martedì 28 marzo 2017

LA CGIL NEL NOVECENTO - Newsletter marzo 2017













venerdì 24 marzo 2017

FOSSE ARDEATINE: IL MASSACRO

Il 23 marzo 1944 a Roma, in Via Rasella, una bomba esplode colpendo un drappello di soldati tedeschi.

Alle ore 22.55 del 24 marzo il comando tedesco dirama alla stampa italiana il comunicato dell’avvenuta rappresaglia contro i "comunisti-badogliani":

“Nel pomeriggio del 23 marzo 1944 - si legge nel comunicato - elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di Polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata, trentadue uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento angloamericano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato siano fucilati dieci criminali comunisti badogliani. Quest’ordine è già stato eseguito”.

Nel libro La farfalla impazzita Giulia Spizzichino, da poco scomparsa e che ricordiamo con piacere, ricorda: 
“Non ricordo come, ma a un certo punto si venne a sapere che alle Fosse Ardeatine c’era un numero impressionante di cadaveri. Non si sapeva esattamente chi vi fosse sepolto, ma era chiaro che si trattava di prigionieri prelevati dalle carceri dopo l’attacco di via Rasella. Erano loro gli scomparsi, e poi c’era stato l’annuncio sul giornale della rappresaglia eseguita. Il comando tedesco non aveva mai comunicato i nomi delle persone trucidate, ma le famiglie che non avevano notizie dei propri cari non si facevano illusioni circa loro sorte. Chi andò alle cave a vedere riferì che era impossibile solo pensare di dare un nome alle vittime. Quei corpi erano rimasti là sotto per quasi tre mesi ed erano tutti ammassati, a formare un unico groviglio. Qualcuno propose di chiudere l’entrata, rendendo il luogo una grande tomba comune. Le famiglie degli scomparsi però non lo accettavano. Le figlie del generale Simoni, per esempio, si opposero violentemente, obiettando che in quel modo non avrebbero mai saputo se il loro padre fosse lì dentro. Quando l’odio produce effetti tanto devastanti, per averne ragione non c’è che l’opera dell’amore. Chi si offrì di compierla fu un medico ebreo, il dottor Attilio Ascarelli. Un uomo stupendo, non ho altri modi per definirlo, che impegnò nella difficile impresa tutta la sua passione, la sua professionalità. Voleva attribuire un volto a ciascuno di quei miseri resti. Iniziò a separare i corpi uno per uno, dato che si erano attaccati. Attraverso i ritagli degli abiti e gli oggetti che avevano addosso - i documenti erano stati loro sottratti - riuscì un po’ alla volta a ottenere il riconoscimento di quasi tutti.  Naturalmente anche la mia famiglia fu coinvolta, tanti dei nostri cari mancavano all’appello, ma io andai sul posto poche volte, mia madre non voleva condurmi con sé. Ero sempre triste ogni volta che tornavo alle Fosse Ardeatine! Ricordo che c’erano tanti pezzetti di stoffa lavati e sterilizzati, appesi a dei fili con le mollette. Erano numerati, per effettuare un riconoscimento bisognava annotarsi quei numeri. All’epoca i vestiti venivano fatti su misura dal sarto, non c’erano abiti confezionati come adesso, quindi le donne di casa tenevano da parte degli avanzi della stoffa per poterla utilizzare per le riparazioni. Per noi, come per tanti, è stata una fortuna. Solo così abbiamo potuto ritrovare i nostri familiari, li abbiamo riconosciuti attraverso la comparazione dei tessuti. Un pezzetto di stoffa per il nonno Mosè, un altro per lo zio Cesare. Mio cugino Franco, i suoi sogni e i suoi presentimenti: tutto in qualche lembo di tessuto! E ogni volta quanto dolore, quanto quanto dolore ... ».

Carla Capponi, tra i partecipanti all’azione in via Rasella, nel suo libro Con cuore di donna. Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista scrive: “Dopo la liberazione di Roma, quando si indagò su quella strage si scoprì che solo tre delle vittime erano state condannate a morte con sentenza; neppure il tribunale tedesco installato a via Lucullo aveva avuto il coraggio o la possibilità di emettere una sentenza che desse appoggio legale a quel massacro. Volevano fare intendere che al di sopra di tutte le leggi del diritto e della morale, c’erano gli ordini del comando nazista, il Deutschland über alles, della razza ariana, destinata a dominare tutte le altre considerate inferiori e per le quali non c’era bisogno né di tribunale né di sentenze. Avevano assassinato in fretta gli ostaggi, occultato i cadaveri e lasciato le famiglie senza notizie, così che ciascuna potesse sperare che i propri cari non fossero nel numero dei destinati alla morte e aspettassero fiduciose. Per questo non fecero indagini, non cercarono i partigiani, non usarono il mezzo del ricatto chiedendo la resa dei Gap. L’eccidio doveva consumarsi per vendetta, non per cercare giustizia. Volevano nascondere un altro crimine, l’avere ucciso quindici persone oltre i trecentoventi dichiarati, come scoprimmo quando, liberata Roma, furono riesumate le salme: trecentotrentacinque. I tedeschi uccisi erano stati trentadue, uno dei settanta feriti era morto durante la notte a seguito delle ferite: Kappler decise di sua iniziativa di aggiungere dieci vittime a quelle già predestinate e, nella fretta di dare immediata esecuzione all’eccidio, ne prelevarono dal carcere quindici, cinque in più della vile proporzione tra caduti tedeschi e prigionieri da assassinare, quindici in più di quelli autorizzati dal comando di Kesserling. Dell’errore si rese conto Priebke mentre svolgeva l’incarico di ‘spuntare’ le vittime prima dell’esecuzione, rilevandole da un elenco all’ingresso delle cave Ardeatine, luogo prescelto per l’esecuzione e l’occultamento dei cadaveri. Lui stesso e Kappler decisero di assassinare anche quei cinque, rei di essere testimoni scomodi della strage”.

Il 73° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine è stato l’occasione per inaugurare un sito interamente dedicato al Mausoleo disponibile all’indirizzo www.mausoleofosseardeatine.it.
Il sito ha due obbiettivi: fornire ai più giovani e a tutti i visitatori una guida interattiva alla visita al mausoleo realizzata con contributi audio e video e raccogliere, rendendoli disponibili on line,  materiali documentari inerenti la strage, la storia di Roma e del Lazio durante la seconda guerra mondiale, le biografie delle 335 vittime.

Ilaria Romeo

mercoledì 22 marzo 2017

Della felicità di scoprire la politica come la cronaca che si fa storia e diventa vita. In ricordo di Alfredo Reichlin

E’ morto all’età di 91 anni Alfredo Reichlin, storico dirigente del Partito comunista italiano, partigiano e parlamentare, per anni direttore de «l’Unità».

Lo ricordiamo attraverso un suo intervento del gennaio 2008: commemorando la figura di Bruno Trentin da poco scomparso, Reichlin riflette su partito, sindacato, lavoro, ruolo della politica e rappresentanza, sull’oggi e sul ieri in un testo bello, appassionante e coinvolgente, che dice ovviamente molto della persona di cui si parla, ma almeno altrettanto della persona che scrive:

“Parlo di quel fattore essenziale che spiega lo strano “miracolo” per cui un paese che ancora sessanta anni fa era popolato da contadini analfabeti e da una piccola borghesia povera, con una classe dirigente prostituita al fascismo, si è trasformata in pochi anni in una delle maggiori potenze industriali del mondo. Sono gli uomini come Trentin che hanno fatto quel miracolo. Ma perché l’hanno potuto fare? E’ su questo che bisognerebbe dire qualcosa riandando con la memoria a quel mondo reale e a quelle vite. Certo, l’hanno fatto per le loro virtù. Ma io penso anche a qualcosa di cui non è facile oggi parlare senza finire nella spazzatura dove giacciono i “vecchi arnesi” del comunismo. Io sono tra quei vecchi arnesi. Ma mi chiedo come si può parlare di Bruno e della sua singolare figura così “atipica” (è vero) rispetto a una idea deforme e astratta del comunismo italiano e come si può parlare di tante altre figure anch’esse tutte “atipiche” come Napolitano o come Di Vittorio o Ingrao o Amendola, o Macaluso o Giolitti senza porsi una domanda che ci riporta al cuore della vicenda italiana. La domanda è questa: essi furono comunisti per caso oppure perché quello fu allora il riformismo italiano, o perlomeno una delle sue matrice essenziali? La verità è che “atipico” era il Pci. Questa strana forza gravata da illusioni e da miti rivelatesi catastrofici ma essenzialmente figlia della frattura profonda che si era creata dopo Porta Pia tra il popolo e lo Stato unitario. Il segreto fu quello. Fu che il Pci - resistendo al fascismo in forme eroiche e rileggendo con gli occhi di Gramsci la tormentata storia dell’Italia unita - riuscì più di altri a raccogliere l’ondata di autentica rivolta e al tempo stesso di speranza in un’altra Italia che covava sia nelle masse povere che nella gioventù e che il fascismo poi aveva esasperato. Nasce così quella forza popolare e di massa - il Pci - la quale - non lo dimentico affatto - porta anche pesanti responsabilità per le successive vicende della sinistra italiana. Ma che una cosa rivoluzionò davvero: il vecchio rapporto tra dirigenti e diretti e in molte regioni la cultura civile degli italiani.
La figura di Trentin sta in quel mondo e in quella storia. E’ lì che si realizza quel grande salto (non fu riformista?) che modernizzò l’Italia e pose fine alla dicotomia tra il sovversivismo delle plebi e l’elitismo estetizzante degli intellettuali. E’ questo fenomeno che consentì a personalità straordinarie come Trentin di finalmente esprimersi non più solo come vertici solitari (a differenza delle generazioni precedenti). E ciò per la ragione che è li che avviene una grande mobilitazione dal basso delle energie popolari mai vista prima così intensa, e l’incontro del popolo con gli intellettuali. E questo perché il terreno dell’incontro è nuovo ed è molto avanzato. Era la costruzione di uno Stato a base di massa, di una Repubblica democratica la cui Costituzione afferma al suo inizio che è “fondata sul lavoro”.
Che strana e clamorosa contraddizione. Da un lato il nome di questo partito si riferiva a una ideologia irrealizzabile e clamorosamente fallita (il comunismo). Dall’altro lato, esso continuava, a suo modo, l’opera che il Risorgimento aveva lasciato incompiuta e si collocava lui (molto più del Psi) nel solco aperto dalla grande predicazione socialista dell’inizio del secolo. Portava le masse escluse nello Stato, le trasformava da povera gente assetata di giustizia ma costretta da secoli a togliersi il cappello davanti al padrone in cittadini. Di più: in costruttori di uno Stato certamente liberal-democratico nella sua forma istituzionale ma con una base nuova costituita da quella che chiamammo la “democrazia che si organizza”. Senza di che non si capisce nemmeno il sindacato, quel sindacato confederale e unitario concepito da Di Vittorio, autonomo dai partiti ma che a differenza del resto d’Europa non si riduce a una somma di corporazioni e di mestieri ma diventa un soggetto politico. Cioè una forza che non esprime solo una coscienza di classe ma che orienta la lotta dei lavoratori secondo una visione dell’interesse generale. Classe e nazione. Questa è la scelta di fondo. Questo è Bruno Trentin.

Io Bruno l’ho conosciuto, quando lavorava all’ufficio studi della Cgil. Vivemmo insieme quella che nel mio ricordo resta come una immensa felicità. Non parlo della giovinezza (anche) ma della felicità di scoprire la politica come la cronaca che si fa storia e diventa vita; la libertà riconquistata, la lotta, il sangue e la vittoria, la scoperta dei compagni e, al tempo stesso, l’Italia come patria bellissima e la conoscenza di capi che venivano da lontano ed erano anche grandi maestri. E poi i libri fino a ieri proibiti, il dibattito delle idee, e, perché no? gli amori, le ragazze. Non eravamo riformisti? Come mi sembrano sterili certe polemiche di oggi. Trentin non aspettò l’arrivo di Tony Blair che, anzi, considerava quasi un nemico. Il suo riformismo, compresa la sua polemica contro il “leninismo” del Pci, il suo amore per una certa sinistra intellettuale francese era una cosa molto diversa. Il vecchio Pio Galli che era il suo braccio destro alla Fiom e che vive da pensionato a Lecco, nella Brianza leghista, ripensa con enorme stupore agli anni in cui con Trentin eravamo riusciti - mi dice- a convincere quegli operai a scioperare e a perdere giornate intere di paga per chiedere al governo che le fabbriche andassero al Sud. Incredibile. Oggi sembra perfino incredibile che il riformismo italiano (quello reale) abbia espresso cose come queste: veri atti di governo della società pur non disponendo di questo esercito di ministri, sottosegretari, sindaci, assessori, governatori di regione.

Trentin fu il vero inventore dei consigli, cioè di un sindacato nuovo che esprimeva direttamente la volontà di tutti i lavoratori scavalcando il diaframma delle commissione interne e delle correnti politico-sindacali. Fu difeso da Lama e io ricordo bene quella drammatica riunione della Direzione del Pci, al termine della quale i conservatori furono battuti. Ma Trentin fu anche l’uomo (e io credo che qui si misura la sua statura intellettuale) che capì che cosa comportava il fatto che la vecchia Italia contadina si trasformava in un paese industriale. Fu lui il più acuto analista delle nuove tendenze del capitalismo italiano e a rendersi conto di quale cambiamento del lavoro ciò comportava. Ed è su questo che si aprì una grande discussione in cui il suo vero interlocutore e in parte antagonista fu Giorgio Amendola. Come si può far finta di non vedere che la storia della Cgil  e quella del Pci per lungo tempo si sono intrecciate? Su questa base si creò il legame profondissimo di affetto, oltre che di amicizia politica con Pietro Ingrao, quest’uomo straordinario di cui nessuno parla. Capisco. I tempi sono questi. Ma posso io dire adesso, dopo tanti anni, che le decisioni naturalmente le prendeva la Cgil, ma che a casa di Ingrao noi discutemmo di cose grosse: come guidare l’autunno caldo, come preparare le conferenze operaie, come organizzare la grande discesa dei metalmeccanici a Reggio Calabria contro le forze fasciste che l’occupavano.
Bruno non era un gregario. Pensava con la sua testa e comandava. E io credo che la sinistra, compresa quella di oggi più che mai alle prese con problemi che riguardano la sua stessa sopravvivenza deve a Trentin moltissimo. Egli fu se non il solo, il più lucido e il più determinato nel porsi il grande interrogativo che ancora ci assilla: se e quale potesse essere il futuro non solo del sindacato ma della sinistra dopo la grande sconfitta che alla fine degli anni ’70 il “lavoro” subì in tutto il mondo. Non si fece illusioni. Capì che cambiava tutto e che la storia del movimento operaio, dei suoi partiti e del sindacato industriale registrava qualcosa di più di una discontinuità: una rottura. Ed era con questo, non solo con Craxi che il riformismo si doveva misurare.
L’amara verità è che la sinistra, colpita nelle sue vecchie certezze, si poneva invece sulla difensiva non comprendendo le straordinarie potenzialità insite nei processi innovativi. Toccò a Trentin, molti anni fa a Chianciano dire alla Cgil che questi processi - di per sé - non erano affatto destinati a rendere il lavoro una merce senza valore; e ciò per il fatto semplice quanto oggettivo, che il lavoratore moderno essendo colui che eroga sempre meno fatica fisica e sempre più sapere e intelligenza, va valorizzato anche come individuo. Certo, non era facile. A parole la nuova destra esaltava il liberismo e l’idea del mercato come legge naturale, ma nei fatti utilizzava il bilancio pubblico e il potere statale per imporre un gigantesco processo di redistribuzione delle risorse per la via di un fisco sempre più ingiusto e di una riduzione della spesa per servizi sociali effettivi. E per instaurare nuove forme di dominio sullo Stato, sulle funzioni pubbliche e anche su tutti quegli strumenti (le istituzioni culturali, i mass media) che formano le idee, i valori, la coscienza di sé, la visione della realtà, i modi di pensare.

Di Bruno Trentin avremmo oggi un grande bisogno. Perché una riscossa, finalmente, deve essere costruita, ed essa è possibile ma alla condizione di comprendere le nuove contraddizioni che colpiscono non soltanto la parte più debole e sfruttata del monto del lavoro, dal momento che si aprono problemi più vasti di diritti di cittadinanza, di libertà e di affermazione di sé, di svuotamento degli strumento della democrazia e della rappresentanza, di rapporto fra governanti e governati. 
Questo ci ha detto Bruno. Ci ha insegnato che il lavoro intelligente e informato è, in ultima istanza, la vera ricchezza delle nazioni nell’epoca della globalizzazione.
E’ la sua vera eredità. Fu la sua grande passione. Perciò la sua perdita noi l’abbiamo sentita come una ferita molto profonda”.

Ilaria Romeo

martedì 14 marzo 2017

21 marzo, Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie


La scomparsa di Placido Rizzotto nelle carte della Cgil, di Ilaria Romeo, da «l’Unità» dell’11 marzo 2017


Il due marzo 1948 cade in contrada «Raffo» (Petralia Soprana), sulle Madonie, il capolega della Federterra Epifanio Li Puma, mezzadro e socialista. Il 1° aprile viene assassinato a Camporeale - al confine tra le province di Trapani e Palermo - il segretario della Camera del lavoro Calogero Cangelosi, anch’egli socialista. Al centro, nel tempo e nello spazio, fra questi due delitti si colloca, il 10 marzo, l’assassinio di Placido Rizzotto, partigiano, socialista, segretario della Camera del lavoro di Corleone e dirigente delle lotte contadine.

La sera del 10 marzo 1948 Placido Rizzotto, 34 anni, è sequestrato da un gruppo di persone guidato dal giovane mafioso Luciano Liggio: lo circondano in strada a Corleone, lo caricano sulla 1100 di Liggio, lo portano in una fattoria di Contrada Malvello, lo picchiano a sangue e gli fracassano il cranio. Poi buttano il suo corpo in una foiba di Rocca Busambra.

Sarà il capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa ad indagare sul delitto: il lavoro dell’ufficiale, destinato a divenire un nome celebre nel corso dei decenni successivi, porterà all’incriminazione di Luciano Liggio, Pasquale Criscione e Vincenzo Collura che tuttavia, alla fine del 1952, verranno assolti per insufficienza di prove.

Il rapimento di Placido Rizzotto, 36° omicidio di mafia nella penisola nel secondo dopoguerra,  scuote le coscienze: gli atti terroristici contro il movimento contadino e i suoi dirigenti cominciano il 16 settembre del 1944, con l’attentato a Girolamo Li Causi, segretario regionale del Pci, durante un comizio a Villalba, feudo di don Calò Vizzini, proseguendo negli anni seguenti con gli assalti alle Camere del lavoro, le intimidazioni e i pestaggi dei suoi dirigenti e con i primi omicidi.

La posizione della CGIL è questa volta più che mai netta, verticale, inamovibile.

Il 18 marzo si riunisce la Segreteria confederale, presenti Bitossi, Cuzzaniti, Dalla Chiesa, Di Vittorio, Parri, Santi ed un giovanissimo Luciano Lama. Primo punto all’ordine del giorno la situazione sindacale in Sicilia.

Di Vittorio riferisce sul gravissimo fatto della sparizione di Placido Rizzotto e propone la convocazione del Comitato esecutivo in Sicilia per l’esame della situazione. Viene inoltre deciso di inviare una lettera al governo ed un comunicato stampa per “illuminare”  l’opinione pubblica sulla questione.

Nonostante il voto negativo della Corrente democristiana (la CGIL è ancora unitaria, la scissione avverrà solo nel luglio dello stesso 1948, conseguenza dell'attentato a Palmiro Togliatti del 14), il Comitato esecutivo confederale si riunisce il 31 marzo a Palermo. Presenti Di Vittorio, Noce, Maglietta, Parodi, Dalla Chiesa, Bosi, Massini, Bulleri, Santi e Bitossi. A questi si aggiungono, tra gli altri, i segretari locali Emanuele Macaluso (segretario regionale), Sanzo, Sala, Roberti, Gullo, Leone, Fiorentino, Di Giorgio, Di Cara e Romano.

Di Vittorio, confermando che il problema siciliano è un problema nazionale, avanza delle proposte che vengono discusse e approvate.

Di fronte all’inerzia del governo nel condurre le indagini, la Cgil decide di dare un premio di mezzo milione di lire a chiunque darà notizie utili a ritrovare Rizzotto ed a scoprire i colpevoli del delitto: una cifra importante se si pensa che nel 1950 lo stipendio medio di un operaio è di 25/30000 lire circa.

Soltanto il 9 marzo 2012 l’esame del dna, comparato con quello estratto dal padre di Placido, Carmelo Rizzotto, morto da tempo, confermerà l’appartenenza al sindacalista siciliano dei resti trovati il 7 luglio 2009  all’interno della  foiba di Rocca Busambra a Corleone. 

Il 16 marzo 2012 il Consiglio dei Ministri deciderà per Placido Rizzotto i Funerali di Stato, svolti a Corleone il 24 maggio 2012 alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

In ricordo di Vincenzo Di Salvo, di Ilaria Romeo


Il 18 Marzo 1958 a Licata, in provincia di Agrigento, viene ucciso Vincenzo Di Salvo, 32 anni, dirigente sindacale.

Un nuovo efferato omicidio che va ad aggiungersi all’ampio corollario di morti nell’ambito del movimento operaio e contadino per mano della criminalità organizzata in Sicilia nel secondo dopoguerra ed oltre.

Un dirigente sindacale assassinato ieri a Licata, titolerà «l'Unità» il giorno seguente raccontando: 

“Nella tarda serata di ieri, alle 21 circa, con un colpo di pistola in pieno petto è stato assassinato l’operaio edile Vincenzo Di Salvo di 32 anni, abitante a Licata in Via Incorvaia, 7. Il Di Salvo, un lavoratore onesto e incensurato, è stato trovato, riverso al suolo, in una pozza di sangue, nelle vicinanze di una scalinata che da Via Marconi porta a Via Santa Maria, cioè nelle immediate vicinanze del centro abitato. La vittima lascia la moglie e due figli in tenera età, che senza il suo sostegno vengono così a trovarsi nella miseria più nera. La notizia del crimine, appena sparsasi in città, ha destato vivissima impressione: la notorietà della vittima e la sua attività di dirigente della Lega edili hanno orientato i sospetti in una direzione ben specifica. In particolare, l’assassino viene indicato in un noto mafioso locale, sul quale gli investigatori nutrirebbero dei sospetti. Vincenzo Di Salvo, come abbiamo accennato, dirigeva la Lega edili aderente all’organizzazione unitaria e contemporaneamente prestava la sua attività lavorativa presso la ditta Iacona, impresa appaltatrice dei lavori di costruzione delle fognature cittadine. In qualità di dirigente sindacale, il Di Salvo era alla testa, da una settimana circa, dello sciopero dei dipendenti della impresa, non essendo riusciti i lavoratori ad ottenere dal 1° febbraio, il pagamento dei salari e degli assegni familiari maturati. Sabato scorso, a conclusione di un incontro tra rappresentanti dei lavoratori e del datore di lavoro, alla presenza del Sindaco e di un sottufficiale dei carabinieri, si giungeva ad un accordo: i lavoratori avrebbero sospeso l’azione sindacale a patto che l’azienda avesse pagato entro il giorno successivo i salari e tutte le altre spettanze. Diversamente gli operai avrebbero ripreso la loro libertà d’azione proseguendo nello sciopero. Purtroppo la domenica è passata ed anche il lunedì senza che la Iacona, la quale aveva promesso di pagare i salari e le altre spettanze in cantiere soltanto quando il lavoro fosse stato ripreso, mantenesse i suoi impegni. Una folla commossa ha accompagnato stamane all’estrema dimora le spoglie dell’operaio assassinato”.

L’elenco dei sindacalisti uccisi dalla mafia nell’immediato secondo dopoguerra è davvero molto lungo. Lo riproduciamo - forzatamente incompleto - a seguire, allargando la forbice cronologica dall’inizio del secolo scorso agli anni ottanta, partendo da Lorenzo Panepinto (insegnate, figura emblematica del sindacalismo contadino in Sicilia, assassinato a Santo Stefano di Quisquinia davanti casa propria il 16 maggio 1911) ed arrivando a Pio La Torre, prima dirigente della Cgil siciliana (di cui nel 1959 diviene il segretario regionale), poi esponente di primo piano del Pci dell’isola e nazionale, ucciso dalla mafia il 30 aprile 1982.

LA CGIL NEL NOVECENTO - NEWSLETTER SETTEMBRE 2017

LA MEMORIA 2 settembre 1943 E’ siglato l’accordo interconfederale Buozzi-Mazzini sul ripristino delle Commissioni interne, cancella...