martedì 29 maggio 2018

La CGIL nel novecento newsletter maggio 2018















SEGNALAZIONI
Alla Seconda conferenza dell’Associazione italiana di public history - Aiph (Pisa, 11-15 giugno 2018) ci siamo anche noi. Leggi il programma completo


EVENTI
La CGIL Calabria suona la campanella: leggi l’articolo e guarda le video interviste


I NOSTRI SPECIALI
Perché lavorare per la CGIL e nella CGIL non è un mestiere come un altro... GUARDA IL VIDEO



L’ANNIVERSARIO
Il 31 maggio 1996 moriva a Roma il settantacinquenne Luciano Lama, giovane partigiano protagonista della stagione fondativa della democrazia italiana, dirigente sindacale e uomo di sinistra, costruttore del sindacato e della Repubblica. In occasione del 22° anniversario della scomparsa, il 31 maggio ci sarà una bella sorpresa su rassegna.it, non perdetela!



mercoledì 2 maggio 2018

LA MARCIA DELLA PROTESTA E DELLA SPERANZA, servizio di Giuseppe Impastato



Il 5 di marzo, domenica, un grande convegno popolare, presieduto da Danilo Dolci, Lorenzo Barbera, Corrado Corghi (consigliere nazionale della Dc), Salvo Riela, Bruno Zevi, Angelo Ganazzoli (presidente dell’Esa) e Leonardo Di Salvo, nella sala del cinema “Nuovo” di Partanna, analizza con attenzione tutti i più gravi problemi che affliggono incessantemente le genti delle valli del Belice, del Carboj e dello Jato e mette dettagliatamente a fuoco gli obiettivi della manifestazione popolare che deve avere il suo inizio nella mattinata del giorno seguente. La relazione di base, nella prima parte della giornata, viene svolta da Lorenzo Barbera, dirigente del centro di pianificazione delle valli. Egli ribadisce innanzi tutto la necessità che vengano costruite o definite le dighe: Arancio sul Carboj, per ora funzionante al 50%, Poma sullo Jato, Garcia sul Belice destro, Cicio sul Modione, Malvello sulla sorgente Malvello. Definendo o costruendo queste dighe si verrebbero a creare infatti 36.100 posti nuovi in agricoltura.
Il suo secondo appunto è rivolto alla riforma agraria: in seguito alla vecchia riforma sono stati assegnati circa 1.400 lotti. La superficie investita dalla riforma è di circa il 2,8% dell’intera superficie della valle del Belice. Ogni lotto misura circa 4 ettari ed ha un reddito lordo scarsissimo che va dalle 200 alle 350 mila lire annue. Tutto questo naturalmente perché sono stati assegnati i terreni peggiori, senza possibilità alcuna di trasformazione.
Di questi 1.400 lotti circa 670 sono stati fomiti di case coloniche che sono a loro volta rimaste per molti anni prive di ogni servizio come l’acqua, la scuola etc. Tra il 1952 e il 1958 sono stati spesi circa 2 miliardi e 700 milioni di lire per munire di attrezzature queste abitazioni, ma attualmente delle 670 case soltanto 260 sono abitate con una certa stabilità. Soltanto uno di tutti i villaggi è effettivamente abitato e funzionante: Piano Cavaliere, che la Dc utilizza come propaganda del suo regime con frequenti fotografie su certe riviste.
Terzo punto messo in evidenza da Barbera è quello delle scuole per tutti: nei 35 Comuni che aderiscono alla manifestazione gli abitanti sono complessivamente 342.000. Gli analfabeti sono circa 103.000.
Nei prossimi cinque anni è quindi auspicabile un piano atto ad istruire almeno 54.000 persone, per cui sono necessarie 2200 classi di scuole popolari. Nella zona a sua volta il corpo insegnanti è presente nel numero di circa 5000 di cui quasi 4000 sono disoccupati. Il piano per l’istruzione popolare verrebbe quindi ad occupare gli insegnanti disoccupati. Dopo il Barbera sono intervenuti più o meno brevemente Michele Mandillo, Salvo Riela ed Angelo Ganazzoli; a quest’ultimo si deve un duro e frontale attacco alla mafia: “Non è arrestando Liggio e Panzeca che si combatte la mafia - ha detto - bisogna colpire i colletti duri, cioè le persone che stanno dietro gli esecutori. Solo così possono venir fuori i nomi di uomini politici, di professionisti, di notabili”.
Nel pomeriggio di poi, sotto la presidenza di Bruno Zevi, è intervenuto per primo Simone Gatto ribadendo con fermezza la necessità di ristrutturare la Sicilia in Comuni e in comprensori di Comuni, eliminando così le ormai superate province. Sono intervenuti tra gli altri Michele Pantaleone e V. Giacalone.
Il 6 di marzo, lunedì, alle 10 circa da Partanna, parte il lungo corteo della marcia della protesta e della speranza per la pace e per lo sviluppo socio-economico della Sicilia occidentale. Guidano la colonna Danilo Dolci, Bruno Zevi, Ernesto Treccani, Antonio Uccello, Lorenzo Barbera ed il piccolo e timido vietnamita Vo Van Ai, eroe della resistenza del suo popolo contro i francesi, delicato poeta e sociologo di indiscussa preparazione. Lungo il percorso che da Partanna porta a Castelvetrano, punto di arrivo della prima tappa, alla vistosissima schiera di marciatori si aggiungono gruppi di gente, contadini, operai della valle del Belice. Hanno portato “pane e tumazzu” per fare colazione durante le soste della estenuante marcia. Dai loro volti segnati dalle fatiche dei lavoro e dalle lunghe sofferenze traspaiono fermezza e soddisfazione: uno stato d’animo veramente sorprendente per la gente di questa zona che conosce molto da vicino la prepotenza di certi personaggi, il “bavagghiu” alla bocca e la lupara.
Attraverso Castelvetrano la colonna conclude la prima tappa alla diga Delia alle 16.
Il giorno successivo, 7 di marzo, martedì, la suggestiva marcia da Castelvetrano raggiunge Menfi, dove i pubblici discorsi di Dolci e di Lucio Lombardo Radice tracciano i programmi e le caratteristiche della manifestazione, auspicando un maggiore benessere per i lavoratori e per i contadini siciliani che lottano per una Sicilia nuova.
Il mercoledì 8 marzo, la colonna arriva a conclusione della terza tappa della marcia, a Santa Margherita Belice. L’incontro tra la popolazione della cittadina ed i marciatori avviene in uno stanzone fresco di intonaco posto sul corso principale.
Dopo il solito discorso chiarificatore di Dolci, prende la parola Ernesto Treccani dichiarando con commossa semplicità e con grande chiarezza il suo scopo preciso, che è quello di contribuire con i suoi mezzi alla rinascita ed al risveglio della povera gente di Sicilia e spiegando quale è il senso del lavoro di un pittore, come esso può contribuire attraverso il segno grafico a dare una spinta di vita sociale. E’ intervenuto quindi Carlo Levi parlando delle sue esperienze compiute nel 1935 nei paesini della Lucania dove egli fu costretto ad abitare per lunghi anni come esiliato politico. Il mondo già espresso nei suoi libri Cristo si è fermato ad Eboli e Le parole sono pietre. È venuto così fuori in un discorso di estrema semplicità.
E’ intervenuto infine lo scultore palermitano Giacomo Baragli che ha accomunato la sua esperienza di ‘emigrato’ a quella ancor più grave dei contadini presenti in sala che sono stati costretti in questi anni ad espatriare all’estero.
Il giovedì 9 marzo si giunge, nel tardo pomeriggio, a Roccamena.
L’incontro con il pubblico del paese viene interamente dedicato alla pace. Si proietta un documentario sulle atrocità che gli americani compiono nel Vietnam e vengono letti alcuni stralci di reportage e di testimonianze di questa guerra balorda: “Prendono un Viet e gli fanno mettere le mani sulle guance, poi prendono un filo di ferro e glielo fanno passare attraverso la guancia, fin dentro la bocca, poi fanno passare il filo attraverso l’altra guancia e l’altro mano, poi tirano il filo”.
La voce è di Vito Cipolla.
Si conclude a Partinico in piazza Garibaldi la quinta e penultima tappa, senza dubbio una delle più dure (30 Km), nella serata del venerdì 10 marzo con un pubblico incontro tra gli organizzatori ed il popolo della cittadina e con la lettura di un messaggio d’adesione e di solidarietà inviato da Roma ai manifestanti dai pittori Renato Guttuso e Corrado Cagli. Altrettanto lunga ed estenuante è l’ultima tappa che da Partinico, attraverso Borgetto, Pioppo e Monreale, conduce i marciatori a Palermo. La colonna, che durante il percorso si era vistosamente infoltita diventa nutritissima alle porte della città. Gruppi di giovani, con cartelli inneggianti alla pace ed allo sviluppo sociale ed economico della nostra terra, confluiscono con incredibile continuità nella fiumana immensa dei manifestanti che per il corso Calatafimi scende rumorosamente, e per le grida di protesta e per le richieste, fatte ad alta voce, del diritto alla vita ed alla libertà, verso il centro della città.
In piazza Kalsa alle 17.30 avviene il festosissimo incontro tra i marciatori e la Palermo operaia.
E’ una grande manifestazione popolare il cui significato si individua in due punti essenziali: condanna aperta della attuale classe dirigente per l’inefficienza ormai lungamente dimostrata nel risolvere i problemi più urgenti e vitali dell’isola; ferma volontà di rompere con un mondo, con una maniera di condurre la cosa pubblica, tutte cose che puzzano di marcio.
Per primo dalla tribuna interviene Danilo Dolci leggendo alla cittadinanza la risoluzione del convegno di Partanna e ribadendo in secondo luogo la necessità che la commissione parlamentare antimafia renda pubblici gli atti in suo possesso.
Altri interventi fanno registrare Nino D’Angelo, Sergio Rapisardi, Lorenzo Barbera e Carlo Levi che definisce la manifestazione “un Parlamento democratico, che è sorto come presa di coscienza che rappresenta una realtà unitaria”.
Conclude la serie di interventi molto drammaticamente Vo Van Ai: “Tutta la mia infanzia e quella della mia generazione non ha conosciuto che la guerra. A tredici anni ho conosciuto la prigione. La prima notte che mi hanno arrestato, nella camera degli interrogatori ho visto coi miei occhi cinque miei compatrioti torturati fino alla morte. Ho visto donne violentate, villaggi incendiati, bambini gettati nel fuoco. Ma tutte queste immagini esprimono soltanto la milionesima parte di quanto avviene attualmente nel Sud Vietnam, giorno dopo giorno, notte dopo notte. Avete mai visto dei bambini napalmizzati? Avete mai visto madri divenire folli davanti ad atrocità incommensurabili? Immaginate il cielo della Sicilia tutta ad un tratto stracciato da migliaia di aerei della morte, il cui solo rumore dei motori ci rende folli? Immaginate le vostre case e le vostre spiagge divenire d’un tratto basi militari? Ora nel Sud Vietnam una prostituta può nutrire quattro persone (la ruffiana che l’alberga, il protettore, l’uomo che col triciclo le porta il cliente e lei stessa), mentre un operaio specializzato non ha il lavoro per guadagnarsi il suo pane. Ci sono ragazze che scambiano il loro corpo per un pezzo di pane o per una bottiglia di latte. E chi deve ricevere aiuti governativi vede che le sue somme attraversando tante mani burocratiche divengono un niente. Né la libertà, né democrazia ora esistono nel Sud Vietnam. Chi parla di pace e di neutralismo viene tacciato come comunista, imprigionato ed ucciso. Affinché una soluzione sia realizzabile, è necessario che tutti i popoli del mondo facciano pressione sui loro governi perché questi all’unanimità domandino: 1) La cessazione immediata di tutti i bombardamenti americani nel Vietnam. 2) La cessazione del sostegno americano al governo Ky nel Sud Vietnam. 3) La costituzione al Sud di un governo civile eletto dal popolo, indipendente da tutte le ingerenze straniere, che possa lavorare effettivamente per la pace, negoziando per la cessazione delle ostilità e tendendo alla riunificazione. Voi avete sentito che i nostri problemi sono anche vostri; come io sento che i vostri problemi sono anche i miei. La soluzione dei problemi fondamentali nel Vietnam, nella Sicilia, in ogni paese del mondo è necessaria non solo al singolo paese ma a ciascuno al mondo. Viva il Vietnam e la Sicilia”. Jerry Cooper, cantante negro ha cantato infine uno spiritual”.

Da «L’idea socialista» 1967, in Salvo Vitale, Nel cuore dei coralli. Peppino Impastato: una vita contro la mafia, Rubbettino 1995.

venerdì 27 aprile 2018

Un popolo al suo grande capo, di Ilaria Romeo



Nel 1923, dopo la chiusura della Camera del lavoro di Bari, Giuseppe Di Vittorio decide di trasferire la famiglia a Roma. Il 13 settembre 1925 lo arrestano. Scarcerato il 10 maggio 1926 non resta molto in libertà: subisce altri arresti che inducono il Partito comunista, cui ha aderito nel 1924, a farlo espatriare. “All’estero - scriverà Michele Magno - Di Vittorio svolge un’attività intensissima. Dal 1928 al 1930 è in Unione Sovietica quale rappresentante della Confederazione del lavoro nell’internazionale sindacale. Poi è a Parigi, ove si dedica al lavoro di direzione della Confederazione del lavoro e all’attività di propaganda fra i lavoratori italiani in Francia. Nel 1936 è tra i primi a raggiungere la Spagna come combattente a difesa della repubblica. Rientrato a Parigi assume la direzione de «La Voce degli italiani», quotidiano degli antifascisti in Francia. Nel 1939 anche in Francia inizia la caccia agli esponenti comunisti. Il giornale «La Voce degli italiani» viene soppresso e Di Vittorio deve darsi alla clandestinità; il 10 febbraio 1941 viene scoperto e arrestato e, dopo un penoso peregrinare di carcere in carcere in territorio tedesco e poi in Italia, nel settembre successivo è avviato al confino a Ventotene, da dove viene liberato unitamente a tutti gli altri confinati politici nell’agosto 1943”.

Nel primo anniversario della morte di Antonio Gramsci, Di Vittorio pubblica su «La Voce» il bellissimo articolo che riproduciamo integralmente a seguire. La stessa pagina ospita, tra gli altri, i contributi di Palmiro Togliatti, Ruggero Grieco e Carlo Rosselli:

“La figura di Antonio Gramsci è di quelle che ingrandiscono a misura che si allontanano nel tempo. Onorando la memoria del martire, al quale i figli più eletti di tutti i popoli rendono il più commosso omaggio, noi abbiamo la certezza di esprimere l’intimo sentimento, non già d’un partito, ma di tutto il popolo italiano, che intravide in Gramsci il grande condottiero capace di guidarlo sulla via della riscossa e della vittoria. Nei pochi scritti su Gramsci che abbiamo potuto riportare in questa pagina, i nostri lettori troveranno le espressioni di rimpianto e di ammirazione dei compagni di lotta del grande martire, coloro ch’ebbero la fortuna di vivere e di lottare con lui e n’ebbero direttamente i primi insegnamenti - come Palmiro Togliatti, primo discepolo e degno continuatore di Gramsci; Ruggero Grieco; Mario Montagnana; Giovanni Parodi, ecc. ecc. - l’omaggio di personalità che onorano l’intera umanità, come il nostro grande amico Romain Rolland: degli scrittori di fama mondiale come Upton Sinclair; di uomini illustri come Jean Cassou, Henri Wallon, Andrée Viollis, ecc. Nessuno aveva mai analizzato con eguale profondità ed acutezza di Antonio Gramsci, la composizione della società italiana, in tutti i suoi elementi costitutivi, nelle sue classi, nei suoi ceti intermedi, nella dinamica dei rapporti intercorrenti fra di loro; nessuno ne aveva mai determinato con eguale precisione i vizi fondamentali, le ingiustizie rivoltanti e le gravi conseguenze che ne derivano per il popolo e la nazione italiana, e ne imbrigliano lo slancio, ne ostacolano lo sviluppo e ne paralizzano lo sforzo progressivo. Ma Antonio Gramsci non era un contemplatore, né il freddo scienziato che limiti la sua soddisfazione alla esattezza della diagnosi. Antonio Gramsci rappresentava la sintesi più completa dello scienziato scrupoloso, dell’uomo d’azione, del capo rivoluzionario. Determinato il male di cui soffre la società italiana ed il suo popolo, Gramsci si applica con eguale passione ad indicarne i rimedi. Dopo la diagnosi, la cura, l’operazione chirurgica che deve guarire e rigenerare l’Italia, spezzando l’involucro pesante che costringe il suo popolo ad uno stato insopportabile di miseria, di arretratezza e d’ignoranza, fra residui abbondanti di feudalismo e di servaggio, specialmente nel Mezzogiorno e nella sua Sardegna. Lo studio profondo dei mali e del marcio di cui è minata alla base la società italiana, e dei mezzi occorrenti per costruirne una nuova, fondata sulla giustizia sociale, sulla libertà, su dei principi che assicurino al paese il massimo sviluppo economico, civile e culturale, ha condotto Antonio Gramsci a identificare nella classe operaia la classe sfruttata più forte, più omogenea e più rivoluzionaria, capace di porsi all’avanguardia del popolo e di costruire la nuova società, non già per liberare soltanto se stessa, ma per liberare tutto il popolo, tutta la società, dalle catene secolari del capitale. Antonio Gramsci fu incontestabilmente il più profondo studioso delle teorie di Marx, di Engels e di Lenin; fu il più grande marxista che abbia avuto l’Italia, quello che meglio d’ogni altro seppe trarne gli insegnamenti concreti e che compì i più grandi sforzi per applicarne il metodo alla situazione del nostro paese. Divenuto capo del Partito della classe operaia, Antonio Gramsci seppe vivere fra gli operai, seppe parlare con loro, seppe apprendere da loro e seppe dar vita al più interessante movimento unitario creato dalla classe operaia italiana, sia per la sua forma originale d’organizzazione che per la precisione e l’ampiezza dei suoi obbiettivi: i Consigli di Fabbrica. Capo di un Partito operaio, Gramsci portava un interesse appassionato alla situazione dei contadini, dei braccianti, degli artigiani, dei piccoli commercianti, dei tecnici e degli intellettuali, di tutti gli strati del nostro popolo. Discutendo con Gramsci sul programma dell’Associazione di Difesa dei Contadini d’Italia - fondata nel 1924 - io sentii la profonda commozione con la quale Gramsci considerava la miseria crescente dei pastori della sua Sardegna, dei contadini poveri del Mezzogiorno, dei braccianti di tutta l’Italia. Io sentii l’odio che si sprigionava dai suoi occhi penetranti, contro i banchieri ed i filibustieri del grande capitale del Nord, che saccheggiano il Mezzogiorno e tutto il popolo lavoratore d’Italia. Unire i contadini ed i braccianti attorno al proletariato industriale; unire tutti gli strati del popolo attorno alla classe operaia e dal suo programma di emancipazione generale della società, non fu mai per Gramsci - e non è mai per i suoi discepoli - una mera questione di tattica, ma bensì il risultato della convinzione profonda che l’unione del popolo attorno alla sua classe d’avanguardia - la classe operaia - è la via maestra per giungere alla liberazione di tutto il popolo. Il fascismo aveva compreso quale grande capo aveva in Antonio Gramsci il popolo italiano, e glielo rapì, assassinandolo gradualmente, freddamente, in oltre dieci anni di lento e sistematico supplizio. Oggi, nel primo anniversario della sua morte, rendendo omaggio al grande capo, al grande martire della lotta per la libertà - insieme a tutti i martiri nostri: Matteotti, Amendola, Rosselli, Gobetti, don Minzoni e tutti coloro che immolarono la propria vita alla nostra causa comune - il popolo italiano s’impegna a seguirne i preziosi insegnamenti, per accelerare il passo verso la meta agognata: la libertà”.

Giuseppe Di Vittorio, «La Voce degli italiani», 27 aprile 1938, p. 3.

giovedì 26 aprile 2018

NEWSLETTER APRILE 2018




AI PARTIGIANI ED ALLE PARTIGIANE DI IERI, DI OGGI E DI DOMANI. BUON 25 APRILE A TUTTI E A TUTTE NOI





LEGGI ANCHE:


PEPITE D’ARCHIVIO


I NOSTRI SPECIALI



SECONDA CONFERENZA ITALIANA DI PUBLIC HISTORY
Dall’11 al 15 giugno 2018 si terrà a Pisa la seconda conferenza italiana di Public History. Anche quest’anno l’Archivio storico CGIL nazionale sarà tra i partecipanti
AIPH5- Leadership e democrazia in una società di massa. Mostre su Gramsci, Nenni, Moro, Trentin. Biografie per immagini e documenti
Coordinatore Francesco M. Biscione (Centro di documentazione Archivio Flamigni)
1. Stefano Mangullo (Fondazione Gramsci), Antonio Gramsci e la Grande guerra
2. Antonio Tedesco (Fondazione Nenni), Nenni Padre della Repubblica
3. Ilaria Moroni (Archivio Flamigni), Immagini di una vita. Una mostra per Aldo Moro
4. Ilaria Romeo (Archivio storico della CGIL), Bruno Trentin, dieci anni dopo 

lunedì 23 aprile 2018

Tutti eredi della lotta partigiana, intervista a Vittorio Foa, «l'Unità», 25 aprile 1995


Bruno Gravagnuolo: Foa, c'è chi ritiene come Renzo De Felice, che il 25 aprile sia stato l'epilogo di uno scontro ristretto, consumatosi tra l'élite fascista e quella antifascista. Sempre per De Felice il vero momento cruciale, traumatico, è stato per l'Italia l'8 settembre. In che senso invece il giorno della Liberazione rimarne per te una data «fondante»?

Vittorio Foa: Anch'io attribuisco molta importanza all'8 settembre. E non perché sia il simbolo dello sfascio, come pensa De Felice. Al contrario. Di lì parte la replica a tutto quello che era stato il fascismo. Momento di scelta dunque, e di recupero dell'identità nazionale tradita dal fascismo. Però il 25 aprile fu una data ancora più importante, una giornata di delirante entusiasmo. Io partecipai all’insurrezione di Milano e ne ho un ricordo vivissimo. Assaporavamo una enorme disponibilità verso il futuro. Era come se il domani ci appartenesse. Tuttavia, e qui sono molto polemico verso un certo «revisionismo» c'era anche dell'altro: eravamo pervasi da un sentimento fraterno, unitario, che ci legava tutti, malgrado le diversità ideologiche. Sentivamo di poter costruire qualcosa di nuovo, e insieme...

B.G. Uno stato di “fusione” che annullava gli aspri contrasti politici interni al Cln?

V.F. Non li annullava affatto. Noi vivevamo una situazione di reale pluralismo, a due livelli. Oltre le differenze politiche c'era un orizzonte dinamico fatto di valori condivisi, denso di speranze. Io credo che la Resistenza rappresenti davvero un valore fondante per la Repubblica. E non in rapporto agli ordinamenti, elaborati dopo il 1945. Parlo di un modello etico di convivenza. Il Cln è stato un esperimento segnato dalla lotta interna per l'egemonia, e insieme dominato dalla prefigurazione di un'Italia diversa. I comunisti, per esempio, avevano delle idee specifiche sull'assetto sociale da realizzare. Eppure la Resistenza li aveva coinvolti fino in fondo nella battaglia democratica. Ai vari storiografi, che ci accusano di aver legittimato i comunisti malgrado il totalitarismo, io dico: per fortuna! Proprio in tal senso la Resistenza ha reso i comunisti costruttori e protagonisti a pieno titolo della democrazia. Ebbene anche questo è un merito non piccolo del biennio '43-45.

B.G. Quello democratico rimase un connettivo durevole fra le forze politiche, malgrado il profilarsi della rottura politica dentro l’antifascismo?

V.F. Alla Costituente i conflitti ebbero libero corso, ma c'era una consapevolezza generale: si
costruivano delle regole comuni.

B.G. Il richiamo a quelle «regole» è un fatto cerimoniale, teso a preservare un nobile denominatone comune, oppure indica ancora un percorso da compiere?

V.F. Il richiamo ai «principi» allude sempre alla comune volontà di costruire qualcosa di nuovo. Dunque non è mero riconoscimento dell'esistente. Lo spirito dell'Aprile '45 fu questo: fare un'Italia diversa. Diversa dalla vecchia Italia prefascista, elitaria. L'ingresso delle classi popolari nella Resistenza, rappresentò una visibile rottura nella storia nazionale. E lo capivano anche i borghesi più retrivi. Non si trattava perciò di entrare nella vecchia casa, per apportare piccole modifiche. Avvertivamo la necessità di un rinnovamento radicale, profondo. Poi vennero le delusioni. Affiorarono i tenaci legami col passato e una destra profonda, la continuità burocratica e amministrativa con la vecchia Italia...

B.G. Nondimeno mi pare che tu non condivida la nota polemica azionista sulla «Resistenza tradita»...

V. F. Noi azionisti siamo scomparsi dalla scena politica. E quando si scompare dalla politica si tende ad incolpare gli altri. Ci sembrava che fosse ritornato il vecchio mondo. E proprio nel momento in cui invocavamo l'autogestione sociale, lo stato anticentralista... In realtà quel che veniva avanti non era una restaurazione vera e propria, ma una spinta più complessa. Era ricominciato con il ‘44, in forme inedite, un certo cammino, un difficile processo. Il processo bloccato dal fascismo nel 1921. Dopo la prima guerra era emersa con forza la necessità di dare rappresentanza politica alle masse escluse. Nel 1919 i socialisti ebbero 150 deputati, e i popolari, nati appena da un mese, 100 deputati. Operai e contadini prendevano per la prima volta, e in massa, la parola. Il 1944 fu la riaffermazione esplosiva di quel processo bloccato nel 1922. La delusione azionista non teneva conto della profonda novità costituita dall'irruzione della democrazia distrutta dal fascismo. E tuttavia veniva colto un punto: la ricostruzione centralistica dello stato attraverso i partiti. Da allora ogni conflitto, ogni vertenza venne mediata dalla rete stato-partiti, nel quadro di istituzioni centralistiche. Quest'elemento di verità, preconizzato, anzi tempo dal Partito d'Azione, apparve via via più chiaro in seguito, cioè negli anni ‘70 e ‘80.

B.G. Torniamo al ‘43-‘45. Fu davvero un biennio segnato da uno scontro tra élite? E inoltre, fu «guerra civile» quel biennio, secondo quanto oggi viene sostenuto da opposti fronti storiografici?

V.F. La Resistenza fu certo un fenomeno di avanguardia, incapace di successo senza una retrovia di consenso ampia e disponibile. La figura del combattente ha un senso solo in questo quadro. E la famosa «zona grigia», attendista e passiva tra i due campi, è piena di cose diverse. Ma un'area di disponibilità, in essa, esisteva, ed era fortissima. Innegabilmente il bisogno di pace favoriva l'antifascismo. Anche per questo il consenso che lo premiò fu rilevante. Quanto alla «guerra civile», è una disputa che non mi appassiona. Si usino pure le parole che si vogliono. C’erano o non c’erano i fascisti? C’erano. E non erano puri fantocci del tedesco. Era della gente che aveva una certa nozione dell'Italia, opposta alla nostra. Loro avevano i miti nazionalisti e imperialisti. Noi credevamo in un'Italia pacifica e cooperativa. Si è dunque trattato di uno scontro armato fra noi e loro. Non è vero che i fascisti sparirono dopo il 25 luglio 1943. Attenzione: c'è il rischio di celebrare solo la grande esaltazione popolare della Liberazione. Perdendo di vista radici, conflitti e responsabilità precise. Si è cancellato tutto. Non si è più parlato delle colpe della Chiesa, né dell'accettazione del fascismo in vasti strati sociali. E divenimmo tutti liberi, tutti antifascisti. Non è vero! C'erano dei fascisti, nel '43-45. Via via sempre di meno, legati ai tedeschi, contro i quali prendemmo le armi. Ma non erano solo dei mercenari.

B.G. Hai riaffermato il valore fondativo dell’antifascismo alla base della Repubblica. Ma di recente, discorrendo con Furio Colombo, hai negato che per essere democratici sia ancora indispensabile passare per l’antifascismo. Come si conciliano questi due convincimenti?

V.F. Non c'è il minimo dubbio che la Repubblica, pur tra i diversi impulsi che essa ha assorbito, sia stata fondata dall'antifascismo. E tuttavia l'affermazione della democrazia, dell'eguaglianza, della tolleranza, possono scaturire da sensibilità e da esperienze storiche molteplici. Perché mai dovrei imporre ad un ventenne di oggi lo schema dell'antifascismo! Scelga lui le parole che vuole. Se andranno nel senso dei valori per cui io ho lottato, ne sarò ben lieto. Non c'è una realtà «antropologica» dell'antifascismo come dice il mio amico Giovanni De Luna. L'antifascismo è un dato storico, non metafisico.

martedì 17 aprile 2018

Le donne nella Resistenza, di Ilaria Romeo (Archivio storico CGIL nazionale)


I compiti ricoperti dalle donne nella Resistenza sono molteplici ed il loro ruolo si differenzia in base al periodo cronologico e al luogo in cui esse si trovano. Oltre che assistere i feriti e gli ammalati e contribuire alla raccolta di indumenti, cibo e medicinali, le donne partecipano portando il loro contributo alle riunioni politiche ed organizzative e all’occasione sanno anche cimentarsi con le armi. Ricoprono tutti i ruoli: sono staffette, portaordini, infermiere, dottoresse, vivandiere, sarte; diffondono la stampa clandestina, trasportano cartucce ed esplosivi nella borsa della spesa, sono le animatrici degli scioperi nelle fabbriche, hanno cura dei morti.

Particolarmente prezioso è il loro compito di comunicazione: con astuzia riescono a passare i posti di blocco nemici raggiungendo la meta prefissata, prendendo contatto con i militari ed informandoli dei nuovi movimenti.

Atti di sabotaggio, interruzione delle vie di comunicazione, aiuto ai partigiani, occupazione dei depositi alimentari tedeschi, approntamento di squadre di pronto soccorso sono solo alcuni dei compiti portati avanti con coraggio e tenacia dalle donne, cui bisogna aggiungere anche la loro attività di propaganda politica e di informazione. Il loro contributo non si limita alle azioni dirette: le donne partecipano ai grandi scioperi del Nord, di più, li organizzano, sostituiscono i loro uomini quando chiedono pane, vestiti, carbone, migliori condizioni che mitighino la durezza del conflitto armato. E muoiono in quelle manifestazioni.

Nel giugno del 1944 il Comitato nazionale dei Gruppi di difesa della donna invia al Comando di liberazione nazionale dell’Alta Italia una relazione sulla costituzione e sull’opera dei gruppi di Difesa in cui si legge: “All’appello hanno risposto le donne italiane delle fabbriche e delle case, delle città e delle campagne riunendosi e lottando. I Gruppi sono sorti e si sono sviluppati nei grandi come nei piccoli centri. A Milano nelle fabbriche si contano ventiquattro Gruppi con circa duemila aderenti; un ugual numero esiste a Torino e a Genova. […] Sono sorti gruppi di contadine, di massaie, nelle case e nelle scuole; la loro azione viene coordinata dai Comitati femminili di città e di villaggio, regionali e provinciali, attorno alle direttive indicate dal Comitato nazionale”.

Stando ad alcuni calcoli fatti dall’Anpi, furono 35.000 le partigiane combattenti, 20.000 le patriote con funzioni di supporto, 70.000 le donne appartenenti ai Gruppi di difesa per la conquista dei diritti delle donne, 5.000 circa le donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, circa 3000 le deportate in Germania.

Nei cortei del 1945 però di donne se ne vedono poche.

La Resistenza delle donne non è stata uguale a quella degli uomini e per molto tempo è rimasta avvolta nel silenzio. Le foto delle partigiane col fucile oggi sembrano scontate, ma per anni non hanno circolato. Dopo la Liberazione la qualifica di partigiano viene riconosciuta a chi aveva portato le armi per almeno tre mesi e aveva compiuto almeno tre azioni di guerra o sabotaggio (o almeno aveva fatto tre mesi di carcere o sei mesi di lavoro nelle strutture logistiche). Poste così le cose, era chiaro che un grande numero di donne resistenti veniva messo fuori gioco e che salvo casi eccezionali per loro si sarebbe potuto parlare solo di ‘contributo’ dato alla Resistenza.

Scrivono nell’introduzione al volume La Resistenza taciuta le due autrici Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina: “Dopo la Liberazione la maggior parte degli uomini considerò naturale rinchiudere nuovamente in casa le donne. Il 6 maggio 1945 Tersilla Fenoglio (Trottolina) non poté neppure partecipare alla grande sfilata delle forze della Resistenza a Torino. «Ma tu sei solo una donna!», si sente rispondere da un compagno di lotta nell’estate del 1945 la partigiana Maria Rovano (Camilla), quando chiede spiegazioni dei gradi riconosciuti soltanto ad altri. Mentre a Barge il vicario riceve il brevetto partigiano prima di lei. E Nelia Benissone (Vittoria)? Dopo aver organizzato assalti ai docks, addestrato gappisti e sappisti, lanciato molotov contro convogli in partenza per la Germania, disarmato militari fascisti per la strada, anche da sola, e dopo esser stata nel 1945 responsabile militare del suo settore, non sarà forse riconosciuta dalla Commissione regionale come «soldato semplice»?”.

Sono solo 19 le donne italiane decorate con la Medaglia d’oro al valore militare e tra queste medaglie 15 sono alla memoria: Irma Bandiera, Ines Bedeschi, Livia Bianchi, Gabriella degli Esposti in Reverberi, Cecilia Deganutti, Anna Maria Enriquez Agnoletti, Tina Lorenzoni, Ancilla Marighetto, Clorinda Menguzzato, Irma Marchiani, Norma Pratelli Parenti, Rita Rosani, Modesta Rossi Palletti, Virginia Tonelli, Iris Versari. Le donne decorate in vita: Gina Borellini (1924-2007), Carla Capponi (1918-2000), Paola Del Din (1923-vivente), Vera Vassalle (1920-1985).

Testo distribuito alle partecipanti alla Assemblea nazionale delle donne Filcams, Fiom, Flai, Funzione Pubblica, Roma 13 aprile 2018


venerdì 13 aprile 2018

Donne nella Cgil, di Ilaria Romeo (Archivio storico CGIL nazionale)


Rispetto alla partecipazione femminile ai movimenti ed agli scioperi che precedono la Liberazione, la presenza delle donne nella ricostituita Cgil unitaria è estremamente esigua. 

Lo stesso Di Vittorio al I Congresso Cgil dell’Italia liberata, tenutosi a Napoli nel gennaio 1945, dichiara “che un difetto essenziale dei nostri sindacati è l’assenza delle donne” (LEGGI)

Per compensare questa assenza il Congresso del 1945 delibera l’istituzione di una Commissione femminile nazionale. La Commissione sarà formalizzata due anni dopo, al Congresso di Firenze del giugno 1947: il contesto politico nazionale cambia radicalmente, viene meno il patto che aveva sostenuto l’azione dei partiti antifascisti, i comunisti escono dal Governo, sale la tensione internazionale. Nel Paese si acuiscono i conflitti sociali in un clima di contrapposizione politica sempre più acceso. Nelle campagne cresce la protesta contadina che si manifesta con un imponente movimento per l’occupazione delle terre incolte e con duri scioperi bracciantili. Molte sono le vittime, a partire da Giuditta Levato, uccisa il 28 novembre 1946 in Calabria, mentre Portella della Ginestra (1947) inaugura la stagione delle stragi. 

Nella prima metà degli anni Cinquanta le principali rivendicazioni delle donne sul terreno del lavoro sono l’attuazione del dettato costituzionale sulla parità salariale e la realizzazione di una tutela della maternità che garantisca non solo migliori condizioni di lavoro, ma anche una serie di servizi esterni di sostegno (asili nido, mense, ecc.). 

La legge sulla tutela delle lavoratrici madri, per la quale si era battuta Teresa Noce, verrà  approvata nel 1950. Il testo definitivo, pur se limitativo rispetto alla proposta Noce, rappresenta un importante risultato per le lavoratrici italiane, ma apre un altro fronte di rivendicazioni; molte imprese, infatti, per aggirare la legge, impongono alle assunte la cosiddetta clausola di nubilato, che prevede il licenziamento in caso di matrimonio. Sempre per iniziativa di Teresa Noce nel maggio 1952 viene presentato alla Camera il progetto di legge per l’«Applicazione della parità di diritti e della parità di retribuzione per un pari lavoro», ma l’accordo sulla parità sarà raggiunto solo il 16 luglio 1960 relativamente ai soli settori industriali (le donne otterranno la parità salariale in agricoltura nel 1964)

Nel 1958 era stata intanto approvata la legge sulla tutela del lavoro a domicilio, mentre sono del 1963 le leggi che vietano il licenziamento delle donne in caso di matrimonio e l’ammissione delle donne ai concorsi per entrare in magistratura.

Nei primi anni Sessanta il miglioramento delle condizioni di lavoro delle donne spinge la Cgil a considerare esaurita l’esperienza delle Commissioni femminili. Il corollario organizzativo di questa nuova impostazione è l’istituzione di un Ufficio confederale di settore, non elettivo, affiancato da una Consulta centrale in cui figurano militanti di base e donne dirigenti delle diverse categorie. La Commissione femminile viene così sostituita da un Ufficio delle lavoratrici con compiti di coordinamento dell’attività delle sindacaliste.

Intanto il 1968 e l’Autunno caldo creano aspettative di emancipazione e conquiste anche nell’universo femminile: le confezioniste ottengono un buon contratto già all’inizio del 1968, mentre le ortofrutticole e le addette al commercio crescono di numero riuscendo nel 1973 a raggiungere un ottimo risultato contrattuale. 

A partire dai primi anni Settanta tuttavia si registra una battuta di arresto nel percorso verso l’emancipazione e la rappresentanza. Nel Comitato direttivo della neonata Federazione Cgil-Cisl-Uil, composto da 80 persone, non vi è neppure una donna. Scarsa rappresentanza le donne trovano anche nella successiva tornata elettorale del Congresso di Bari del 1973. Le donne elette nel Consiglio generale nel 1973 sono 12 (su 211 membri, pari al 5,68%); 2 nel Comitato direttivo (su 64 membri, pari al 3,1%). In un clima generale non favorevole viene però raggiunta l’importante conquista della legge sul lavoro a domicilio. La legge 877/1973 sostituisce la precedente legge 13 marzo 1958, n. 264.

Anche se il sindacato in questi anni le nomina di rado, e ancor meno le chiama negli organismi dirigenti, le donne ci sono e sono larga parte dei movimenti che crescono nel Paese. Lo testimoniano le numerose inchieste sulla condizione operaia, nelle quali, mentre si parla in modo generico di “lavoratori”, emergono molte voci femminili: sono le operaie della Lebole di Arezzo, le cotoniere del gruppo Cantoni, le lavoratrici della Dalmas di Bologna e della Apollon di Roma, che scendono in sciopero, molte per la prima volta, contro il cottimo, per l’abolizione della quarta categoria, per i diritti sindacali in fabbrica. 

Si impone intanto, a livello organizzativo, l’esperienza del Coordinamento donne della Flm. Il confronto con questa nuova realtà mette profondamente in discussione l’approccio della Cgil ai temi della condizione della donna e la sua capacità di dare alle donne una adeguata rappresentanza al suo interno. La Conferenza nazionale delle donne dell’aprile 1981 prende atto delle novità e sollecitazioni portate in tutta Italia dalla esperienza dei Coordinamenti donne della Flm, e pone l’esigenza di introdurre anche in Cgil una analoga forma di rappresentanza delle donne. Il X Congresso confederale tenderà a confermare la linea intrapresa.

Certo bisogna ammettere che all’inizio nei gruppi dirigenti del principale sindacato italiano c’erano solo maschi. Dalla data di nascita (1906) devono trascorrere circa 80 anni prima che una donna, Donatella Turtura, sia chiamata da Luciamo Lama a far parte della Segreteria confederale. Un salto di qualità che aveva però visto altre donne conquistare un primato nelle categorieTeresa Noce segretaria dei tessili, Lina FibbiNella Marcellino.

Dirà di loro Guglielmo Epifani in occasione del passaggio del testimone e della elezione al ruolo di segretario generale della Cgil di Susanna Camusso, prima donna a ricoprire la carica, nel novembre 2010: “Voglio fare gli auguri di cuore - convinti e sereni - a Susanna. Per quanto la fase che è chiamata ad affrontare con la nuova responsabilità è realmente densa di problemi e durezze, non ho il minimo dubbio che li affronterà nel modo più serio, più adeguato possibile. Ne ha le capacità, la determinazione, l’esperienza. Ha il vostro e il mio appoggio. In Cgil non si sta tanti anni in trincea, in posizione di responsabilità così a lungo e così con stima, se non si hanno le qualità giuste. Di testa e di cuore. Di conoscenze e di passione, di capacità e di determinazione. Per una donna poi sappiamo quanto tutto sia più difficile tra responsabilità di lavoro e quelle di cura e di famiglia. Susanna sarà una grande segretaria della Cgil, e sarà anche la mia segretaria. Dobbiamo essere contenti della scelta fatta. E del fatto storico che abbiamo determinato: non solo una donna alla guida della Cgil, ma una donna alla guida di uno dei più grandi e rispettati sindacati mondiali. Superiamo così un ritardo non accettabile, e insieme riconosciamo anche così il ruolo che nella storia delle classi lavoratrici italiane hanno avuto le donne, quelle che abbiamo rievocato e studiato nel corso del nostro centenario. Le braccianti, le tessili, le maestre, le impiegate, le operaie e tutte le altre fino ai giorni nostri. E le tante figure di questa storia: Argentina Altobelli, Lina Fibbi, Teresa Noce, Nella Marcellino, Donatella Turtura e voi che siete qui nei vostri ruoli e responsabilità. Vinciamo una prova importante, e diamo un segno a tutta la società italiana, alla continua sottovalutazione e discriminazione di genere, al ruolo, all’uso, all’abuso che si fa della donna e del suo corpo, ai quanti vogliono tornare indietro”.

Oggi le donne in Cgil sono circa il 50% degli iscritti, il 46% nei lavoratori attivi. Hanno circa la metà dei delegati nelle assemblee e nei comitati direttivi. Sono alla guida di numerose camere del lavoro e strutture regionali nonché di categorie nazionali (metalmeccanici con Francesca Re David, funzione pubblica con Serena Sorrentino, agroindustria con Ivana Gallicommercio e servizi con Maria Grazia Gabrielli solo per citarne alcune) e costituiscono il 50% dei membri della Segreteria confederale (nella Segreteria confederale la percentuale di donne è gradualmente aumentata a partire dal 1986 sino a divenire paritaria nel 2002) e più del 40% del Comitato direttivo confederale (con il 1996, anno del XIII Congresso, la ‘Norma antidiscriminatoria’ ha assunto un carattere vincolante e soprattutto è stata introdotta senza alcuna riserva “stabilendo che nessuno dei due sessi può essere rappresentato al di sotto del 40% o al di sopra del 60%” - Statuto Cgil, art. 6).

Diceva del resto qualche anno fa Susanna Camusso: “Il sindacato è per definizione un’organizzazione collettiva. Considero il fatto che oggi una donna diriga la Cgil non un successo personale ma il frutto di una lunga storia anche complicata e conflittuale delle donne nel sindacato. Poi certo, le donne sono più disponibili all’ascolto e a mettersi in discussione. Però non avere mai certezze è anche molto faticoso. Il messaggio che manderei alle giovani - e che ripeto spesso anche a mia figlia - è che un esercizio collettivo è di per sé un cambiamento e che non è vero che parole come ‘femminismo’ sono vecchie. Sembrano vecchie perché vi illudono che non ci sono discriminazioni. Invece vi scontrate con gli stessi problemi con cui ci siamo misurate noi. La realtà non è cambiata e richiede parole già usate e solo apparentemente usurate”: 
#donne #cgil #lavoro #uguaglianza #dignità.

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