martedì 26 giugno 2018

Buon compleanno Flai




di Ilaria Romeo
Archivio storico CGIL




Dal 26 al 30 gennaio del 1988 a Bari si tiene il Congresso costitutivo della Flai Cgil.

Scriveva Lotte agrarie qualche giorno dopo: “Ci siamo. La Federazione di lavoratori dell’agroindustria è una realtà. Lo hanno già deciso i congressi di comprensorio e quelli regionali e lo sancirà formalmente sul piano nazionale il primo congresso della Flai.
Si tratta di un avvenimento di importanza storica. Si cancellano due sigle sindacali che hanno costruito un pezzo importante della storia della Cgil e del paese.
La prima, la Filziat, ha dato un contributo originale alla costruzione del sindacato e dell’unità dei lavoratori in fabbrica segnando avanzamenti significativi nel potere sindacale e nella condizione di lavoro. La seconda, la Federbraccianti, ha inciso nella storia del paese liberando milioni di uomini e di donne dal servaggio feudale del latifondo, consolidando la democrazia con le lotte contro l’autoritarismo, la mafia e la camorra (37 capilega uccisi dalla mafia), conquistando pezzi importanti dello Stato sociale e primi elementi di programmazione economica.
L’importanza dell’avvenimento, tuttavia, non sta nel fatto che Federbraccianti e Filziat non ci sono più, quanto invece nel sindacato nuovo che nasce, nel progetto che viene proposto come coerente e necessario sviluppo delle lotte e delle conquiste del passato.
Un sindacato che ha l’ambizione di far contare nell’economia e nella società, a partire dal settore agro-alimentare, il bracciante e l’operaio assieme al ricercatore ed allo scienziato, il precario assieme al garantito, attraverso la realizzazione di un progetto rivendicativo che, nell’affermazione di una nuova solidarietà nel mondo del lavoro, conquisti nuovi spazi di democrazia economica, un nuovo sviluppo che valorizzi l’uomo e l’ambiente e che, perciò, fonda nel lavoro e nel Mezzogiorno le sue scelte rivendicative immediate”.

“Un sindacato ed un progetto, quindi - si legge ancora nell’editoriale - che ai particolarismi e ai corporativismi vecchi e nuovi, oppongono le ragioni e gli obiettivi di una nuova solidarietà, di un avanzamento sociale e civile dell’intero mondo del lavoro quale condizione essenziale per una società più democratica, più progredita, più umana.
E che tutto ciò sia oggi proposto e perseguito dal più grande sindacato dei lavoratori attivi, quale è la Flai, rappresenta certamente un fermo monito per il Governo in rapporto alle scelte da compiere nell’immediato con la finanziaria e con i provvedimenti collegati, e nello stesso tempo una garanzia oltreché per i lavoratori, anche per i disoccupati, le donne, le organizzazioni sociali progressiste, le forze politiche democratiche e di sinistra.
Da oggi cambia qualcosa di sostanziale nel panorama sindacale e politico nel nostro paese c’è un sindacato nuovo, determinato a far pesare la forza dei suoi iscritti e delle sue idee, con cui tutti dovranno fare i conti. Per questo si può giustamente parlare di avvenimento “storico”.
Fieri per averlo costruito, noi sentiamo, adesso, tutta la responsabilità di dover concretamente realizzare il progetto che ci siamo dati, articolandone e materializzandone gli obiettivi, promuovendo le lotte dei lavoratori e le alleanze sociali necessarie.
Dalla nostra storia così come dalla ricerca appassionata del dibattito congressuale di questi giorni, ricaviamo la convinzione che la Flai ha al suo interno il patrimonio ideale, morale, culturale ed umano per corrispondere alle attese dei lavoratori e della parte migliore del paese”.

“Punto di partenza di un sindacato che si «rinnova» è il Mezzogiorno - si legge su Rassegna Sindacale del 15 febbraio -  A Bari, a conclusione di cinque giorni di dibattito è nato un nuovo sindacato, la Flai con i suoi cinquecentomila iscritti provenienti dalle vecchie strutture Federbraccianti e Filziat. 800 delegati provenienti da tutta Italia hanno partecipato ai lavori conclusi da Antonio Pizzinato. Banco di prova per la Cgil dunque è il Sud, i suoi problemi e soprattutto un settore, l'agroindustria, dove lavoro nero, sottosalario e occupazione precaria sono mali di sempre.

“Questo primo Congresso della Flai - dirà il segretario generale della Cgil Antonio  Pizzinato nel suo discorso conclusivo - è un pezzo importante del processo di rifondazione della Cgil, perché assume il problema delle diverse specificità del mondo del lavoro, particolarmente presenti in queste categorie, e il loro carattere innovativo rispetto all'ambiente e al territorio. In sostanza, propone a tutto il sindacato una nuova etica del lavoro e nuovi rapporti con la società. L'obiettivo è salvaguardare i bisogni primari dell'uomo e la qualità della sua vita”.

martedì 29 maggio 2018

La CGIL nel novecento newsletter maggio 2018















SEGNALAZIONI
Alla Seconda conferenza dell’Associazione italiana di public history - Aiph (Pisa, 11-15 giugno 2018) ci siamo anche noi. Leggi il programma completo


EVENTI
La CGIL Calabria suona la campanella: leggi l’articolo e guarda le video interviste


I NOSTRI SPECIALI
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L’ANNIVERSARIO
Il 31 maggio 1996 moriva a Roma il settantacinquenne Luciano Lama, giovane partigiano protagonista della stagione fondativa della democrazia italiana, dirigente sindacale e uomo di sinistra, costruttore del sindacato e della Repubblica. In occasione del 22° anniversario della scomparsa, il 31 maggio ci sarà una bella sorpresa su rassegna.it, non perdetela!



mercoledì 2 maggio 2018

LA MARCIA DELLA PROTESTA E DELLA SPERANZA, servizio di Giuseppe Impastato



Il 5 di marzo, domenica, un grande convegno popolare, presieduto da Danilo Dolci, Lorenzo Barbera, Corrado Corghi (consigliere nazionale della Dc), Salvo Riela, Bruno Zevi, Angelo Ganazzoli (presidente dell’Esa) e Leonardo Di Salvo, nella sala del cinema “Nuovo” di Partanna, analizza con attenzione tutti i più gravi problemi che affliggono incessantemente le genti delle valli del Belice, del Carboj e dello Jato e mette dettagliatamente a fuoco gli obiettivi della manifestazione popolare che deve avere il suo inizio nella mattinata del giorno seguente. La relazione di base, nella prima parte della giornata, viene svolta da Lorenzo Barbera, dirigente del centro di pianificazione delle valli. Egli ribadisce innanzi tutto la necessità che vengano costruite o definite le dighe: Arancio sul Carboj, per ora funzionante al 50%, Poma sullo Jato, Garcia sul Belice destro, Cicio sul Modione, Malvello sulla sorgente Malvello. Definendo o costruendo queste dighe si verrebbero a creare infatti 36.100 posti nuovi in agricoltura.
Il suo secondo appunto è rivolto alla riforma agraria: in seguito alla vecchia riforma sono stati assegnati circa 1.400 lotti. La superficie investita dalla riforma è di circa il 2,8% dell’intera superficie della valle del Belice. Ogni lotto misura circa 4 ettari ed ha un reddito lordo scarsissimo che va dalle 200 alle 350 mila lire annue. Tutto questo naturalmente perché sono stati assegnati i terreni peggiori, senza possibilità alcuna di trasformazione.
Di questi 1.400 lotti circa 670 sono stati fomiti di case coloniche che sono a loro volta rimaste per molti anni prive di ogni servizio come l’acqua, la scuola etc. Tra il 1952 e il 1958 sono stati spesi circa 2 miliardi e 700 milioni di lire per munire di attrezzature queste abitazioni, ma attualmente delle 670 case soltanto 260 sono abitate con una certa stabilità. Soltanto uno di tutti i villaggi è effettivamente abitato e funzionante: Piano Cavaliere, che la Dc utilizza come propaganda del suo regime con frequenti fotografie su certe riviste.
Terzo punto messo in evidenza da Barbera è quello delle scuole per tutti: nei 35 Comuni che aderiscono alla manifestazione gli abitanti sono complessivamente 342.000. Gli analfabeti sono circa 103.000.
Nei prossimi cinque anni è quindi auspicabile un piano atto ad istruire almeno 54.000 persone, per cui sono necessarie 2200 classi di scuole popolari. Nella zona a sua volta il corpo insegnanti è presente nel numero di circa 5000 di cui quasi 4000 sono disoccupati. Il piano per l’istruzione popolare verrebbe quindi ad occupare gli insegnanti disoccupati. Dopo il Barbera sono intervenuti più o meno brevemente Michele Mandillo, Salvo Riela ed Angelo Ganazzoli; a quest’ultimo si deve un duro e frontale attacco alla mafia: “Non è arrestando Liggio e Panzeca che si combatte la mafia - ha detto - bisogna colpire i colletti duri, cioè le persone che stanno dietro gli esecutori. Solo così possono venir fuori i nomi di uomini politici, di professionisti, di notabili”.
Nel pomeriggio di poi, sotto la presidenza di Bruno Zevi, è intervenuto per primo Simone Gatto ribadendo con fermezza la necessità di ristrutturare la Sicilia in Comuni e in comprensori di Comuni, eliminando così le ormai superate province. Sono intervenuti tra gli altri Michele Pantaleone e V. Giacalone.
Il 6 di marzo, lunedì, alle 10 circa da Partanna, parte il lungo corteo della marcia della protesta e della speranza per la pace e per lo sviluppo socio-economico della Sicilia occidentale. Guidano la colonna Danilo Dolci, Bruno Zevi, Ernesto Treccani, Antonio Uccello, Lorenzo Barbera ed il piccolo e timido vietnamita Vo Van Ai, eroe della resistenza del suo popolo contro i francesi, delicato poeta e sociologo di indiscussa preparazione. Lungo il percorso che da Partanna porta a Castelvetrano, punto di arrivo della prima tappa, alla vistosissima schiera di marciatori si aggiungono gruppi di gente, contadini, operai della valle del Belice. Hanno portato “pane e tumazzu” per fare colazione durante le soste della estenuante marcia. Dai loro volti segnati dalle fatiche dei lavoro e dalle lunghe sofferenze traspaiono fermezza e soddisfazione: uno stato d’animo veramente sorprendente per la gente di questa zona che conosce molto da vicino la prepotenza di certi personaggi, il “bavagghiu” alla bocca e la lupara.
Attraverso Castelvetrano la colonna conclude la prima tappa alla diga Delia alle 16.
Il giorno successivo, 7 di marzo, martedì, la suggestiva marcia da Castelvetrano raggiunge Menfi, dove i pubblici discorsi di Dolci e di Lucio Lombardo Radice tracciano i programmi e le caratteristiche della manifestazione, auspicando un maggiore benessere per i lavoratori e per i contadini siciliani che lottano per una Sicilia nuova.
Il mercoledì 8 marzo, la colonna arriva a conclusione della terza tappa della marcia, a Santa Margherita Belice. L’incontro tra la popolazione della cittadina ed i marciatori avviene in uno stanzone fresco di intonaco posto sul corso principale.
Dopo il solito discorso chiarificatore di Dolci, prende la parola Ernesto Treccani dichiarando con commossa semplicità e con grande chiarezza il suo scopo preciso, che è quello di contribuire con i suoi mezzi alla rinascita ed al risveglio della povera gente di Sicilia e spiegando quale è il senso del lavoro di un pittore, come esso può contribuire attraverso il segno grafico a dare una spinta di vita sociale. E’ intervenuto quindi Carlo Levi parlando delle sue esperienze compiute nel 1935 nei paesini della Lucania dove egli fu costretto ad abitare per lunghi anni come esiliato politico. Il mondo già espresso nei suoi libri Cristo si è fermato ad Eboli e Le parole sono pietre. È venuto così fuori in un discorso di estrema semplicità.
E’ intervenuto infine lo scultore palermitano Giacomo Baragli che ha accomunato la sua esperienza di ‘emigrato’ a quella ancor più grave dei contadini presenti in sala che sono stati costretti in questi anni ad espatriare all’estero.
Il giovedì 9 marzo si giunge, nel tardo pomeriggio, a Roccamena.
L’incontro con il pubblico del paese viene interamente dedicato alla pace. Si proietta un documentario sulle atrocità che gli americani compiono nel Vietnam e vengono letti alcuni stralci di reportage e di testimonianze di questa guerra balorda: “Prendono un Viet e gli fanno mettere le mani sulle guance, poi prendono un filo di ferro e glielo fanno passare attraverso la guancia, fin dentro la bocca, poi fanno passare il filo attraverso l’altra guancia e l’altro mano, poi tirano il filo”.
La voce è di Vito Cipolla.
Si conclude a Partinico in piazza Garibaldi la quinta e penultima tappa, senza dubbio una delle più dure (30 Km), nella serata del venerdì 10 marzo con un pubblico incontro tra gli organizzatori ed il popolo della cittadina e con la lettura di un messaggio d’adesione e di solidarietà inviato da Roma ai manifestanti dai pittori Renato Guttuso e Corrado Cagli. Altrettanto lunga ed estenuante è l’ultima tappa che da Partinico, attraverso Borgetto, Pioppo e Monreale, conduce i marciatori a Palermo. La colonna, che durante il percorso si era vistosamente infoltita diventa nutritissima alle porte della città. Gruppi di giovani, con cartelli inneggianti alla pace ed allo sviluppo sociale ed economico della nostra terra, confluiscono con incredibile continuità nella fiumana immensa dei manifestanti che per il corso Calatafimi scende rumorosamente, e per le grida di protesta e per le richieste, fatte ad alta voce, del diritto alla vita ed alla libertà, verso il centro della città.
In piazza Kalsa alle 17.30 avviene il festosissimo incontro tra i marciatori e la Palermo operaia.
E’ una grande manifestazione popolare il cui significato si individua in due punti essenziali: condanna aperta della attuale classe dirigente per l’inefficienza ormai lungamente dimostrata nel risolvere i problemi più urgenti e vitali dell’isola; ferma volontà di rompere con un mondo, con una maniera di condurre la cosa pubblica, tutte cose che puzzano di marcio.
Per primo dalla tribuna interviene Danilo Dolci leggendo alla cittadinanza la risoluzione del convegno di Partanna e ribadendo in secondo luogo la necessità che la commissione parlamentare antimafia renda pubblici gli atti in suo possesso.
Altri interventi fanno registrare Nino D’Angelo, Sergio Rapisardi, Lorenzo Barbera e Carlo Levi che definisce la manifestazione “un Parlamento democratico, che è sorto come presa di coscienza che rappresenta una realtà unitaria”.
Conclude la serie di interventi molto drammaticamente Vo Van Ai: “Tutta la mia infanzia e quella della mia generazione non ha conosciuto che la guerra. A tredici anni ho conosciuto la prigione. La prima notte che mi hanno arrestato, nella camera degli interrogatori ho visto coi miei occhi cinque miei compatrioti torturati fino alla morte. Ho visto donne violentate, villaggi incendiati, bambini gettati nel fuoco. Ma tutte queste immagini esprimono soltanto la milionesima parte di quanto avviene attualmente nel Sud Vietnam, giorno dopo giorno, notte dopo notte. Avete mai visto dei bambini napalmizzati? Avete mai visto madri divenire folli davanti ad atrocità incommensurabili? Immaginate il cielo della Sicilia tutta ad un tratto stracciato da migliaia di aerei della morte, il cui solo rumore dei motori ci rende folli? Immaginate le vostre case e le vostre spiagge divenire d’un tratto basi militari? Ora nel Sud Vietnam una prostituta può nutrire quattro persone (la ruffiana che l’alberga, il protettore, l’uomo che col triciclo le porta il cliente e lei stessa), mentre un operaio specializzato non ha il lavoro per guadagnarsi il suo pane. Ci sono ragazze che scambiano il loro corpo per un pezzo di pane o per una bottiglia di latte. E chi deve ricevere aiuti governativi vede che le sue somme attraversando tante mani burocratiche divengono un niente. Né la libertà, né democrazia ora esistono nel Sud Vietnam. Chi parla di pace e di neutralismo viene tacciato come comunista, imprigionato ed ucciso. Affinché una soluzione sia realizzabile, è necessario che tutti i popoli del mondo facciano pressione sui loro governi perché questi all’unanimità domandino: 1) La cessazione immediata di tutti i bombardamenti americani nel Vietnam. 2) La cessazione del sostegno americano al governo Ky nel Sud Vietnam. 3) La costituzione al Sud di un governo civile eletto dal popolo, indipendente da tutte le ingerenze straniere, che possa lavorare effettivamente per la pace, negoziando per la cessazione delle ostilità e tendendo alla riunificazione. Voi avete sentito che i nostri problemi sono anche vostri; come io sento che i vostri problemi sono anche i miei. La soluzione dei problemi fondamentali nel Vietnam, nella Sicilia, in ogni paese del mondo è necessaria non solo al singolo paese ma a ciascuno al mondo. Viva il Vietnam e la Sicilia”. Jerry Cooper, cantante negro ha cantato infine uno spiritual”.

Da «L’idea socialista» 1967, in Salvo Vitale, Nel cuore dei coralli. Peppino Impastato: una vita contro la mafia, Rubbettino 1995.

venerdì 27 aprile 2018

Un popolo al suo grande capo, di Ilaria Romeo



Nel 1923, dopo la chiusura della Camera del lavoro di Bari, Giuseppe Di Vittorio decide di trasferire la famiglia a Roma. Il 13 settembre 1925 lo arrestano. Scarcerato il 10 maggio 1926 non resta molto in libertà: subisce altri arresti che inducono il Partito comunista, cui ha aderito nel 1924, a farlo espatriare. “All’estero - scriverà Michele Magno - Di Vittorio svolge un’attività intensissima. Dal 1928 al 1930 è in Unione Sovietica quale rappresentante della Confederazione del lavoro nell’internazionale sindacale. Poi è a Parigi, ove si dedica al lavoro di direzione della Confederazione del lavoro e all’attività di propaganda fra i lavoratori italiani in Francia. Nel 1936 è tra i primi a raggiungere la Spagna come combattente a difesa della repubblica. Rientrato a Parigi assume la direzione de «La Voce degli italiani», quotidiano degli antifascisti in Francia. Nel 1939 anche in Francia inizia la caccia agli esponenti comunisti. Il giornale «La Voce degli italiani» viene soppresso e Di Vittorio deve darsi alla clandestinità; il 10 febbraio 1941 viene scoperto e arrestato e, dopo un penoso peregrinare di carcere in carcere in territorio tedesco e poi in Italia, nel settembre successivo è avviato al confino a Ventotene, da dove viene liberato unitamente a tutti gli altri confinati politici nell’agosto 1943”.

Nel primo anniversario della morte di Antonio Gramsci, Di Vittorio pubblica su «La Voce» il bellissimo articolo che riproduciamo integralmente a seguire. La stessa pagina ospita, tra gli altri, i contributi di Palmiro Togliatti, Ruggero Grieco e Carlo Rosselli:

“La figura di Antonio Gramsci è di quelle che ingrandiscono a misura che si allontanano nel tempo. Onorando la memoria del martire, al quale i figli più eletti di tutti i popoli rendono il più commosso omaggio, noi abbiamo la certezza di esprimere l’intimo sentimento, non già d’un partito, ma di tutto il popolo italiano, che intravide in Gramsci il grande condottiero capace di guidarlo sulla via della riscossa e della vittoria. Nei pochi scritti su Gramsci che abbiamo potuto riportare in questa pagina, i nostri lettori troveranno le espressioni di rimpianto e di ammirazione dei compagni di lotta del grande martire, coloro ch’ebbero la fortuna di vivere e di lottare con lui e n’ebbero direttamente i primi insegnamenti - come Palmiro Togliatti, primo discepolo e degno continuatore di Gramsci; Ruggero Grieco; Mario Montagnana; Giovanni Parodi, ecc. ecc. - l’omaggio di personalità che onorano l’intera umanità, come il nostro grande amico Romain Rolland: degli scrittori di fama mondiale come Upton Sinclair; di uomini illustri come Jean Cassou, Henri Wallon, Andrée Viollis, ecc. Nessuno aveva mai analizzato con eguale profondità ed acutezza di Antonio Gramsci, la composizione della società italiana, in tutti i suoi elementi costitutivi, nelle sue classi, nei suoi ceti intermedi, nella dinamica dei rapporti intercorrenti fra di loro; nessuno ne aveva mai determinato con eguale precisione i vizi fondamentali, le ingiustizie rivoltanti e le gravi conseguenze che ne derivano per il popolo e la nazione italiana, e ne imbrigliano lo slancio, ne ostacolano lo sviluppo e ne paralizzano lo sforzo progressivo. Ma Antonio Gramsci non era un contemplatore, né il freddo scienziato che limiti la sua soddisfazione alla esattezza della diagnosi. Antonio Gramsci rappresentava la sintesi più completa dello scienziato scrupoloso, dell’uomo d’azione, del capo rivoluzionario. Determinato il male di cui soffre la società italiana ed il suo popolo, Gramsci si applica con eguale passione ad indicarne i rimedi. Dopo la diagnosi, la cura, l’operazione chirurgica che deve guarire e rigenerare l’Italia, spezzando l’involucro pesante che costringe il suo popolo ad uno stato insopportabile di miseria, di arretratezza e d’ignoranza, fra residui abbondanti di feudalismo e di servaggio, specialmente nel Mezzogiorno e nella sua Sardegna. Lo studio profondo dei mali e del marcio di cui è minata alla base la società italiana, e dei mezzi occorrenti per costruirne una nuova, fondata sulla giustizia sociale, sulla libertà, su dei principi che assicurino al paese il massimo sviluppo economico, civile e culturale, ha condotto Antonio Gramsci a identificare nella classe operaia la classe sfruttata più forte, più omogenea e più rivoluzionaria, capace di porsi all’avanguardia del popolo e di costruire la nuova società, non già per liberare soltanto se stessa, ma per liberare tutto il popolo, tutta la società, dalle catene secolari del capitale. Antonio Gramsci fu incontestabilmente il più profondo studioso delle teorie di Marx, di Engels e di Lenin; fu il più grande marxista che abbia avuto l’Italia, quello che meglio d’ogni altro seppe trarne gli insegnamenti concreti e che compì i più grandi sforzi per applicarne il metodo alla situazione del nostro paese. Divenuto capo del Partito della classe operaia, Antonio Gramsci seppe vivere fra gli operai, seppe parlare con loro, seppe apprendere da loro e seppe dar vita al più interessante movimento unitario creato dalla classe operaia italiana, sia per la sua forma originale d’organizzazione che per la precisione e l’ampiezza dei suoi obbiettivi: i Consigli di Fabbrica. Capo di un Partito operaio, Gramsci portava un interesse appassionato alla situazione dei contadini, dei braccianti, degli artigiani, dei piccoli commercianti, dei tecnici e degli intellettuali, di tutti gli strati del nostro popolo. Discutendo con Gramsci sul programma dell’Associazione di Difesa dei Contadini d’Italia - fondata nel 1924 - io sentii la profonda commozione con la quale Gramsci considerava la miseria crescente dei pastori della sua Sardegna, dei contadini poveri del Mezzogiorno, dei braccianti di tutta l’Italia. Io sentii l’odio che si sprigionava dai suoi occhi penetranti, contro i banchieri ed i filibustieri del grande capitale del Nord, che saccheggiano il Mezzogiorno e tutto il popolo lavoratore d’Italia. Unire i contadini ed i braccianti attorno al proletariato industriale; unire tutti gli strati del popolo attorno alla classe operaia e dal suo programma di emancipazione generale della società, non fu mai per Gramsci - e non è mai per i suoi discepoli - una mera questione di tattica, ma bensì il risultato della convinzione profonda che l’unione del popolo attorno alla sua classe d’avanguardia - la classe operaia - è la via maestra per giungere alla liberazione di tutto il popolo. Il fascismo aveva compreso quale grande capo aveva in Antonio Gramsci il popolo italiano, e glielo rapì, assassinandolo gradualmente, freddamente, in oltre dieci anni di lento e sistematico supplizio. Oggi, nel primo anniversario della sua morte, rendendo omaggio al grande capo, al grande martire della lotta per la libertà - insieme a tutti i martiri nostri: Matteotti, Amendola, Rosselli, Gobetti, don Minzoni e tutti coloro che immolarono la propria vita alla nostra causa comune - il popolo italiano s’impegna a seguirne i preziosi insegnamenti, per accelerare il passo verso la meta agognata: la libertà”.

Giuseppe Di Vittorio, «La Voce degli italiani», 27 aprile 1938, p. 3.

giovedì 26 aprile 2018

NEWSLETTER APRILE 2018




AI PARTIGIANI ED ALLE PARTIGIANE DI IERI, DI OGGI E DI DOMANI. BUON 25 APRILE A TUTTI E A TUTTE NOI





LEGGI ANCHE:


PEPITE D’ARCHIVIO


I NOSTRI SPECIALI



SECONDA CONFERENZA ITALIANA DI PUBLIC HISTORY
Dall’11 al 15 giugno 2018 si terrà a Pisa la seconda conferenza italiana di Public History. Anche quest’anno l’Archivio storico CGIL nazionale sarà tra i partecipanti
AIPH5- Leadership e democrazia in una società di massa. Mostre su Gramsci, Nenni, Moro, Trentin. Biografie per immagini e documenti
Coordinatore Francesco M. Biscione (Centro di documentazione Archivio Flamigni)
1. Stefano Mangullo (Fondazione Gramsci), Antonio Gramsci e la Grande guerra
2. Antonio Tedesco (Fondazione Nenni), Nenni Padre della Repubblica
3. Ilaria Moroni (Archivio Flamigni), Immagini di una vita. Una mostra per Aldo Moro
4. Ilaria Romeo (Archivio storico della CGIL), Bruno Trentin, dieci anni dopo 

lunedì 23 aprile 2018

Tutti eredi della lotta partigiana, intervista a Vittorio Foa, «l'Unità», 25 aprile 1995


Bruno Gravagnuolo: Foa, c'è chi ritiene come Renzo De Felice, che il 25 aprile sia stato l'epilogo di uno scontro ristretto, consumatosi tra l'élite fascista e quella antifascista. Sempre per De Felice il vero momento cruciale, traumatico, è stato per l'Italia l'8 settembre. In che senso invece il giorno della Liberazione rimarne per te una data «fondante»?

Vittorio Foa: Anch'io attribuisco molta importanza all'8 settembre. E non perché sia il simbolo dello sfascio, come pensa De Felice. Al contrario. Di lì parte la replica a tutto quello che era stato il fascismo. Momento di scelta dunque, e di recupero dell'identità nazionale tradita dal fascismo. Però il 25 aprile fu una data ancora più importante, una giornata di delirante entusiasmo. Io partecipai all’insurrezione di Milano e ne ho un ricordo vivissimo. Assaporavamo una enorme disponibilità verso il futuro. Era come se il domani ci appartenesse. Tuttavia, e qui sono molto polemico verso un certo «revisionismo» c'era anche dell'altro: eravamo pervasi da un sentimento fraterno, unitario, che ci legava tutti, malgrado le diversità ideologiche. Sentivamo di poter costruire qualcosa di nuovo, e insieme...

B.G. Uno stato di “fusione” che annullava gli aspri contrasti politici interni al Cln?

V.F. Non li annullava affatto. Noi vivevamo una situazione di reale pluralismo, a due livelli. Oltre le differenze politiche c'era un orizzonte dinamico fatto di valori condivisi, denso di speranze. Io credo che la Resistenza rappresenti davvero un valore fondante per la Repubblica. E non in rapporto agli ordinamenti, elaborati dopo il 1945. Parlo di un modello etico di convivenza. Il Cln è stato un esperimento segnato dalla lotta interna per l'egemonia, e insieme dominato dalla prefigurazione di un'Italia diversa. I comunisti, per esempio, avevano delle idee specifiche sull'assetto sociale da realizzare. Eppure la Resistenza li aveva coinvolti fino in fondo nella battaglia democratica. Ai vari storiografi, che ci accusano di aver legittimato i comunisti malgrado il totalitarismo, io dico: per fortuna! Proprio in tal senso la Resistenza ha reso i comunisti costruttori e protagonisti a pieno titolo della democrazia. Ebbene anche questo è un merito non piccolo del biennio '43-45.

B.G. Quello democratico rimase un connettivo durevole fra le forze politiche, malgrado il profilarsi della rottura politica dentro l’antifascismo?

V.F. Alla Costituente i conflitti ebbero libero corso, ma c'era una consapevolezza generale: si
costruivano delle regole comuni.

B.G. Il richiamo a quelle «regole» è un fatto cerimoniale, teso a preservare un nobile denominatone comune, oppure indica ancora un percorso da compiere?

V.F. Il richiamo ai «principi» allude sempre alla comune volontà di costruire qualcosa di nuovo. Dunque non è mero riconoscimento dell'esistente. Lo spirito dell'Aprile '45 fu questo: fare un'Italia diversa. Diversa dalla vecchia Italia prefascista, elitaria. L'ingresso delle classi popolari nella Resistenza, rappresentò una visibile rottura nella storia nazionale. E lo capivano anche i borghesi più retrivi. Non si trattava perciò di entrare nella vecchia casa, per apportare piccole modifiche. Avvertivamo la necessità di un rinnovamento radicale, profondo. Poi vennero le delusioni. Affiorarono i tenaci legami col passato e una destra profonda, la continuità burocratica e amministrativa con la vecchia Italia...

B.G. Nondimeno mi pare che tu non condivida la nota polemica azionista sulla «Resistenza tradita»...

V. F. Noi azionisti siamo scomparsi dalla scena politica. E quando si scompare dalla politica si tende ad incolpare gli altri. Ci sembrava che fosse ritornato il vecchio mondo. E proprio nel momento in cui invocavamo l'autogestione sociale, lo stato anticentralista... In realtà quel che veniva avanti non era una restaurazione vera e propria, ma una spinta più complessa. Era ricominciato con il ‘44, in forme inedite, un certo cammino, un difficile processo. Il processo bloccato dal fascismo nel 1921. Dopo la prima guerra era emersa con forza la necessità di dare rappresentanza politica alle masse escluse. Nel 1919 i socialisti ebbero 150 deputati, e i popolari, nati appena da un mese, 100 deputati. Operai e contadini prendevano per la prima volta, e in massa, la parola. Il 1944 fu la riaffermazione esplosiva di quel processo bloccato nel 1922. La delusione azionista non teneva conto della profonda novità costituita dall'irruzione della democrazia distrutta dal fascismo. E tuttavia veniva colto un punto: la ricostruzione centralistica dello stato attraverso i partiti. Da allora ogni conflitto, ogni vertenza venne mediata dalla rete stato-partiti, nel quadro di istituzioni centralistiche. Quest'elemento di verità, preconizzato, anzi tempo dal Partito d'Azione, apparve via via più chiaro in seguito, cioè negli anni ‘70 e ‘80.

B.G. Torniamo al ‘43-‘45. Fu davvero un biennio segnato da uno scontro tra élite? E inoltre, fu «guerra civile» quel biennio, secondo quanto oggi viene sostenuto da opposti fronti storiografici?

V.F. La Resistenza fu certo un fenomeno di avanguardia, incapace di successo senza una retrovia di consenso ampia e disponibile. La figura del combattente ha un senso solo in questo quadro. E la famosa «zona grigia», attendista e passiva tra i due campi, è piena di cose diverse. Ma un'area di disponibilità, in essa, esisteva, ed era fortissima. Innegabilmente il bisogno di pace favoriva l'antifascismo. Anche per questo il consenso che lo premiò fu rilevante. Quanto alla «guerra civile», è una disputa che non mi appassiona. Si usino pure le parole che si vogliono. C’erano o non c’erano i fascisti? C’erano. E non erano puri fantocci del tedesco. Era della gente che aveva una certa nozione dell'Italia, opposta alla nostra. Loro avevano i miti nazionalisti e imperialisti. Noi credevamo in un'Italia pacifica e cooperativa. Si è dunque trattato di uno scontro armato fra noi e loro. Non è vero che i fascisti sparirono dopo il 25 luglio 1943. Attenzione: c'è il rischio di celebrare solo la grande esaltazione popolare della Liberazione. Perdendo di vista radici, conflitti e responsabilità precise. Si è cancellato tutto. Non si è più parlato delle colpe della Chiesa, né dell'accettazione del fascismo in vasti strati sociali. E divenimmo tutti liberi, tutti antifascisti. Non è vero! C'erano dei fascisti, nel '43-45. Via via sempre di meno, legati ai tedeschi, contro i quali prendemmo le armi. Ma non erano solo dei mercenari.

B.G. Hai riaffermato il valore fondativo dell’antifascismo alla base della Repubblica. Ma di recente, discorrendo con Furio Colombo, hai negato che per essere democratici sia ancora indispensabile passare per l’antifascismo. Come si conciliano questi due convincimenti?

V.F. Non c'è il minimo dubbio che la Repubblica, pur tra i diversi impulsi che essa ha assorbito, sia stata fondata dall'antifascismo. E tuttavia l'affermazione della democrazia, dell'eguaglianza, della tolleranza, possono scaturire da sensibilità e da esperienze storiche molteplici. Perché mai dovrei imporre ad un ventenne di oggi lo schema dell'antifascismo! Scelga lui le parole che vuole. Se andranno nel senso dei valori per cui io ho lottato, ne sarò ben lieto. Non c'è una realtà «antropologica» dell'antifascismo come dice il mio amico Giovanni De Luna. L'antifascismo è un dato storico, non metafisico.

Newsletter giugno 2018

Quel giorno che l’Italia libera scelse di essere repubblicana Dietro le quinte della storia, il Patto di Roma Bruno Buozzi , operai...