo mattino si recava nel suo fondo, richiesto e contestato dalla lega, per seminarlo. Ne fu avvertita Giuditta che chiamò tutte le donne a raccolta, tutte le mamme contadine, tutte le spose dei combattenti: e andarono sul luogo per impedire al ricco massaio di seminare la terra contesa. L’offesa era grave per il massaio che vilmente con l’aiuto di un servo sparò sulla Giuditta la temibile avversaria che dava forza e coraggio ai contadini, a voi o compagni di Calabricata perché vi svincolasse dalla servitù. E la giovane sposa, che sarebbe stata per la terza volta mamma fra pochi mesi fu ferita al ventre. Ma non si abbatté, sedette per terra, si vide la ferita, e alle altre mamme, alle altre spose ordinò che acciuffassero i vigliacchi, perché la lotta non era finita. Si, la lotta, o Giuditta, non è finita; anzi non è neppure incominciata, come tu giustamente mi dicevi sul letto di morte nell’Ospedale di Catanzaro.

Ricordo, ricordo le tue parole: 'Compagno, dillo, dillo a tutti i capi, e agli altri compagni che io sono morta per loro, che io sono morta per tutti […]'.

Ed io, o lavoratori di Calabricata, sono venuto. Ho mantenuto la promessa e sono con voi. Ho veduto le vostre case basse, affumicate e piene di miseria. Ho veduto i vostri bimbi scalzi e pieni di fame. Ho capito perché Giuditta Levato si è sacrificata. Ho veduto le vostre pagliaie, questo cumulo di catapecchie senza un cimitero e senza una fontana ed ho veramente compreso le ultime lacrime di Giuditta Levato, sul letto di morte. Ma la vendicheremo! E quando, nuovamente suoneranno a stormo le campane, per dire che l’ora della riscossa finalmente è venuta, questo piccolo borgo senza strade, diventerà il centro ideale di tutti i lavoratori d’Italia”.

Sono passati 72 anni da quell’eccidio e Giuditta Levato continua a rappresentare l’emblema delle lotte per la dignità e l’emancipazione degli oppressi, una tematica ancora attuale, probabilmente oggi più che mai.

giovedì 22 novembre 2018

Ci ha lasciato Gianfranco Rastrelli






di Ilaria Romeo
responsabile Archivio storico CGIL nazionale



Dirigente della Camera del lavoro di Firenze negli anni Sessanta ne diventa segretario generale nel 1972.
Già segretario generale della Cgil Toscana, assume nel 1981 l’incarico di segretario nazionale della Confederazione con la responsabilità del settore organizzativo.
Ricorda Antonio Pizzinato in relazione al suo ingresso in Segreteria: “Era l’8 giugno del 1984; tre giorni dopo a Padova Enrico Berlinguer avrebbe tenuto il suo ultimo comizio, chiuso nel tragico modo che tutti ricordiamo. Dopo Berlinguer fu a Natta guidare il Pci, e anche lui come nuovo segretario del Pci venne a parlarmi. Ben presto informai Trentin di questa proposta. Intanto un gruppo di compagni coordinato da Gianfranco Rastrelli condusse un sondaggio fra i componenti del Comitato direttivo della Cgil. Salvo due o tre pareri contrari una maggioranza schiacciante si dichiarò favorevole alla mia candidatura”.
Nel 1988 il XIII Congresso nazionale dello Spi (che si svolge a Rimini dal 10 al 15 maggio e che avviene in coincidenza col 40° anniversario della fondazione) lo elegge segretario generale.
In Segreteria confederale Luigi Agostini, segretario regionale del Veneto, e Paolo Lucchesi, segretario regionale della Lombardia, prendono il posto rispettivamente di Gianfranco Rastrelli, andato a dirigere il sindacato pensionati e di Donatella Turtura che andrà al sindacato trasporti (il fatto che la Turtura non sia sostituita da un’altra donna susciterà le formali proteste della componente femminile della Cgil).
Nello stesso anno vengono varate alcune innovazioni organizzative: nascono il Coordinamento delle pensionate e l’Auser - Associazione per l’autogestione dei servizi e la solidarietà - promossa dal Sindacato pensionati italiani e dalla Cgil per realizzare il diritto degli anziani a rimanere protagonisti nella vita sociale ed economica del Paese e per valorizzare attraverso azioni di solidarietà le loro esperienze, capacità, saperi (nell’autunno del 1990 viene presentata la Carta dei diritti dei cittadini anziani per stabilire principi, valori e i diritti elementari delle persone anziane).
Il XIV Congresso dello Spi (Pesaro, 30 settembre - 5 ottobre 1991), accoglie con favore i cambiamenti avvenuti nel corso dell’ultimo triennio e conferma Rastrelli segretario generale (rassegnerà le proprie dimissioni al Cd del 27 aprile 1994).
Vicepresidente della Federazione europea unitaria dei pensionati, in occasione delle elezioni politiche del 1994  viene eletto alla Camera nelle liste del Partito Democratico della Sinistra.
Scriveva sul tema «Rassegna Sindacale» il 21 marzo 1994: “Forse il Sindacato fa sentire la sua presenza su queste elezioni politiche più che nelle altre tornate elettorali. E forse proprio per il ruolo che assumono i collegi con le nuove regole. La Cgil mette in campo non solo molti rappresentanti locali, ma due grossi calibri: il segretario generale dello Spi, Gianfranco Rastrelli, e il segretario generale della Fiom, Fausto Vigevani. Due dirigenti che hanno passato la vita nel sindacato iniziando il loro impegno nei luoghi di origine, a Firenze Rastrelli e a Piacenza Vigevani, fino ad approdare alla segreteria nazionale per poi assumere gli attuali incarichi nello Spi e nella Fiom. Ritorno alle origini dunque in nome della politica: nelle liste proporzionali della Camera per il Pds, in Toscana, Rastrelli. Candidato per il Senato per la lista progressista, in Emilia, Vigevani” (terminato il mandato parlamentare sarà nominato membro del Consiglio di amministrazione dell'Istituto nazionale di previdenza e assistenza per i dipendenti dell'amministrazione pubblica - Inpdap - , in qualità di esperto e in sostituzione del dimissionario Salvatore Cardinale).

lunedì 15 ottobre 2018

“Fu una mattinata tremendissima”: 16 ottobre 1948, la Marcia della fame e la morte di Ugo Schiano




Gli anni del dopoguerra furono tra i più duri per la popolazione pistoiese. Il numero dei disoccupati salì vertiginosamente dalle 6.000 alle 12.000 unità, di cui almeno 2.500/3.000 nella zona montana, che si aggiungevano a una grave carenza dei generi di prima necessità e a un carovita galoppante. “Pane e lavoro” furono le parole d'ordine delle numerose mobilitazioni sociali, che cominciarono fin dal 1944. In una situazione economica ristagnante, con i lavori di ricostruzione che tardavano a partire e mal finanziati, quella sociale divenne l'emergenza prioritaria.
Il protagonismo di ingenti masse popolari attivato dalla Resistenza si esprimeva in un'elevata disponibilità all'azione per migliorare le proprie condizioni di vita e cercare di dare impulso a scelte di cambiamento. Gli attori in campo, i prefetti, i sindaci, i carabinieri, la Confindustria, la Camera del lavoro della CGIL unitaria, i grandi partiti come la DC, il PCI e quello socialista, ed il CLN fino al 1946, si trovarono costantemente impegnati un un'opera di mediazione che cercò di contenere la carica esplosiva della disperazione, trovando accordi e soluzioni di tamponamento, con il sindacato che si fece carico delle richieste generali della popolazione riconducendo la conflittualità all’interno delle proprie strutture.
La situazione più critica era in montagna, dove le uniche attività in grado di garantire l'occupazione erano le cartiere de La Lima, i traballanti lavori di ricostruzione ma soprattutto la SMI, al fabbrica della famiglia Orlando, pesantemente compromessa con il fascismo e che guidava il fronte intransigente padronale insieme alla Confida nelle campagne. E fu proprio in conseguenza di una mobilitazione dei disoccupati della montagna che il 28 gennaio 1947 si giunse al primo grande sciopero generale della provincia.
Il 1947 si chiuse con la rottura delle trattative sul contratto dei metallurgici, che a Pistoia il 29 dicembre provocò l'invasione della sede della Confindustria da parte degli operai della San Giorgio, per la quale vennero denunciate 12 persone e che suscitò una veemente reazione degli industriali. Il Prefetto, Festa, ne prese spunto per lanciare un’offensiva contro il movimento sindacale. In Valdinievole l’8 gennaio iniziava uno sciopero generale, partito da Pescia e legato al problema della disoccupazione. La prefettura colse l’occasione per ordinare 15 arresti – fra cui 5 donne – arbitrari, per evitare una possibile agitazione generalizzata dei lavoratori della provincia. L’improvvida mossa provocò però esattamente quello che voleva evitare. Di fronte agli arresti, la CGIL non poté che dichiarare un nuovo sciopero generale provinciale, durante il quale vennero realizzati numerosi blocchi stradali di protesta. Nella frazione di Bonelle lo scontro si radicalizzò. Un reparto della Celere insieme a 50 carabinieri caricò i dimostranti che bloccavano l’autostrada, che resistettero. La parola passò alle armi, con la polizia che aprì il fuoco e l’invio di due autoblinde. Alla fine restarono feriti in 12, sei per parte. L’indicente destò grandissima impressione e l’Avanti titolò: «La Celere adoperata contro gli scioperi. A Pistoia i tedeschi tornati contro i partigiani». Era il segnale di un deciso cambiamento nella gestione dei conflitti sindacali.
Tra maggio ed agosto del 1948 la SMI annunciò progressivamente l’intenzione di procedere al licenziamento di 500 persone. L’atteggiamento della proprietà era inamovibile. Ne seguì una lunga vertenza, che dette al Prefetto una nuova possibilità di colpire, faziosamente, il sindacato dopo la scissione della componente cristiana. Un primo tentativo di “Marcia della fame” dalla montagna verso il capoluogo venne vietato dal Questore l’11 settembre. Con la ratifica dei licenziamenti, dal 20 settembre le maestranze della SMI entrano in sciopero a oltranza. Il 4 ottobre, di fronte al muro aziendale, si cercò di cambiare tattica, facendo entrare a lavorare tutti i lavoratori, licenziati e non. Per reazione, il 6 ottobre la SMI attuò la serrata, di concerto con le autorità che fecero occupare lo stabilimento dalle forze dell’ordine.
In questo clima, si arrivò a quella fatidica mattina del 16 ottobre 1948, che molti decenni dopo Natalino Lucarelli, uno dei manifestanti che vi rimasero feriti, ancora ricordava come «tremendissima». La CGIL tentò una riedizione della “Marcia della fame” vietata a settembre. Le autorità bloccarono le strade che portavano a Pistoia, ma le famiglie della montagna passarono per i sentieri boschivi, arrivando a Capostrada, da dove mossero verso il centro cittadino. Alle 11:15 gli operai della San Giorgio entrarono in sciopero di solidarietà e si diressero verso il centro. Come sempre, l’intenzione era quella di inviare una delegazione dal Prefetto e di svolgere una manifestazione che dimostrasse con i numeri la forza delle classi popolari. In città si formò un corteo imponente di 5.000 persone, aperto dalle donne. Ma quando la testa arrivò in piazza San Leone, sede della Prefettura, trovò ad accoglierla un cordone della Celere posto a difesa del palazzo. Per la prima volta il Prefetto si rifiutò di ricevere la delegazione sindacale dei dimostranti. Anzi la polizia tentò di disperdere la manifestazione, iniziando una violenta carica con lanci di lacrimogeni. I manifestanti dapprima arretrarono, poi si rifecero avanti lanciando sassi. Dopodiché fu il caos. Nel parapiglia la parola passò di nuovo alle armi. La polizia aprì il fuoco. A terra, nella strada dietro alla piazza, rimasero tre feriti per colpi di arma da fuoco, Natalino Lucarelli, Sergio Poli – il cui fratello era stato fucilato dai fascisti alla Fortezza Santa Barbara il 31 marzo 1944 – e Ugo Schiano, esanime.
Sergio Poli anni dopo ricordava così quanto avvenne: «La Celere bloccava ogni passaggio, cominciarono i primi tafferugli, manganellate, bombe lacrimogene, il fumo che accecava. Anche la piazza del mercato dove la gente faceva acquisti era sotto tiro. La cosa si fece grave quando fecero eco le scariche dei mitra, prima in aria, ma qualcuna però ad altezza d’uomo. In quel momento io mi trovavo accanto a Ugo, fu un attimo, il tempo di qualche parola e fu la fine di una giovane vita.  Io, gravemente ferito, all’ospedale in un momento di risveglio vidi tutti presso di me… Accanto, il mio amico Schiano, il suo respiro lento e profondo. Chiesi “perché a lui non gli fate niente?” La risposta fu “lui è morto!”».
Due giorni dopo ci fu il funerale. Sempre Natalino ci ha lasciato una testimonianza di quella plumbea mattina: «Fu fatta la camera ardente al Sindacato, la CGIL, che all’epoca era in via Bozzi e da lì, il lunedì 18 ottobre, partì il corteo funebre. Più che un funerale fu un’immensa manifestazione, per quel giorno fu indetto lo sciopero generale in Toscana. Al trasporto c’erano tante persone con le bandiere rosse e le autorità. I compagni della Camera del Lavoro, Valdesi segretario della Camera del Lavoro, il Sindaco Corsini ed era arrivato da Roma Roveda della FIOM nazionale che fece l’onoranza funebre. Partì il corteo, il feretro fu portato in spalla dai compagni di lavoro, seguiva una fila lunghissima e arrivò a Valdibure dove fu celebrata la messa e sepolto al cimitero».

Stefano Bartolini
Fondazione Valore Lavoro

domenica 7 ottobre 2018

In marcia!, di Ilaria Romeo

“Assisi, 24 settembre 1961: settecento anni sono passati da quando il più umile e il più grande figlio dell’Umbria, Francesco, lanciava da questi colli, all’Italia e al mondo, il suo messaggio di umana fratellanza, di amore per la vita e le sue creature”. 
E’ l’inizio della cronaca della prima Marcia per la pace. Con il commento di un cronista d’eccezione: Gianni Rodari. 
Sfileranno quel 24 settembre di cinquantasette anni fa circa 20.000 persone tra cui  Norberto Bobbio, Renato Guttuso, Italo Calvino.
“Aver mostrato che il pacifismo, che la non violenza, non sono inerte e passiva accettazione dei mali esistenti, ma sono attivi e in lotta con un proprio metodo che non lascia un momento di sosta nelle solidarietà che suscita e nelle non collaborazioni, nelle proteste, nelle denunce aperte, è un grande risultato della Marcia”, dirà a conclusione dell’esperienza il suo ideatore Aldo Capitini.
“Le parole non potranno mai esaltare la bellezza, il vigore di questa marcia”, aggiungerà Renato Guttuso.
C’è nel corteo gente d’ogni condizione sociale: nomi illustri ed oscuri, deputati, contadini, scrittori, studenti, artisti, dirigenti sindacali, gente comune. Giungono delegazioni da Palermo, Trento, Cosenza, Pescara, Torino, Genova, Milano, Messina, Taranto. Si marcia, si ride, si canta. Le bandiere hanno il colore dell’arcobaleno.
Ricorderà qualche tempo dopo lo stesso Capitini: “I frati di Santa Maria degli Angeli erano impressionati la mattina (così dissero ad una signora) dellarrivo di tanta gente rossa: quando videro quei popolani visitare i luoghi, interni al convento, dove visse San Francesco, e alcuni anche ascoltare la messa, si tranquillizzarono. Non vi fu un ubriaco. Cerano canti: un cantatore barbuto, il musicista Fausto Amodei, insieme con altri cantava canzoni della serie di Cantacronache, tra cui il canto di pace di Italo Calvino Dove vola lavvoltoio, e strofette suggerite lì per lì da Franco Fortini.
Il Movimento Nonviolento fondato all’indomani della prima Marcia (una mozione conclusiva riassume così i suoi obiettivi: cessazione degli esperimenti nucleari di ogni genere, disarmo universale, aiuto reciproco tra i popoli, alleanza di tutti gli uomini che vogliono la pacerifiuterà di rendere annuale la sua periodicità per evitare - si disse - di trasformarla in uno stanco rituale: la seconda Marcia (1978, Mille idee contro la guerra) sarà organizzata in occasione del decimo anniversario della morte di Capitini, mentre la terza (1981, Contro la guerra: a ognuno di fare qualcosa) avverrà per commemorare il ventesimo anniversario della prima. 
Seguiranno fino al 2016 altre 19 marce, di cui due (una il 16 maggio 1999 contro guerra in Kossovo, e una il 12 maggio 2002 per la pace in Medio Oriente) straordinarie.
Il 2 ottobre 1988 (V Marcia per la Pace) si marcerà per unEuropa non violenta, il 1º novembre 1992 (VII) contro la mafia, la corruzione e la violenza, il 14 ottobre 2001 (XIV) per il cibo, l’acqua, il lavoro per tutti. Ancora per l’Europa nel 2003 (XVI), per un’altra cultura nel 2010 (XIX), contro la rassegnazione e l’indifferenza nel 2016 (XXII).
A settant’anni dalla firma della Dichiarazione universale dei diritti umani, a cento anni dalla fine della prima guerra mondiale e a cinquant’anni dalla scomparsa di Aldo Capitini l’Italia che resiste si dà appuntamento il 7 ottobre lungo la strada che conduce da Perugia ad Assisi non per chiedere, ma per fare paceper dimostrare che esiste un altro paese ed un’altra cultura con radici profonde nei principi e nei valori della nostra Costituzione e nella difesa delle democraziaun’Italia che pensa, ragiona e sa scegliere il campo dove stare: quello dei diritti umani universali, della solidarietà, dell’accoglienza e della pace.
GUARDA IL FILM della prima marcia con la regia di Glauco Pellegrini, voce e commento di Gianni Rodari

mercoledì 29 agosto 2018

LA CGIL NEL NOVECENTO - NEWSLETTER AGOSTO 2018

2 agosto 1980, Bologna, 38 anni fa la strage

4 agosto 1974, cronache dall’inferno dell’Italicus

Volevano “seppellire la democrazia sotto una montagna di morti”

Il sonno della ragione genera mostri. Agosto, il mese delle stragi

Il 6 agosto 1968 appare sul settimanale «Tempo» la rubrica di Pasolini 'Il caos'. “Perché ho accettato di scrivere per “Tempo” la presente rubrica? – si chiede lo stesso Pasolini – É una domanda che faccio a me stesso, più che per rispondere preventivamente a coloro, che con simpatia o con antipatia, me la porranno. Ci sono molte ragioni: la prima è il mio bisogno di disobbedire a Budda. Budda insegna il distacco dalle cose (per dirla all’occidentale) e il disimpegno (per continuare con il grigio linguaggio occidentale): due cose che sono nella mia natura. Ma c’è in me, appunto, un irresistibile bisogno di contraddire a questa mia natura” (sul numero 39 del 21 settembre, Paolini pubblicherà all’interno della rubrica una "Lettera al Presidente del Consiglio" Giovanni Leone sulla contestazione alla Mostra del Cinema di Venezia e sulla repressione del Movimento studentesco)

Il 6 agosto 1978, dopo 15 anni di pontificato, muore Paolo VI. Viene eletto al soglio pontificio il Patriarca di Venezia, Albino Luciani, che sceglierà di chiamarsi Giovanni Paolo I, diventando il primo papa della storia ad avere un doppio nome. Il suo pontificato però durerà appena 33 giorni e la sua morte - avvenuta all’improvviso nella notte del 28-29 settembre - sarà un evento inatteso e scioccante per la Chiesa cattolica. Il 16 ottobre il cardinale polacco Karol Wojtyla sarà eletto papa con il nome di Giovanni Paolo II. È il primo pontefice non italiano dai tempi di Adriano VI (1522–1523): il suo sarà il pontificato più lungo della storia, dopo quelli di San Pietro e Pio IX

7 agosto 1947: accordo interconfederale sulla disciplina delle Commissioni interne, più restrittivo del patto Buozzi-Mazzini del 1943

8 agosto 1956: a Marcinelle in Belgio l’incendio di un pozzo della miniera di carbon fossile di Bois du Cazier causa la morte di 262 minatori, tra i quali 136 italiani

L’11 agosto 1892 nasceva a Cerignola (Foggia) Giuseppe Di Vittorio. Lo abbiamo ricordato così...

16 agosto 1924, viene rinvenuto nei pressi di Roma, a Riano, il cadavere di Giacomo Matteotti, rapito e ucciso dai fascisti due mesi prima

16 agosto ’24, ecco il corpo di Matteotti. Su quel delitto nasce il regime fascista

21 agosto: il giorno che a Praga finì la primavera

21 agosto 1964 muore a Jalta Palmiro Togliatti

23 agosto, undici anni senza Bruno Trentin

Guarda la mostra Bruno Trentin, dieci anni dopo disponibile - in italiano ed in inglese - attraverso la piattaforma Google Arts & Culture

Perché lavorare per la CGIL e nella CGIL non è un mestiere come un altro... ricordando Bruno Trentin

Il 25 agosto 1989 viene ucciso a Villa Literno (in provincia di Napoli) Jerry Essan Masslo, rifugiato sudafricano di 29 anni

26 agosto 1950: entra in vigore la legge n. 860 sulla tutela delle lavoratrici madri, fortemente voluta dalla segretaria generale della FIOT-CGIL Teresa Noce


SE TE LO FOSSI PERSO

E' on line la mostra BiblioMarx. Edizioni italiane, a cura dell’Archivio storico CGIL nazionale e della Fondazione Gramsci, con il contributo delle fondazioni Giangiacomo Feltrinelli e Lelio e Lisli Basso.
La mostra è disponibile in italiano ed in inglese ed è resa fruibile attraverso la piattaforma tecnologica Google Arts & Culture, sviluppata da Google - disponibile sul web da laptop e dispositivi mobili, o tramite l’app per iOS e Android - per permettere agli utenti di esplorare opere d’arte, documenti, video e molto altro di oltre 1.000 musei, archivi e organizzazioni che hanno lavorato con il Google Cultural Institute per trasferire in rete le loro collezioni e le loro storie. PER VEDERE LA MOSTRA: https://artsandculture.google.com/exhibit/jwKCjgqQEyRmKw

Per la Formazione a distanza è on line il corso Bruno Trentin, l’utopia quotidiana, disponibile per tutti attraverso la piattaforma web dedicata http://fad.cgil.it/.
Il percorso formativo si apre con un video-intervento del segretario generale Susanna Camusso che spiega obiettivi e finalità del corso; seguono un’introduzione, 8 moduli tra di loro indipendenti (➭ I primi anni; ➭ Il rientro in Italia, la Resistenza e l’ingresso in Cgil; ➭ Il sindacato dei consigli; ➭ La politica contrattuale; ➭ La formazione permanente; ➭ Il sindacato dei diritti, della solidarietà e del programma; ➭ Il lavoro, la conoscenza e l’organizzazione del lavoro; ➭ Il sindacato, la politica e l’Europa), due focus (Focus 1: L’ultimo discorso: precarietà e lavoro e Focus 2: Dallo Statuto alla Carta dei diritti) e un’importante appendice documentaria. Per maggiori informazioni: http://www.rassegna.it/articoli/bruno-trentin-lutopia-quotidiana-lultimo-nato-in-cgil.

Newsletter novembre 2018

Il  3 novembre  di 61 anni fa si spegneva Giuseppe Di Vittorio, antifascista, politico e sindacalista, segretario generale della CGIL dal ...