giovedì 26 aprile 2018

NEWSLETTER APRILE 2018




AI PARTIGIANI ED ALLE PARTIGIANE DI IERI, DI OGGI E DI DOMANI. BUON 25 APRILE A TUTTI E A TUTTE NOI





LEGGI ANCHE:


PEPITE D’ARCHIVIO


I NOSTRI SPECIALI



SECONDA CONFERENZA ITALIANA DI PUBLIC HISTORY
Dall’11 al 15 giugno 2018 si terrà a Pisa la seconda conferenza italiana di Public History. Anche quest’anno l’Archivio storico CGIL nazionale sarà tra i partecipanti
AIPH5- Leadership e democrazia in una società di massa. Mostre su Gramsci, Nenni, Moro, Trentin. Biografie per immagini e documenti
Coordinatore Francesco M. Biscione (Centro di documentazione Archivio Flamigni)
1. Stefano Mangullo (Fondazione Gramsci), Antonio Gramsci e la Grande guerra
2. Antonio Tedesco (Fondazione Nenni), Nenni Padre della Repubblica
3. Ilaria Moroni (Archivio Flamigni), Immagini di una vita. Una mostra per Aldo Moro
4. Ilaria Romeo (Archivio storico della CGIL), Bruno Trentin, dieci anni dopo 

lunedì 23 aprile 2018

Tutti eredi della lotta partigiana, intervista a Vittorio Foa, «l'Unità», 25 aprile 1995


Bruno Gravagnuolo: Foa, c'è chi ritiene come Renzo De Felice, che il 25 aprile sia stato l'epilogo di uno scontro ristretto, consumatosi tra l'élite fascista e quella antifascista. Sempre per De Felice il vero momento cruciale, traumatico, è stato per l'Italia l'8 settembre. In che senso invece il giorno della Liberazione rimarne per te una data «fondante»?

Vittorio Foa: Anch'io attribuisco molta importanza all'8 settembre. E non perché sia il simbolo dello sfascio, come pensa De Felice. Al contrario. Di lì parte la replica a tutto quello che era stato il fascismo. Momento di scelta dunque, e di recupero dell'identità nazionale tradita dal fascismo. Però il 25 aprile fu una data ancora più importante, una giornata di delirante entusiasmo. Io partecipai all’insurrezione di Milano e ne ho un ricordo vivissimo. Assaporavamo una enorme disponibilità verso il futuro. Era come se il domani ci appartenesse. Tuttavia, e qui sono molto polemico verso un certo «revisionismo» c'era anche dell'altro: eravamo pervasi da un sentimento fraterno, unitario, che ci legava tutti, malgrado le diversità ideologiche. Sentivamo di poter costruire qualcosa di nuovo, e insieme...

B.G. Uno stato di “fusione” che annullava gli aspri contrasti politici interni al Cln?

V.F. Non li annullava affatto. Noi vivevamo una situazione di reale pluralismo, a due livelli. Oltre le differenze politiche c'era un orizzonte dinamico fatto di valori condivisi, denso di speranze. Io credo che la Resistenza rappresenti davvero un valore fondante per la Repubblica. E non in rapporto agli ordinamenti, elaborati dopo il 1945. Parlo di un modello etico di convivenza. Il Cln è stato un esperimento segnato dalla lotta interna per l'egemonia, e insieme dominato dalla prefigurazione di un'Italia diversa. I comunisti, per esempio, avevano delle idee specifiche sull'assetto sociale da realizzare. Eppure la Resistenza li aveva coinvolti fino in fondo nella battaglia democratica. Ai vari storiografi, che ci accusano di aver legittimato i comunisti malgrado il totalitarismo, io dico: per fortuna! Proprio in tal senso la Resistenza ha reso i comunisti costruttori e protagonisti a pieno titolo della democrazia. Ebbene anche questo è un merito non piccolo del biennio '43-45.

B.G. Quello democratico rimase un connettivo durevole fra le forze politiche, malgrado il profilarsi della rottura politica dentro l’antifascismo?

V.F. Alla Costituente i conflitti ebbero libero corso, ma c'era una consapevolezza generale: si
costruivano delle regole comuni.

B.G. Il richiamo a quelle «regole» è un fatto cerimoniale, teso a preservare un nobile denominatone comune, oppure indica ancora un percorso da compiere?

V.F. Il richiamo ai «principi» allude sempre alla comune volontà di costruire qualcosa di nuovo. Dunque non è mero riconoscimento dell'esistente. Lo spirito dell'Aprile '45 fu questo: fare un'Italia diversa. Diversa dalla vecchia Italia prefascista, elitaria. L'ingresso delle classi popolari nella Resistenza, rappresentò una visibile rottura nella storia nazionale. E lo capivano anche i borghesi più retrivi. Non si trattava perciò di entrare nella vecchia casa, per apportare piccole modifiche. Avvertivamo la necessità di un rinnovamento radicale, profondo. Poi vennero le delusioni. Affiorarono i tenaci legami col passato e una destra profonda, la continuità burocratica e amministrativa con la vecchia Italia...

B.G. Nondimeno mi pare che tu non condivida la nota polemica azionista sulla «Resistenza tradita»...

V. F. Noi azionisti siamo scomparsi dalla scena politica. E quando si scompare dalla politica si tende ad incolpare gli altri. Ci sembrava che fosse ritornato il vecchio mondo. E proprio nel momento in cui invocavamo l'autogestione sociale, lo stato anticentralista... In realtà quel che veniva avanti non era una restaurazione vera e propria, ma una spinta più complessa. Era ricominciato con il ‘44, in forme inedite, un certo cammino, un difficile processo. Il processo bloccato dal fascismo nel 1921. Dopo la prima guerra era emersa con forza la necessità di dare rappresentanza politica alle masse escluse. Nel 1919 i socialisti ebbero 150 deputati, e i popolari, nati appena da un mese, 100 deputati. Operai e contadini prendevano per la prima volta, e in massa, la parola. Il 1944 fu la riaffermazione esplosiva di quel processo bloccato nel 1922. La delusione azionista non teneva conto della profonda novità costituita dall'irruzione della democrazia distrutta dal fascismo. E tuttavia veniva colto un punto: la ricostruzione centralistica dello stato attraverso i partiti. Da allora ogni conflitto, ogni vertenza venne mediata dalla rete stato-partiti, nel quadro di istituzioni centralistiche. Quest'elemento di verità, preconizzato, anzi tempo dal Partito d'Azione, apparve via via più chiaro in seguito, cioè negli anni ‘70 e ‘80.

B.G. Torniamo al ‘43-‘45. Fu davvero un biennio segnato da uno scontro tra élite? E inoltre, fu «guerra civile» quel biennio, secondo quanto oggi viene sostenuto da opposti fronti storiografici?

V.F. La Resistenza fu certo un fenomeno di avanguardia, incapace di successo senza una retrovia di consenso ampia e disponibile. La figura del combattente ha un senso solo in questo quadro. E la famosa «zona grigia», attendista e passiva tra i due campi, è piena di cose diverse. Ma un'area di disponibilità, in essa, esisteva, ed era fortissima. Innegabilmente il bisogno di pace favoriva l'antifascismo. Anche per questo il consenso che lo premiò fu rilevante. Quanto alla «guerra civile», è una disputa che non mi appassiona. Si usino pure le parole che si vogliono. C’erano o non c’erano i fascisti? C’erano. E non erano puri fantocci del tedesco. Era della gente che aveva una certa nozione dell'Italia, opposta alla nostra. Loro avevano i miti nazionalisti e imperialisti. Noi credevamo in un'Italia pacifica e cooperativa. Si è dunque trattato di uno scontro armato fra noi e loro. Non è vero che i fascisti sparirono dopo il 25 luglio 1943. Attenzione: c'è il rischio di celebrare solo la grande esaltazione popolare della Liberazione. Perdendo di vista radici, conflitti e responsabilità precise. Si è cancellato tutto. Non si è più parlato delle colpe della Chiesa, né dell'accettazione del fascismo in vasti strati sociali. E divenimmo tutti liberi, tutti antifascisti. Non è vero! C'erano dei fascisti, nel '43-45. Via via sempre di meno, legati ai tedeschi, contro i quali prendemmo le armi. Ma non erano solo dei mercenari.

B.G. Hai riaffermato il valore fondativo dell’antifascismo alla base della Repubblica. Ma di recente, discorrendo con Furio Colombo, hai negato che per essere democratici sia ancora indispensabile passare per l’antifascismo. Come si conciliano questi due convincimenti?

V.F. Non c'è il minimo dubbio che la Repubblica, pur tra i diversi impulsi che essa ha assorbito, sia stata fondata dall'antifascismo. E tuttavia l'affermazione della democrazia, dell'eguaglianza, della tolleranza, possono scaturire da sensibilità e da esperienze storiche molteplici. Perché mai dovrei imporre ad un ventenne di oggi lo schema dell'antifascismo! Scelga lui le parole che vuole. Se andranno nel senso dei valori per cui io ho lottato, ne sarò ben lieto. Non c'è una realtà «antropologica» dell'antifascismo come dice il mio amico Giovanni De Luna. L'antifascismo è un dato storico, non metafisico.

martedì 17 aprile 2018

Le donne nella Resistenza, di Ilaria Romeo (Archivio storico CGIL nazionale)


I compiti ricoperti dalle donne nella Resistenza sono molteplici ed il loro ruolo si differenzia in base al periodo cronologico e al luogo in cui esse si trovano. Oltre che assistere i feriti e gli ammalati e contribuire alla raccolta di indumenti, cibo e medicinali, le donne partecipano portando il loro contributo alle riunioni politiche ed organizzative e all’occasione sanno anche cimentarsi con le armi. Ricoprono tutti i ruoli: sono staffette, portaordini, infermiere, dottoresse, vivandiere, sarte; diffondono la stampa clandestina, trasportano cartucce ed esplosivi nella borsa della spesa, sono le animatrici degli scioperi nelle fabbriche, hanno cura dei morti.

Particolarmente prezioso è il loro compito di comunicazione: con astuzia riescono a passare i posti di blocco nemici raggiungendo la meta prefissata, prendendo contatto con i militari ed informandoli dei nuovi movimenti.

Atti di sabotaggio, interruzione delle vie di comunicazione, aiuto ai partigiani, occupazione dei depositi alimentari tedeschi, approntamento di squadre di pronto soccorso sono solo alcuni dei compiti portati avanti con coraggio e tenacia dalle donne, cui bisogna aggiungere anche la loro attività di propaganda politica e di informazione. Il loro contributo non si limita alle azioni dirette: le donne partecipano ai grandi scioperi del Nord, di più, li organizzano, sostituiscono i loro uomini quando chiedono pane, vestiti, carbone, migliori condizioni che mitighino la durezza del conflitto armato. E muoiono in quelle manifestazioni.

Nel giugno del 1944 il Comitato nazionale dei Gruppi di difesa della donna invia al Comando di liberazione nazionale dell’Alta Italia una relazione sulla costituzione e sull’opera dei gruppi di Difesa in cui si legge: “All’appello hanno risposto le donne italiane delle fabbriche e delle case, delle città e delle campagne riunendosi e lottando. I Gruppi sono sorti e si sono sviluppati nei grandi come nei piccoli centri. A Milano nelle fabbriche si contano ventiquattro Gruppi con circa duemila aderenti; un ugual numero esiste a Torino e a Genova. […] Sono sorti gruppi di contadine, di massaie, nelle case e nelle scuole; la loro azione viene coordinata dai Comitati femminili di città e di villaggio, regionali e provinciali, attorno alle direttive indicate dal Comitato nazionale”.

Stando ad alcuni calcoli fatti dall’Anpi, furono 35.000 le partigiane combattenti, 20.000 le patriote con funzioni di supporto, 70.000 le donne appartenenti ai Gruppi di difesa per la conquista dei diritti delle donne, 5.000 circa le donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, circa 3000 le deportate in Germania.

Nei cortei del 1945 però di donne se ne vedono poche.

La Resistenza delle donne non è stata uguale a quella degli uomini e per molto tempo è rimasta avvolta nel silenzio. Le foto delle partigiane col fucile oggi sembrano scontate, ma per anni non hanno circolato. Dopo la Liberazione la qualifica di partigiano viene riconosciuta a chi aveva portato le armi per almeno tre mesi e aveva compiuto almeno tre azioni di guerra o sabotaggio (o almeno aveva fatto tre mesi di carcere o sei mesi di lavoro nelle strutture logistiche). Poste così le cose, era chiaro che un grande numero di donne resistenti veniva messo fuori gioco e che salvo casi eccezionali per loro si sarebbe potuto parlare solo di ‘contributo’ dato alla Resistenza.

Scrivono nell’introduzione al volume La Resistenza taciuta le due autrici Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina: “Dopo la Liberazione la maggior parte degli uomini considerò naturale rinchiudere nuovamente in casa le donne. Il 6 maggio 1945 Tersilla Fenoglio (Trottolina) non poté neppure partecipare alla grande sfilata delle forze della Resistenza a Torino. «Ma tu sei solo una donna!», si sente rispondere da un compagno di lotta nell’estate del 1945 la partigiana Maria Rovano (Camilla), quando chiede spiegazioni dei gradi riconosciuti soltanto ad altri. Mentre a Barge il vicario riceve il brevetto partigiano prima di lei. E Nelia Benissone (Vittoria)? Dopo aver organizzato assalti ai docks, addestrato gappisti e sappisti, lanciato molotov contro convogli in partenza per la Germania, disarmato militari fascisti per la strada, anche da sola, e dopo esser stata nel 1945 responsabile militare del suo settore, non sarà forse riconosciuta dalla Commissione regionale come «soldato semplice»?”.

Sono solo 19 le donne italiane decorate con la Medaglia d’oro al valore militare e tra queste medaglie 15 sono alla memoria: Irma Bandiera, Ines Bedeschi, Livia Bianchi, Gabriella degli Esposti in Reverberi, Cecilia Deganutti, Anna Maria Enriquez Agnoletti, Tina Lorenzoni, Ancilla Marighetto, Clorinda Menguzzato, Irma Marchiani, Norma Pratelli Parenti, Rita Rosani, Modesta Rossi Palletti, Virginia Tonelli, Iris Versari. Le donne decorate in vita: Gina Borellini (1924-2007), Carla Capponi (1918-2000), Paola Del Din (1923-vivente), Vera Vassalle (1920-1985).

Testo distribuito alle partecipanti alla Assemblea nazionale delle donne Filcams, Fiom, Flai, Funzione Pubblica, Roma 13 aprile 2018


venerdì 13 aprile 2018

Donne nella Cgil, di Ilaria Romeo (Archivio storico CGIL nazionale)


Rispetto alla partecipazione femminile ai movimenti ed agli scioperi che precedono la Liberazione, la presenza delle donne nella ricostituita Cgil unitaria è estremamente esigua. 

Lo stesso Di Vittorio al I Congresso Cgil dell’Italia liberata, tenutosi a Napoli nel gennaio 1945, dichiara “che un difetto essenziale dei nostri sindacati è l’assenza delle donne” (LEGGI)

Per compensare questa assenza il Congresso del 1945 delibera l’istituzione di una Commissione femminile nazionale. La Commissione sarà formalizzata due anni dopo, al Congresso di Firenze del giugno 1947: il contesto politico nazionale cambia radicalmente, viene meno il patto che aveva sostenuto l’azione dei partiti antifascisti, i comunisti escono dal Governo, sale la tensione internazionale. Nel Paese si acuiscono i conflitti sociali in un clima di contrapposizione politica sempre più acceso. Nelle campagne cresce la protesta contadina che si manifesta con un imponente movimento per l’occupazione delle terre incolte e con duri scioperi bracciantili. Molte sono le vittime, a partire da Giuditta Levato, uccisa il 28 novembre 1946 in Calabria, mentre Portella della Ginestra (1947) inaugura la stagione delle stragi. 

Nella prima metà degli anni Cinquanta le principali rivendicazioni delle donne sul terreno del lavoro sono l’attuazione del dettato costituzionale sulla parità salariale e la realizzazione di una tutela della maternità che garantisca non solo migliori condizioni di lavoro, ma anche una serie di servizi esterni di sostegno (asili nido, mense, ecc.). 

La legge sulla tutela delle lavoratrici madri, per la quale si era battuta Teresa Noce, verrà  approvata nel 1950. Il testo definitivo, pur se limitativo rispetto alla proposta Noce, rappresenta un importante risultato per le lavoratrici italiane, ma apre un altro fronte di rivendicazioni; molte imprese, infatti, per aggirare la legge, impongono alle assunte la cosiddetta clausola di nubilato, che prevede il licenziamento in caso di matrimonio. Sempre per iniziativa di Teresa Noce nel maggio 1952 viene presentato alla Camera il progetto di legge per l’«Applicazione della parità di diritti e della parità di retribuzione per un pari lavoro», ma l’accordo sulla parità sarà raggiunto solo il 16 luglio 1960 relativamente ai soli settori industriali (le donne otterranno la parità salariale in agricoltura nel 1964)

Nel 1958 era stata intanto approvata la legge sulla tutela del lavoro a domicilio, mentre sono del 1963 le leggi che vietano il licenziamento delle donne in caso di matrimonio e l’ammissione delle donne ai concorsi per entrare in magistratura.

Nei primi anni Sessanta il miglioramento delle condizioni di lavoro delle donne spinge la Cgil a considerare esaurita l’esperienza delle Commissioni femminili. Il corollario organizzativo di questa nuova impostazione è l’istituzione di un Ufficio confederale di settore, non elettivo, affiancato da una Consulta centrale in cui figurano militanti di base e donne dirigenti delle diverse categorie. La Commissione femminile viene così sostituita da un Ufficio delle lavoratrici con compiti di coordinamento dell’attività delle sindacaliste.

Intanto il 1968 e l’Autunno caldo creano aspettative di emancipazione e conquiste anche nell’universo femminile: le confezioniste ottengono un buon contratto già all’inizio del 1968, mentre le ortofrutticole e le addette al commercio crescono di numero riuscendo nel 1973 a raggiungere un ottimo risultato contrattuale. 

A partire dai primi anni Settanta tuttavia si registra una battuta di arresto nel percorso verso l’emancipazione e la rappresentanza. Nel Comitato direttivo della neonata Federazione Cgil-Cisl-Uil, composto da 80 persone, non vi è neppure una donna. Scarsa rappresentanza le donne trovano anche nella successiva tornata elettorale del Congresso di Bari del 1973. Le donne elette nel Consiglio generale nel 1973 sono 12 (su 211 membri, pari al 5,68%); 2 nel Comitato direttivo (su 64 membri, pari al 3,1%). In un clima generale non favorevole viene però raggiunta l’importante conquista della legge sul lavoro a domicilio. La legge 877/1973 sostituisce la precedente legge 13 marzo 1958, n. 264.

Anche se il sindacato in questi anni le nomina di rado, e ancor meno le chiama negli organismi dirigenti, le donne ci sono e sono larga parte dei movimenti che crescono nel Paese. Lo testimoniano le numerose inchieste sulla condizione operaia, nelle quali, mentre si parla in modo generico di “lavoratori”, emergono molte voci femminili: sono le operaie della Lebole di Arezzo, le cotoniere del gruppo Cantoni, le lavoratrici della Dalmas di Bologna e della Apollon di Roma, che scendono in sciopero, molte per la prima volta, contro il cottimo, per l’abolizione della quarta categoria, per i diritti sindacali in fabbrica. 

Si impone intanto, a livello organizzativo, l’esperienza del Coordinamento donne della Flm. Il confronto con questa nuova realtà mette profondamente in discussione l’approccio della Cgil ai temi della condizione della donna e la sua capacità di dare alle donne una adeguata rappresentanza al suo interno. La Conferenza nazionale delle donne dell’aprile 1981 prende atto delle novità e sollecitazioni portate in tutta Italia dalla esperienza dei Coordinamenti donne della Flm, e pone l’esigenza di introdurre anche in Cgil una analoga forma di rappresentanza delle donne. Il X Congresso confederale tenderà a confermare la linea intrapresa.

Certo bisogna ammettere che all’inizio nei gruppi dirigenti del principale sindacato italiano c’erano solo maschi. Dalla data di nascita (1906) devono trascorrere circa 80 anni prima che una donna, Donatella Turtura, sia chiamata da Luciamo Lama a far parte della Segreteria confederale. Un salto di qualità che aveva però visto altre donne conquistare un primato nelle categorieTeresa Noce segretaria dei tessili, Lina FibbiNella Marcellino.

Dirà di loro Guglielmo Epifani in occasione del passaggio del testimone e della elezione al ruolo di segretario generale della Cgil di Susanna Camusso, prima donna a ricoprire la carica, nel novembre 2010: “Voglio fare gli auguri di cuore - convinti e sereni - a Susanna. Per quanto la fase che è chiamata ad affrontare con la nuova responsabilità è realmente densa di problemi e durezze, non ho il minimo dubbio che li affronterà nel modo più serio, più adeguato possibile. Ne ha le capacità, la determinazione, l’esperienza. Ha il vostro e il mio appoggio. In Cgil non si sta tanti anni in trincea, in posizione di responsabilità così a lungo e così con stima, se non si hanno le qualità giuste. Di testa e di cuore. Di conoscenze e di passione, di capacità e di determinazione. Per una donna poi sappiamo quanto tutto sia più difficile tra responsabilità di lavoro e quelle di cura e di famiglia. Susanna sarà una grande segretaria della Cgil, e sarà anche la mia segretaria. Dobbiamo essere contenti della scelta fatta. E del fatto storico che abbiamo determinato: non solo una donna alla guida della Cgil, ma una donna alla guida di uno dei più grandi e rispettati sindacati mondiali. Superiamo così un ritardo non accettabile, e insieme riconosciamo anche così il ruolo che nella storia delle classi lavoratrici italiane hanno avuto le donne, quelle che abbiamo rievocato e studiato nel corso del nostro centenario. Le braccianti, le tessili, le maestre, le impiegate, le operaie e tutte le altre fino ai giorni nostri. E le tante figure di questa storia: Argentina Altobelli, Lina Fibbi, Teresa Noce, Nella Marcellino, Donatella Turtura e voi che siete qui nei vostri ruoli e responsabilità. Vinciamo una prova importante, e diamo un segno a tutta la società italiana, alla continua sottovalutazione e discriminazione di genere, al ruolo, all’uso, all’abuso che si fa della donna e del suo corpo, ai quanti vogliono tornare indietro”.

Oggi le donne in Cgil sono circa il 50% degli iscritti, il 46% nei lavoratori attivi. Hanno circa la metà dei delegati nelle assemblee e nei comitati direttivi. Sono alla guida di numerose camere del lavoro e strutture regionali nonché di categorie nazionali (metalmeccanici con Francesca Re David, funzione pubblica con Serena Sorrentino, agroindustria con Ivana Gallicommercio e servizi con Maria Grazia Gabrielli solo per citarne alcune) e costituiscono il 50% dei membri della Segreteria confederale (nella Segreteria confederale la percentuale di donne è gradualmente aumentata a partire dal 1986 sino a divenire paritaria nel 2002) e più del 40% del Comitato direttivo confederale (con il 1996, anno del XIII Congresso, la ‘Norma antidiscriminatoria’ ha assunto un carattere vincolante e soprattutto è stata introdotta senza alcuna riserva “stabilendo che nessuno dei due sessi può essere rappresentato al di sotto del 40% o al di sopra del 60%” - Statuto Cgil, art. 6).

Diceva del resto qualche anno fa Susanna Camusso: “Il sindacato è per definizione un’organizzazione collettiva. Considero il fatto che oggi una donna diriga la Cgil non un successo personale ma il frutto di una lunga storia anche complicata e conflittuale delle donne nel sindacato. Poi certo, le donne sono più disponibili all’ascolto e a mettersi in discussione. Però non avere mai certezze è anche molto faticoso. Il messaggio che manderei alle giovani - e che ripeto spesso anche a mia figlia - è che un esercizio collettivo è di per sé un cambiamento e che non è vero che parole come ‘femminismo’ sono vecchie. Sembrano vecchie perché vi illudono che non ci sono discriminazioni. Invece vi scontrate con gli stessi problemi con cui ci siamo misurate noi. La realtà non è cambiata e richiede parole già usate e solo apparentemente usurate”: 
#donne #cgil #lavoro #uguaglianza #dignità.

giovedì 12 aprile 2018

Nel suo volto la storia dei cafoni



Pepite d’Archivio: ancora Gianni Rodari su Giuseppe Di Vittorio in un NUOVO, bellissimo testo da leggere tutto d’un fiato. Il brano, recuperato da Ilaria Romeo (responsabile dell’Archivio storico CGIL nazionale che lo conserva)  è tratto da «Paese Sera» del 3 novembre 1977


“Il 3 novembre del 1957 moriva a Lecco, dove si era recato per inaugurare la sede della Camera del lavoro, Giuseppe Di Vittorio. Ricordo la commozione di quelle ore, mentre la salma veniva trasportata a Roma per i funerali. Ricordo quei funerali. Roma ne ha conosciuti di più grandiosi. Quello di Togliatti, anni dopo, ebbe le proporzioni di una gigantesca manifestazione di forza. Ma non si è mai vista tanta gente piangere come ai funerali di Di Vittorio. Anche molti carabinieri del servizio d’ordine avevano le lacrime agli occhi. La cosa non stupiva. Di Vittorio non era stato solo il capo della Cgil e per lunghi anni un dirigente tra i più popolari del Pci: era diventato un uomo di tutti, stava nel cuore della gente, per molti rappresentava qualcosa che non aveva ancora nome e che solo molto più tardi si chiamerà «socialismo dal volto umano». Aveva conosciuto di persona tutte le situazioni che la gente semplice chiama «disgrazie»: la miseria, lo sfruttamento, la guerra, la prigione, l’esilio, il campo di concentramento, il confino; e non se n’era dimenticato.
Era nato in Puglia, a Cerignola, l’undici agosto del 1892, l’anno della fondazione del Partito socialista italiano. Era figlio di braccianti analfabeti. Andava a scuola ed era il primo della classe quando gli morì il padre che, durante un’alluvione, aveva passato una notte nell’acqua gelida per salvare le bestie del padrone. Per tutto compenso la vedova ebbe un sacchetto di favetta (una sorta di fava buona per i cavalli). Il ragazzo dovette lasciare la scuola e cominciare a guadagnarsi il pane. «Sai che facevo? ha raccontato a un intervistatore - Facevo lo spaventapasseri, il cacciacorvi. Con una lunga bacchetta inseguivo i corvi che beccavano il grano. Li allontanavo senza colpire le spighe e a fine giornata mi davano, alla masseria, un po’ di favetta». In una mano la bacchetta per cacciare i corvi,  nell’altra un libro. Studiava la tavola pitagorica. Si esercitava con i numeri, riempiendone pagine e pagine. I pastori che lo incontravano, assorto in quello strano lavoro, immaginavano che facesse magie, studiando il numeri per il lotto. Una volta il ragazzo dovette rassegnarsi a scrivere per loro un terno. A otto, dieci anni eccolo bracciante. Lavora come gli altri braccianti, tredici, quattordici ore al giorno, un pasto di pane e cipolla, un altro di «acquasala» (una fetta di pane su cui si versa dell’acqua calda salata e qualche goccia d’olio). Di notte, sui libri che il maestro di Cerignola continua a prestargli, il piccolo Di Vittorio studia. «Quanta fatica mi è costata l’ignoranza», dirà, anni dopo. Ecco, per esempio: egli prende nota su un quaderno di tutte le parole difficili che incontra, per chiederne il significato al maestro, quando lo rivedrà. Così per settimane, per mesi. «Ci vorrebbe - egli pensa - un libro con tutte le parole, dove si potessero trovare tutti i significati». Solo anni dopo, per caso, sulla bancarella di una fiera, trova un vocabolario. Ricorderà per sempre l’emozione di quella scoperta, il terrore di non farcela ad acquistare il libro, l’inattesa bontà del bancarellaro che, forse accorgendosi del suo entusiasmo e del suo dramma, gli venderà il vocabolario per la metà del prezzo che ne chiedeva. La scoperta decisiva della sua vita avviene a tredici anni ed è quella del sindacato. Di Vittorio si iscrive alla lega dei braccianti. Entra in una battaglia che avrà fine solo con il suo ultimo respiro, quando Luciano Lama dirà di lui: «Di Vittorio era la Cgil, la Cgil era Di Vittorio».
Fra il 1902 e il 1905 la Puglia è insanguinata dalla repressione contro i moti contadini e le lotte bracciantili. Il battesimo del fuoco, per il giovanissimo, è subito un battesimo di sangue. La polizia apre il fuoco contro i braccianti a Cerignola. Cinque scioperanti restano morti sul terreno. Tra essi un ragazzo che camminava nel corteo al fianco di Di Vittorio e gli muore tra le braccia. Sono anni terribili: un morto e quattro feriti a Cassano Murge, cinque morti e dieci feriti a Candela, due morti e venti feriti a Galatina, tre morti e quattro feriti a Foggia, due morti e tre feriti a Calimera... Decine di stragi in Puglia, in Sicilia, in Sardegna, in Calabria. La più atroce delle scuole per il ragazzo Di Vittorio come per centinaia di migliaia di braccianti e contadini poveri come lui, che battono con crescente consapevolezza e con forza la strada dell’organizzazione e della lotta. Di questo movimento Di Vittorio diventa subito un attivista, a diciotto anni un dirigente con sempre maggiori responsabilità. E’ già un capo, ma un capo di tipo speciale, che non si accontenta di organizzare gli scontri di classe, ha già una visione sua della necessità di elevare il livello politico e culturale dei braccianti. Fa arrivare giornali e opuscoli, ne organizza la lettura e la discussione. Convince i suoi compagni a non togliersi la coppola, per salutare gli agrari, a battersi per ottenere dal Comune una scuola serale gratuita. Il nemico è il padrone, ma il suo alleato è l’ignoranza. Un episodio straordinario di questo periodo è quello del cappotto. Può ricordare il ricorso del giovani di oggi anche all’abbigliamento per contestare il mondo: i jeans e l’eskimo come segno di distinzione rivoluzionaria. Ma il segno è ben diverso. In Puglia, a quei tempi, i signori portano il cappotto e i contadini il tabarro. Di Vittorio persuade i suoi compagni che il tabarro è da rifiutare come distintivo della classe inferiore. A prezzo di non pochi sacrifici tutti si comprano il cappotto. Una domenica mattina, in piazza, i «galantuomini» si trovano davanti alla sorpresa:  anche i cafoni indossano il cappotto come loro, per significare che si sentono uguali nella dignità e nei diritti. La battaglia del cappotto usciva di molto dagli schemi usuali della lotta di classe: ma Di Vittorio non è mai stato uomo di schemi e la sua creatività, del resto, non si è manifestata solo nell’affare del cappotti. Nel 1912, il primo arresto. Nel 1914, dopo la «settimana rossa», il primo esilio a Lugano. Di Vittorio ricorderà quegli anni come il suo «liceo» e la sua «Università». Nell’emigrazione politica incontra i suoi maestri, ha tutto il tempo per leggere, scopre e studia i classici: Dante e Leopardi anche prima di Marx e di Engels. Spiegherà poi a Carlo Levi il suo modo di leggere e di capire Dante, parlandogli del problema dei «mazzieri», assoldati in Puglia dagli agrari per rompere gli scioperi, bastonare i contadini, compiere spedizioni punitive. «Noi - sono parole di Di Vittorio - non sapevamo come reagire: se avessimo reagito con la violenza (eravamo più numerosi) le cose sarebbero finite male ugualmente, perché essi avevano dietro di sé la polizia, i giudici, tutta l’autorità dello Stato; avremmo potuto difenderci da qualcuno di loro, ma saremmo finiti tutti in galera. In Dante ho trovato la spiegazione di tutto. Tu ricordi quella terzina che dice: ‘Ma tanto più maligno e più silvestro  - Si fa il terren col mal seme e non colto - quant’elli ha più di buon vigor terrestro’. E’ la descrizione precisa di cosa erano i mazzieri: i mazzieri compagni e fratelli, essendosi rivolti al male, corrotti, erano diventati tanto più maligni e “silvestri” quanto erano pieni di vigore, di virtù naturali. E capii che bisognava trattarli come compagni e fratelli,  persuaderli, riportarli dalla nostra parte. Questo è Dante. Se tu vai in Puglia, troverai ancora i più vecchi dirigenti delle Camere del lavoro: quasi tutti erano stati, da giovani, dei mazzieri».
Dopo la Svizzera, la guerra, vissuta prima al fronte dove viene ferito poi nelle «compagnie di disciplina» in Sardegna e in Cirenaica. Nel dopoguerra altre lotte, un nuovo arresto, un nuovo esilio. La prima elezione a deputato, nel 1921. Sono sempre avvenimenti duri, scontri impietosi quelli in cui matura la sua formazione politica, dalla prima adesione agli ideali socialisti alla militanza tra i sindacalisti rivoluzionari, all’incontro nel 1924 con il Partito comunista dove trova maestri come Gramsci, Togliatti, Grieco. Anche il suo campo d’azione si allarga: l’emigrazione a Parigi, il lavoro a Mosca nell’Internazionale contadina, la partecipazione alla guerra di Spagna come commissario della brigata internazionale. La caduta del fascismo lo trova al confino di Ventotene. Ne esce con un grande compito, che si fonde totalmente nel suo progetto personale: ricostruire l’unità sindacale di tutti i lavoratori italiani, della fabbrica e della terra, del braccio e della mente, comunisti, socialisti,  cattolici, repubblicani. «L’unita sindacale - scrive in un articolo sull’Unita del giugno 1944, all’indomani della liberazione di Roma - esige che tutte le forme di settarismo, di cui abbiamo tanto sofferto, siano messe al bando. Il lavoratore cattolico (come il lavoratore di qualsiasi corrente) che milita nel sindacato unitario deve sentire che nella casa comune del lavoro nulla e nessuno può offendere o urtare i suoi sentimenti religiosi o le sue opinioni politiche. Certo antico settarismo anticlericale… non deve risorgere mai più. E dall’altra parte deve scomparire certa intolleranza contro le concezioni del socialismo moderno». Non era tatticismo, erano convinzioni profonde. Le difendeva in pubblico e in privato. «In uno dei primi numeri del giornale della Cgil  («Il lavoro» sic.!) pubblicammo - narra il suo direttore - una fotografia di Angelo Costa, allora presidente della Confindustria, con una didascalia in cui si ironizzava sul fatto che lui ogni giorno andava a messa. Di Vittorio mi chiamò alle sette della mattina nel suo ufficio di Corso Italia: “Sei un settario, un intellettuale presuntuoso, tu non hai il diritto di fare dell’ironia sulla fede religiosa di un uomo anche, se questi è il capo dei nostri avversari, il presidente della Confindustria. Tu devi rispettare la sua fede religiosa altrimenti sei un demagogo. Sono altri i motivi di lotta tra noi e Costa, tra noi e gli agrari e gli industriali: la religione non c’entra».
Anche gli anni della guida alla Cgil sono stati anni di tempesta: la guerra fredda, Scelba, la rottura dell’unita sindacale, le nuove stragi (Modena, Melissa, Montescaglioso. Portella delle Ginestre). Il sindacato padronale in maggioranza alla Fiat, vittorie e sconfitte.
Ma Di Vittorio resta, nei più duri scontri, l’uomo di tutti.
E’ il primo eletto a Roma in una memorabile elezione amministrativa. Tocca ancora a lui ricucire pazientemente, con prudenza e coraggio insieme, l’unita dei lavoratori, preparare il terreno alla futura Federazione delle tre confederazioni (Cgil-Cisl-Uil).
E’ storia dei nostri ieri più vicini, materia ancora bollente, è già l’oggi in cui l’opera di Di Vittorio continua in quella dei quadri da lui formati, delle masse operaie alla cui educazione ha dato un contributo determinante, dei lavoratori e degli intellettuali del Sud che nella sua vita, nella sua personalità, nel particolare carattere del suo impegno umano trovano ancora un modello insuperato”.

mercoledì 28 marzo 2018

MARZO 2018



Il 5 marzo 2003 moriva a Roma Fausto Vigevani, sindacalista e raffinato politico che tanti in Cgil hanno conosciuto e apprezzato. Lo abbiamo ricordato così: Fausto Vigevani, passione e impegno per la Cgil

8 marzo Festa internazionale della donna

La sera del 10 marzo 1948 Placido Rizzotto, 34 anni, è sequestrato da un gruppo di persone guidato dal giovane mafioso Luciano Liggio: lo circondano in strada a Corleone, lo caricano sulla 1100 di Liggio, lo portano in una fattoria di Contrada Malvello, lo picchiano a sangue e gli fracassano il cranio. Poi buttano il suo corpo in una foiba di Rocca Busambra


Il 16 marzo 1978 (giorno della presentazione del nuovo governo, il quarto guidato da Giulio Andreotti) la Fiat 130 che trasporta Aldo Moro dalla sua abitazione alla Camera dei deputati, viene intercettata tra via Fani e via Stresa da un commando delle Brigate Rosse. I cinque uomini della scorta (Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) vengono uccisi sul colpo, Moro è sequestrato



Il 21 marzo 2017, muore all’età di 91 anni Alfredo Reichlin, storico dirigente del Partito comunista italiano, partigiano e parlamentare, per anni direttore de «l’Unità». Noi lo abbiamo ricordato così: Della felicità di scoprire la politica come la cronaca che si fa storia e diventa vita. In ricordo di Alfredo Reichlin

24  marzo 1944, Roma, Fosse Ardeatine. Per non dimenticare: FOSSE ARDEATINE: IL MASSACRO





I NOSTRI SPECIALI






Il 16 marzo 1978 è una data periodizzante nella storia d’Italia e non solo.
Sono pronta a scommettere che ciascuno di noi ricordi esattamente dove fosse nel momento esatto in cui la notizia del rapimento Moro venne resa pubblica, così come sono certa che ognuno di noi ricordi perfettamente i 55 giorni della prigionia ed il giorno del ritrovamento del corpo. Vi va di raccontarmi i vostri ricordi?

NEWSLETTER APRILE 2018

Il 1° aprile del 1948 viene assassinato a Camporeale, al confine tra le province di Trapani e Palermo, il segretario della Camera del lavo...