lunedì 30 ottobre 2017

Articoli da «Rassegna Sindacale» nel trigesimo della morte di Di Vittorio_ Fausto Gullo

Non è privo di un suo particolare significato il fatto che, dopo la liberazione, al più alto posto di direzione sindacale nel nostro Paese sia stato assunto, e poi sia stato mantenuto fino alla morte, Giuseppe Di Vittorio, il quale riuniva in sé due qualità, quella di provenire direttamente e immediatamente dalla classe contadina e l’altra di essere un meridionale. Lo studioso del processo organizzativo delle classi lavoratrici nel nostro Paese, il quale leghi, com’è naturale, tale fatto alle successive tappe evolutive maturatesi dal 1944 a oggi, non può non cogliere la coerente relazione che corre tra il fatto stesso e le due esigenze spontaneamente sorte dalle esperienze del passato e dagli insegnamenti scaturitine, due esigenze che facevano entrambe capo a una volontà unitaria, che il duro ventennio fascista aveva determinato e temprato, decisamente tesa a non ricadere negli antichi errori, così pesantemente scontati, e ad aprire una via nuova al movimento sindacale. La prima esigenza sorgeva dall’avvertita necessità di imprimere al movimento quel compiuto carattere nazionale, la cui deficienza aveva tanto nociuto nel periodo prefascista, e che, data la composizione sociale del Mezzogiorno, non poteva raggiungersi se non ponendo in primo piano la stretta unione dei lavoratori del Nord e dei contadini del Sud, in una costante solidarietà nei mezzi e nei fini che la prefascista organizzazione sindacale non aveva mai seriamente attuata e che qualche volta aveva addirittura impedito. La seconda esigenza, legata strettamente alla prima, sorgeva dall’altra non meno avvertita necessità di assumere il movimento contadino del Mezzogiorno come una delle leve più potenti ai fini della maggiore efficienza dell’organizzazione sindacale nazionale e insieme del profondo rinnovamento economico e sociale di tutto il Paese. Non è dubbio che la eccezionale personalità di Giuseppe Di Vittorio rispondeva pienamente alla duplice esigenza, e se altra dimostrazione non vi fosse, è valsa a darne la prova irrefutabile l’unanime solidarietà nel compianto per la sua fine, essendosi nel suo nome ancora una volta affermata, e in modo solenne, la raggiunta unità della classe lavoratrice italiana. Constatare ciò significa rilevare quanto cammino abbia percorso il movimento sindacale nel Mezzogiorno sotto la direzione di Giuseppe Di Vittorio, non solo nel senso della attiva partecipazione ad esso delle masse contadine, ma in quello, più importante, del contributo decisivo che tale fatto ha conferito alla definitiva assunzione della questione meridionale come questione di portata e di importanza nazionali. Il contadino meridionale trovò in Di Vittorio, meridionale e contadino, il simbolo vivente e operante dei suoi dolori e delle sue speranze, del suo passato e del suo avvenire, la guida sapiente e fidata nelle sue lotte, il sicuro interprete delle sue aspirazioni e delle sue rivendicazioni. Nessun uomo politico ha avuto mai nel Mezzogiorno una più vasta e più affettuosa popolarità; e la cosa è tanto più notevole in quanto l’attività esplicata da Di Vittorio tra la gente meridionale rifuggì sempre da ogni facile e sonora demagogia, intesa com’era a formare una coscienza sindacale che si ponesse contro ogni forma di miracolismo e di improvvisa e impulsiva impazienza: in che appunto si concretano gli ostacoli e le difficoltà che l’opera dell’organizzatore sindacale deve superare sempre che si diriga a masse disorganizzate. Nell’affrontare un così arduo compito Giuseppe Di Vittorio portò, oltre che la passione del bene propria di un’anima superiore qual era la sua, la consapevolezza precisa di un intelletto in cui operavano, con perfetta sincronia, prudenza e ardimento, audacia e senso del limite, nulla concedendo all’irragionevole entusiasmo e all’incauta improvvisazione. E appunto queste alte qualità occorrevano al supremo dirigente dell’organizzazione sindacale per fare del movimento contadino meridionale il fatto nuovo che esso costituisce nella vita del Mezzogiorno e che è indubbiamente al centro delle forze e delle attività cui è affidato il compito del profondo rinnovamento sociale, politico ed economico delle terre meridionali. Quanta parte della sua complessa opera abbia dedicato a tale compito Giuseppe Di Vittorio, nei sindacati, sulla stampa, in Parlamento, sulle piazze, non è facile dire nemmeno riassumendo. Intanto si può affermare che non c’è stata agitazione in questi ultimi dodici anni, non dibattito, non polemica, non proposta di legge nel campo della questione meridionale e dei molteplici problemi a essa legati, in cui la personalità di Giuseppe Di Vittorio non abbia assunto un rilievo di primaria importanza. Chi non ha presente, per non ricordare altro, la molteplice attività da lui spiegata sia come dirigente sindacale, sia come agitatore, sia come parlamentare, per la riforma fondiaria e per quella dei patti agrari, che costituiscono i due aspetti fondamentali più caratteristici della questione meridionale? Mi è nella memoria il superbo discorso che egli fece nel convegno per la presentazione del programma di attività e di opere che la Confederazione generale del lavoro nel 1950 proponeva per il rinnovamento economico e sociale della nazione, e di esso specialmente la parte che egli dedicò ai problemi meridionali e soprattutto alla riforma agraria, che è la premessa necessaria della rinascita del Mezzogiorno. Poche volte mi è occorso di veder congiunta tanta competenza tecnica, un così acuto senso di responsabilità, una visione così concreta di fatti e di uomini, con un così fervido e spontaneo sentimento di umanità, con una commozione cosi sincera e perciò stesso tanto comunicativa! Occorrerà pure, al più presto, riunire e pubblicare tutti gli scritti e i discorsi che Giuseppe Di Vittorio dedicò al Mezzogiorno nel corso della lunga lotta in cui egli impegnò tutte le sue energie. Non solo ciò sarà appreso come un degno omaggio alla Sua memoria, ma costituirà una fonte inesauribile di insegnamenti e una guida sicura nella battaglia che continua e al cui esito vittorioso è legato l’avvenire del Paese.

Articoli da «Rassegna Sindacale» nel trigesimo della morte di Di Vittorio_ Luigi Russo

La morte di Di Vittorio mi ha colpito profondamente. Io non da ieri facevo conto e stima del grande sindacalista. L’ho conosciuto da vicino a Ferrara, dove io ero andato agli spettacoli tasseschi che si davano nel Palazzo dei Diamanti, e capitai a sedermi accanto a lui. Mi piacque subito: trovai in lui un uomo semplice, dalle idee chiare, sofferte e sviluppate nella lotta, per il pane quotidiano prima (pane quotidiano non è una metafora) e poi nelle varie lotte di politico e di sindacalista. Lo sentii poi parlare, sempre a Ferrara, a migliaia di lavoratori, senza alcuna particolare enfasi, alieno dalle forme demagogiche, da lavoratore che difende gli interessi dei lavoratori. Pensai ad Alberto da Giussano, che nella grande possa della sua persona e della voce come tuon di maggio, arringava, o meglio conversava con le folle che lo ascoltavano avidamente. Ma cacciai come molesta questa reminiscenza carducciana, e mi ricordai piuttosto Di Vittorio, lettore dei «Promessi sposi». Sapevo che il libro manzoniano gli era stato regalato una volta dal cappellano della prigione di Lucera. Era quel libro che per lui ci voleva e che vi sentiva uno scrittore che denunciava soprusi di signorotti, fame e patimenti di popolo. Tutte le volte che nella sua lunga e travagliata vita Di Vittorio si è trovato in carcere, Di Vittorio ha letto e riletto i «Promessi sposi» ; una prova come un grande scrittore cristiano, quale il Manzoni, possa nutrire la linfa di un rivoluzionario. Della sua vita mi ha colpito il ricordo di quell’articolo da lui stampato in un giornale di Ferrara, in occasione delle chiamate alle armi della classe 1892, sua e mia. Era un appello ai soldati a rifiutarsi di sparare sui lavoratori: il Di Vittorio non ha aspettato il 1919 o il 1921 per schierarsi tutto dalla parte della classe lavoratrice! Per codesta sua eresia ebbe uno scontro tempestoso con il colonnello, ma chiese di partire per il fronte, dove sull’altipiano dei Sette Comuni, alle pendici del monte Zelio (caro e triste nella memoria per tutti i combattenti che, volenti o nolenti ci siamo trovati a combattere in quella zona), il Di Vittorio combatte valorosamente e fu colpito da un proiettile per fortuna senza gravi conseguenze. Ma nonostante questa sua dedizione, sospettato per un uomo di implacabile fede democratica, fu trasferito alla Maddalena, dove c’era una compagnia di soldati puniti che coltivavano le terre senza alcuna remunerazione. Poi sentimmo parlare di Giuseppe Di Vittorio combattente antifascista. Vi sono particolari della sua esistenza, che ci chiamano ancora oggi un sorriso di compiacimento ed una lacrima negli occhi. Ci sia permesso intanto di esprimere la nostra ammirazione per questa tempra di lottatore, che non perdeva mai la calma e l’equilibrio e dava delle risposte non furbescamente evasive, ma tali che i suoi inquisitori o avversari dovevano arrendersi alla sua logica.


Da «l’Unità» del 4 novembre

Articoli da «Rassegna Sindacale» nel trigesimo della morte di Di Vittorio_ Giuseppe Rapelli

Di Vittorio va al sindacalismo per un imperioso bisogno di giustizia: egli si sente interprete delle aspirazioni dei suoi compagni di lavoro e sente soprattutto la umiltà della sua origine. Bisogna cancellare gradualmente le differenze sociali. Di qui la sua «intuizione»: non gesti di rivolta che a nulla approdano, ma un’azione ordinata rivolta al fine che si è proposto: il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Egli riprende, così, l’impostazione dei vecchi sindacalisti, provveduto com’era di mente e di cuore: bisogna unirsi; é l’unione, è la solidarietà che da la forza. Bisogna convincere i compagni di lavoro: non bisogna far nascere urti tra i lavoratori. Il «crumiro» ha sbagliato, bisogna persuaderlo a non sbagliare più. C’è il lavoratore «forestiero» che arriva nel paese per lavorare a condizioni più basse di quelle strappate localmente ai «padroni»; ebbene, questo lavoratore non dev’essere trattato come un «nemico», è una vittima anche lui dell’ingiustizia sociale, bisogna spiegargli il danno che la sua azione inconsapevolmente traditrice reca, bisogna persuaderlo a non farlo più. Perciò Di Vittorio si presenta giovinetto alla ribalta sindacale con questa vocazione che è insieme di apostolo e di organizzatore: dare una coscienza ai lavoratori. Naturalmente questa non può essere per lui se non una coscienza di classe: e questa si deve esprimere, dapprima, in una consapevolezza di azione sindacale, e, successivamente, di azione politica. Per questo Di Vittorio non è un «tecnico» del sindacalismo, anche se nei due sindacalismi - quello prima del fascismo e quello del post-fascismo - imprimerà l’inconfondibile segno della sua personalità. Lo stesso suo aderire alla «frazione sindacalista» è una prova di chi è Di Vittorio: egli teme il pericolo che, col «riformismo sindacale», si burocratizzi troppo l’organizzazione e si formi tra i lavoratori una mentalità «corporativista», che spezza i legami della solidarietà tra i lavoratori meglio trattati e quelli peggio trattati. Il suo sentimento di «unità» sta qui: nel vivere lo spirito di solidarietà fra i lavoratori, fra gli umili: è quel sentimento «cristiano» che Achille Grandi sentirà in Di Vittorio. Più tardi, l’adesione a un partito marxista forse «razionalizzerà» in Di Vittorio il concetto di unità, ma bastava un suo impeto oratorio per riscoprire in lui quel sentimento «cristiano» che Achille Grandi gli riconosceva. Certo, la tecnica «sindacale» dei primi accordi con gli agrari pugliesi, che adopera Di Vittorio, è assai limitata. Ma ciò si deve alla prassi sindacale del tempo e alle condizioni di ambiente in cui viveva, da secoli, il bracciantato pugliese. Di Vittorio, però, anima questa «tecnica», non tanto con il criterio di un’agitazione più o meno permanente, (che pure era tipico di parecchi della «frazione sindacalista»), quanto con una visione più ampia: i lavoratori di Cerignola devono sentirsi uniti a quelli dei finitimi comuni pugliesi; bisogna non essere isolati rispetto agli altri, bisogna gradualizzare l’azione, per non fare passi indietro. Egli, che non poteva essere un «riformista», era, tuttavia, un «gradualista», che, però, non ammetteva soste: voleva un’azione continua, che si fondasse essenzialmente sul grado di consapevolezza dei lavoratori. I lavoratori devono riconoscere nei benefici ottenuti non tanto una «capacità dei capi» quanto un frutto della loro azione, ch’è resa cosciente e consapevole dal legame di fratellanza, dal sentimento di solidarietà dei lavoratori stessi. Ed egli sarà un «fratello maggiore»: quello che pagherà per primo gli errori compiuti: egli che scriverà un giorno a me di aver «sì sbagliato, ma tradito mai...». Eppure chi rilegge i cenni biografici che di lui furon scritti, comprende ch’egli sbagliò perché non poteva astrarsi dai sentimenti di una massa che rappresentava, e che se sbagliava l’errore era provocato in lui da un istinto primordiale e incontenibile di risentimento per la giustizia offesa. Ma egli, ch’era «agitatore di idee», aveva pur voluto e saputo contenere tale istinto spontaneo e primordiale, e poteva, quindi, affrontare sereno il giudizio «legale» dell’autorità costituita, e patire il carcere, perché si sentiva forte nella sua coscienza di aver fatto ogni cosa affinché le agitazioni a cui egli aveva dato contributo di «anima» non andassero oltre il lecito. Sarà l’azione politica dei lavoratori che lo libererà dal carcere, dove era costretto a seguito di un’agitazione sindacale. Avrà egli avvertito, allora, la maggior forza che viene ai lavoratori dal «suffragio universale» più che dallo «sciopero generale» ? Non saprei rispondere. Ma in un certo senso è la smentita a Sorel quella ch’egli vive nell’esperienza del 1921 e che diventa per lui adesione alla tesi della conquista politica del potere ai lavoratori. Anche così si prepara il suo successivo ingresso nel Partito comunista. Quand’egli riprenderà nel 1943 i contatti «legali» col mondo del lavoro italiano, si accorgerà dei mutati tempi, di quale traccia l’esperienza fascista dell’ordinamento sindacale giuridico abbia lasciato tra i lavoratori, e come essa abbia generalizzato un sistema contrattualistico, di cui si dovrà tener conto, e che renderà difficile la ripresa del mondo del lavoro con le sole armi del vecchio sindacalismo prefascista. L’accordo sulle Commissioni interne del settembre ‘43 è soprattutto voluto da uomini del Nord: Buozzi, Roveda, Quarello. Eppure Di Vittorio - il pugliese, il bracciante meridionale, il sindacalista - comprenderà successivamente che il problema delle Commissioni interne è fondamentale per la costruzione di un potere sindacale e di una democrazia operaia che sa valersi anche della eredità contrattuale fascista, e porti i lavoratori ad una attivizzazione diretta senza correre il pericolo di una nuova burocratizzazione sindacale, e di una degenerazione «particolaristica» dell’azione sindacale. Di Vittorio tenterà, dapprima, appena avvenuta la liberazione dell’intero territorio nazionale, la strada delle grandi agitazioni e dei grandi accordi nazionali, riuscendovi e contribuendo (del che non tutti gli industriali e i borghesi gli daranno merito) a ristabilire un ordine: un ordine che avrebbe dovuto consolidarsi attraverso l’attuazione della Costituzione repubblicana. Ma alla formulazione di quell’articolo 39 egli non concordò con chi, come me, voleva le rappresentanze unitarie elette da tutti i lavoratori, iscritti e non ai sindacati, e non previde che, un giorno, sarebbe stato difficile provare il numero degli iscritti, specie realizzandosi la fin d’allora prevista pluralità sindacale. Questa mancata concordanza ha concorso a ritardare l’attuazione dell’articolo 39 e ha permesso, dopo la scissione del ‘48, l’indebolimento del potere sindacale dei lavoratori. Man mano, s’era resa più evidente l’intenzione di molti datori di lavoro di valersi della scissione e dell’anticomunismo per tentare i sindacati concorrenti (CISL e UIL) sul piano delle trattative separate. Certo che, date le origini e la «forma mentis» di Di Vittorio, rimane incomprensibile la sua adesione alla contrattazione aziendale, che spezza l’unità di azione tra i lavoratori delle aziende di uno stesso settore produttivo. La contrattazione aziendale può essere più propria a chi, seguace della «Quadradegimo anno», vuole il passaggio dal contratto di salario al contratto di società. E’ stato un ripiegamento, quello di Di Vittorio su tale questione, dovuto - ne sono persuaso - a necessità più che a convinzione. E l’ultimo periodo della «vita sindacale» Di Vittorio, a veder bene, si incentra nella sua attività parlamentare, membro autorevole della Commissione del lavoro, non attorno ai tavoli delle trattative sindacali. L’accordo nazionale sul «conglobamento» del giugno 1954 lo trova tagliato fuori dalla conclusione finale. Gli industriali hanno avuto buon gioco nell’allontanarlo. E da parte industriale si assecondò ormai ogni tentativo per respingere l’«intervento giuridico» nelle questioni sindacali. Meglio, per ora, regolare i lavoratori sul terreno dei rapporti di forza. La verità è che i lavoratori sono oggi più temuti per la «scheda» che non per lo «sciopero»: di qui il dramma finale del sindacalista Di Vittorio. Egli sentì di dover ritornare ad essere, come agli inizi, apostolo di una coscienza fra i lavoratori, per restituire con l’unione e con la solidarietà, una forza al sindacato e fare del sindacato una scuola. Ricominciare da capo. Per questo hanno particolare valore le ultime parole pronunciate a Lecco. Egli che aveva pur contribuito coi grandi accordi sindacali del ‘45, ‘46, ‘47 a determinare una forza sindacale, per un errore di valutazione, per un eccesso di fiducia in una CGIL incrollabile, è ormai costretto ad agire più che sul terreno specificamente sindacale su un terreno di competizioni elettoralistiche per le votazioni delle Commissioni interne. Egli deve perciò proporsi di sostituire a un diminuito «potere sindacale», un sufficiente «potere politico», e ricominciare da capo, propagandando idee per rifare una coscienza sindacale ai lavoratori, per ottenere che a una attivizzazione sindacale si accompagni una attivizzazione politica. Di Vittorio è stato «sindacalista» per vocazione. Aveva fiducia in sé e nei lavoratori. Accade però al sindacalista, come può accadere al politico, di compiere l’errore di non proporzionare gli strumenti secondo i tempi. Lo strumento che rende al massimo in un certo momento può rendere molto meno successivamente, e allora il problema sta nel munirsi di altri strumenti di scorta per far continuare la marcia al movimento sindacale e operaio. La scomparsa di Di Vittorio coincide con una fase critica del movimento sindacale italiano; e per un certo aspetto la aggrava. Ma la sua lezione sta nel dirci che solo attraverso l’azione congiunta, anche se distinta, degli strumenti sindacali e politici si potrà superare l’attuale fase critica. L’esperienza vissuta da Di Vittorio lo può ben insegnare.

Articoli da «Rassegna Sindacale» nel trigesimo della morte di Di Vittorio_ Riccardo Lombardi

Solo chi aveva conosciuto Di Vittorio prima dell’emigrazione poté misurare lo sviluppo che le qualità umane, politiche e culturali accumulate durante la giovinezza avevano subito attraverso le lotte e i cimenti della lunga cospirazione. Avevo conosciuto Di Vittorio nell’inverno del 1926, immediatamente dopo la promulgazione delle leggi eccezionali, allorché, colpito da mandato di cattura era nascosto nella casa di mia madre attendendo il suo turno per l’espatrio clandestino; e in quel tempo portava impresse e direi parlanti in tutto il suo essere le caratteristiche dell’agitatore di razza. Chi lo rivide nel 1945 non tardò ad accorgersi che l’agitatore sindacalista era divenuto un grande capo politico. Colpiva siffatta trasformazione, anche negli aspetti esteriori (ma quanto significativi!) della parlata e nell’aspetto fisico che andava assumendo quella composta espressione di forza cosciente e controllata che mi richiamava suggestivamente la figura di Pietro nell’affresco di Masaccio all’Annunciata.
Questa sua maturata qualità di capo politico, trovò nella grande campagna di preparazione, di impostazione e di sviluppo del “Piano del lavoro” l’occasione e, insieme,  l’ambiente più congeniale per offrire la massima misura di sé. A chi ritorna col pensiero a quegli anni, del resto recenti, ma arricchito dall’esperienza di tutto ciò che in fatto di organica politica, economica e di tentativi di pianificazione, si è discusso, fatto e soprattutto non fatto in Italia, può, oggi, apparire ovvio l’impegno assunto allora dalla CGIL sotto l’impulso preminente di Di Vittorio; cioè quella via può apparire come dettata naturalmente dalle cose e perciò non necessitante alcuna lotta politica di fondo. A tal punto taluni fondamentali criteri di politica economica democratica sono divenuti oramai perfino banali.
Ma così non era attorno agli anni ’49-‘5O: sicché il lancio del Piano del lavoro, come politica capace di impegnare l’intera classe operaia, i contadini e gli strati sfruttati dei ceti medi, rappresentò una vera e propria scelta politica, la conclusione di una difficile e a lungo incerta lotta politica. Chi ne volesse la prova, potrà trovarla nel fatto che quei problemi di indirizzo e di metodo senza la cui soluzione preventiva la politica del Piano di lavoro sarebbe stata letteralmente impossibile, sono stati a lungo, e sono in parte ancora, all’ordine del giorno di altri movimenti operai nazionali nei paesi capitalistici, e ne costituiscono ancora in vario modo la problematica.
Ai tanti che ancor oggi vedono in quella politica un mero espediente sia pur geniale per “forzare” una situazione di chiusura per la classe operaia quale si era verificata dopo il 1948 (e sarebbe già non piccolo merito), o come una trovata trasformistica per rovesciare un corso politico scarsamente redditizio, si può offrire, come tema di riflessione la difficile lotta che la CGIL con alla testa Di Vittorio sostenne non solo prima ma anche dopo l’adozione della politica del Piano, per giustificarla e raccomandarla innanzi a tutto il movimento operaio internazionale. Basta rileggere il dibattito intervenuto al congresso sindacale mondiale di Vienna per ricavarne la misura e l’importanza della scelta fatta dal movimento sindacale unitario italiano. Basta ancora confrontare i dibattiti intervenuti nei due ultimi congressi nazionali della CGT francese (e specialmente nel penultimo) con quelli dei congressi confederali italiani (Napoli e Roma) sul problema, appunto, della adozione da parte dei sindacati operai di una linea di politica economica accanto alla tradizionale politica rivendicativa, perché appaia in tutta la sua chiarezza la posizione di avanguardia, e in certo momento addirittura di punta, assunta dalla CGIL.
Non credo di indulgere alla commozione, che suscita in me il ricordo di una collaborazione intensa nel momento forse più felice e produttivo della travagliata vita di Di Vittorio, se affermo che senza di lui quella scelta e quella politica non sarebbero state possibili. Certamente esse risultarono da un concorso di contributi assai diversi e distanti: ma colui che rese organici quei contributi, che li ridusse alla ragion comune del movimento operaio, che li impose ai riluttanti e ai diffidenti gettando generosamente sul piatto della bilancia il peso di una ineguagliata autorità morale, prima ancora che politica, fu Giuseppe Di Vittorio.
Quando nel marzo 1950, al convegno sul Piano del lavoro, nel teatro romano delle Quattro Fontane, nel pieno della guerra fredda e della offensiva padronale e governativa contro il movimento operaio, si videro economisti, studiosi, sindacalisti, parlamentari, ministri in carica di ogni parte venire a “fare i conti” col movimento sindacale unitario e con la CGIL, apparve chiara a tutti la straordinaria fecondità di quella iniziativa. Fu un trionfo, anche personale, per Di Vittorio, per la tenace volontà, per la straordinaria capacità di lavoro che erano riuscite a mettere l’organizzazione unitaria dei lavoratori all’avanguardia dello sviluppo democratico nazionale.
Il nome di Di Vittorio perciò resta legato intimamente a quello che fu forse l’esperienza più produttiva e il momento più felice del movimento sindacale italiano, esperienza per altro ancora assai lontana dal potersi dire esaurita. Anche qui perciò Di Vittorio ci ha lasciato una eredità, non solo di memorie, che tocca a noi non disperdere e far fruttificare.

Articoli da «Rassegna Sindacale» nel trigesimo della morte di Di Vittorio_ Ferruccio Parri

Di Giuseppe Di Vittorio conservavo da giovane l’immagine un poco convenzionale del sindacalista rivoluzionario. Qualche contorno più preciso alla sua fisionomia poteva darmelo la sua origine: pugliese anch’egli come Salvemini, con quella forza istintiva e generosa che trascinava noi dietro il nostro maestro di Molfetta, con quella dirittura d’animo di sorgiva così direttamente popolana. Ed era di Cerignola. Sapevo cosa era Cerignola: quelle stamberghe lercie sulla strada fangosa, quella tradizione millenaria di fatiche e di stenti stampata sui visi della povera gente. Un lungo grido, una invocazione disperata alla giustizia sorge da quegli stracci, da quella miseria, da quella condanna all’ignoranza. Chi sorge a difenderla reca incisa in fondo all’anima la più antica, la più saggia, e la più amara, parola d’ordine della società umana: justitìa jundamentum regni.
Questo Di Vittorio un poco mitologico lo conobbi più da vicino dopo la Liberazione, quando le vicende politiche m’obbligarono a trattare con la neonata organizzazione sindacale dei problemi di vita e di lavoro del 1945. Anno di angustie materiali terribili. La povera gente domandava da mangiare e da coprirsi, specialmente nel Mezzogiorno. Un Governo moderno e democratico avrebbe dovuto considerare il sindacato, più che come collaboratore, come strumento e compartecipe, anche naturalmente delle responsabilità.
“O non abbiamo promesso di inserire direttamente nello Stato le classi lavorataci, di farle partecipi del proprio governo e delle responsabilità nazionali?” domandavo io agli oppositori interni della esarchia. Non si andò molti avanti. La Liberazione era già dietro le spalle, e l’ondata di ritorno ci stava già soverchiando. E poi trattai con Di Vittorio sforzandomi di conciliare come mediatore la grande vertenza nazionale subito risorta. I miei sforzi fallirono soprattutto per l’irrigidimento dell’ultima ora della parte padronale, che preferì accettare l’anno dopo il lodo da De Gasperi. Presi allora la misura di quell’uomo: preparato e serio, bene informato di tutti gli aspetti di una vertenza economicamente e sindacalmente così complessa; l’avrei preferito più cedevole: ma dovetti riconoscere che era giustamente fermo; caldo e persuasivo, quando sentiva che doveva trattare da uomo a uomo.
Mi disse allora e mi ripetè altra volta: “E’ difficile che voi possiate rendervi conto quale sforzo io ed i compagni della CGIL dobbiamo fare per frenare, moderare le impazienze istintive della base, contenere le agitazioni e dare ad esse obiettivi sensati”.
Le vicende politiche e personali mi tennero qualche anno lontano. Seguivo con interesse lo sforzo della Confederazione per elaborare un piano nazionale di riforme. Sentivo il danno della nostra vita politica a spaccature così nette, di dialettica e superamento così difficile, facendo io qualche rimprovero a Di Vittorio ed ai suoi compagni di non cercare più ampiamente collegamenti, e possibilità di controllo e confronto con i nostri ambienti di studio. Quando il sindacato oltrepassa il piano delle rivendicazioni salariali ha bisogno di appoggi non solo numerici.
Ma il rimprovero maggiore, di mancanza di coraggio, lo dovevo rivolgere a me stesso ed ai nostri ambienti. A noi sarebbe spettato il dovere dell’avvicinamento cordiale per una collaborazione sul piano dello studio. E questo rimorso mi rimane ora che Di Vittorio se n’e andato. Egli era fortemente impegnato, sinceramente impegnato, senza riserve mentali, nello sforzo che un Turati moderno avrebbe detto di “rifare l’Italia”.
Era ancora il sogno generoso del bracciante di Cerignola. Quale forza viene a mancare al proletariato italiano! Quando il popolo di Roma seguiva il suo carro funebre sentivo ben chiara qual’era la sorgente di quell’affetto, di quell’attaccamento, di quella ovazione spontanea. Era la ricchezza generosa dell’anima mai inaridita, la prima fonte della fiducia dei lavoratori nel combattente unicamente e sempre devoto alla loro liberazione, ed alla loro ascensione. La sua forza e la sua autorità non erano mai declinate perché non si era mai oscurato il suo vigore morale.

Ed è questa la lezione prima che egli lascia anche a noi, che ne serbiamo cara ed affettuosa l’immagine nella memoria del cuore; che egli lascia ai lavoratori: il socialismo vince se la sua spina dorsale è data dalle verità superiori ed umane delle quali deve esser portatore.

Articoli da «Rassegna Sindacale» nel trigesimo della morte di Di Vittorio_ Luigi Allegato

Per avere una idea della vita di Giuseppe Di Vittorio, quale bracciante pugliese e della sua opera di difensore dei braccianti nei primi anni della sua attività sindacale e politica, occorre riportarsi alle condizioni di vita dei lavoratori giornalieri delle campagne di Puglia all’inizio di questo secolo.
L’agricoltura pugliese fin dagli ultimi decenni del 1800 aveva raggiunto un certo grado di sviluppo con la diffusione della coltura della vite, che si era estesa man mano dalla Puglia meridionale a quella settentrionale raggiungendo i bordi del vasto Tavoliere della Capitanata. Ccrignola divenne un centro vitivinicolo di grande importanza: migliaia di ettari di terra del suo esteso agro venivano coltivati a vigneto e la conduzione era quella di tipo diretto, padronale. In conseguenza a Cerignola, come in molti altri centri pugliesi, viveva e si agitava un bracciantato foltissimo: misero ed illetterato. Era semplicemente penosa la vita dei braccianti e delle loro famiglie all’epoca in cui Di Vittorio, a sette anni e mezzo, dovette lasciare la scuola per diventare anch’egli bracciante. Il bracciante non aveva alcuna sicurezza dell’immediato domani: a sera si presentava nella piazza del paese per attendere che un padrone, o l’incaricato del padrone, giungesse per assumerlo. Quando si aveva la fortuna di venire assunti il lavoro non durava più di qualche giorno e spesso un giorno solo. Alla “piazza” la contrattazione del salario era “libera”: il padrone proponeva un prezzo per la giornata lavorativa ed il bracciante rispondeva con un altro prezzo, dipendeva dalla urgenza del lavoro e dalla quantità di lavoratori sul mercato se la contrattazione avvantaggiava l’una o l’altra parte.
Di solito la manodopera disoccupata era sovrabbondante e, persino nel maggio, quando i lavori nel vigneto sono pressanti, o in giugno, alla mietitura, il padrone finiva coll’aver ragione, poiché, anche in quei mesi di lavoro agricolo intenso, il padronato chiamava, a Cerignola frotte di braccianti “forestieri” per impedire che i salari migliorassero. La paga giornaliera di un bracciante pugliese non superava la media di 4 “carlini” (una lira e settanta centesimi). La robustezza fisica ed una certa specializzazione consentiva a pochi lavoratori di effettuare al massimo 150 o 200 giornate lavorative annue. Assegni familiari, assistenze, previdenze son cose venute dopo; allora erano assolutamente sconosciute.
Da questo rapido quadro si può avere una idea del tenore di vita dei braccianti agli inizi del secolo in Puglia ed a Cerignola. Di Vittorio era nato in una famiglia di braccianti; suo padre - ottimo lavoratore - era divenuto “curatolo”, una specie di bracciante specializzato e di fiducia, in una azienda seminativo-pastorale. Peppino ebbe
la sventura di perdere il genitore quando frequentava appena la seconda classe elementare. All’indomani della morte del padre, in casa sua non c’era un pezzo di pane; e il ragazzo dovette darsi al lavoro per aiutare
la famiglia composta da lui stesso, dalla madre e da una sorella. Se difficile era la vita del bracciante adulto, ancora peggiore era la condizione dei ragazzi adibiti ai lavori della masseria; per soli pochi centesimi di lira al giorno, si riducevano a condizione di schiavi bambini che avrebbero avuto ancora bisogno delle affettuose cure della madre. I ragazzi venivano sfruttati e maltrattati anche più degli uomini e, non di rado, bastonati da padroni e “curatoli” disumani, per costringerli a lavorare di più. Eseguivano lavori estenuanti dal primo mattino sin dopo il tramonto per mangiare a sera una scodella “d’acquasale” mal condita e dormire per terra, vestiti, su un sacco pieno di paglia a poca distanza dalle code dei cavalli. Peppino, ha fatto questa vita.
Molti si sono domandati come mai Di Vittorio, dopo le mille vicissitudini della sua vita, non avesse dimenticato di essere stato un bracciante pugliese. Si potrà dimenticare di aver esercitato una qualsiasi attività nella propria vita, ma non si potrebbe dimenticare mai di avere vissuto da bracciante pugliese ai primi del secolo. A Di Vittorio la vita di bracciante non rimase solo impressa nella memoria, insieme a tanti altri ricordi di tante altre esperienze; se il nostro Peppino per tutta la sua vita è stato così profondamente ricco di umanità, v’è da essere sicuri che tanto si deve al contatto diretto che egli ebbe colle sofferenze di questi lavoratori negli anni della sua prima giovinezza. Di Vittorio non era però di quelli che soffrono e tacciono. Di Vittorio capì giovanissimo che i lavoratori potevano liberarsi dallo stato di abbrutimento in cui erano costretti. In quel tempo, il movimento socialista nelle Puglie si andava affermando; in molte località - ad opera di elementi della piccola borghesia e dei lavoratori più progrediti - si costituivano le sezioni socialiste; nei centri bracciantili più importanti della regione si formavano le prime “Leghe Contadine” o “Leghe di Resistenza” ove i braccianti, pur attraverso le molteplici difficoltà che padroni e governanti ponevano, andavano ad iscriversi. I tempi erano duri. Giovanni Giolitti, ministro agli Interni e Presidente del Consiglio, mentre nel Nord del Paese praticava una politica che, in un certo senso, favoriva lo sviluppo delle organizzazioni operaie, nel Sud dava ordini ai prefetti di impedire con ogni mezzo il rafforzamento delle organizzazioni. Gli agrari poi delle “Leghe” non volevano neppure sentir parlare. Essi rifiutavano di aver contatti con i dirigenti della Lega non ammettendo per principio che “i cafoni” potessero trovarsi con loro, attorno ad uno stesso tavolo per trattare.
A Cerignola nel maggio del 1905 vi fu il primo sciopero bracciantile in certo qual modo organizzato. All’epoca gli scioperi dei braccianti pugliesi non potevano avere esito positivo se non si formavano picchetti di scioperanti che impedivano l’azione di crumiraggio operato specie dai “forestieri” o da elementi provocatori del luogo, comprati dal padrone. Lo sciopero procedeva compatto e con una certa compostezza, ma vi fu l’intervento della forza pubblica. Nel pomeriggio, senza che vi fosse stato un qualunque incidente di rilievo, la polizia e i soldati fecero fuoco sugli scioperanti. Molti lavoratori caddero morti sul selciato, altri vennero feriti. Di Vittorio, tredicenne, aveva partecipato a quel primo suo sciopero col massimo entusiasmo. Si trovò sul luogo dell’eccidio e per un puro caso non venne colpito. Vide attorno a sé tanti caduti e fra loro il suo più caro amico.
L’eccidio del 1905 influì non poco sull’animo del piccolo Di Vittorio. Da quel giorno Peppino prese a frequentare i locali della Lega. Qui prese i primi contatti con i problemi del lavoro. Era un ragazzo studioso ed appena aveva avuto una possibilità non mancò di acquistarsi qualche libro da leggere durante la mezz’ora di sosta, per il pasto, durante il lavoro nella masseria. Lì, alla Lega, trovava qualche cosa di più, trovava l’opuscolo di propaganda socialista, trovava il giornale che difendeva gli interessi della sua categoria. Veniva pubblicato in quel tempo un giornalino da un centesimo la copia “Il Seme” ed egli ne diventò il più assiduo lettore; il miglior commentatore del buonsenso di “Salinzucca” o delle scempiaggini di “Masticabrodo”. Il giovanissimo bracciante si distinse tanto dagli altri che nell’anniversario dell’eccidio gli venne affidato il compito di commemorare il ragazzo, suo amico, caduto. Un anno dopo, nel 1907, nasce la Federazione Nazionale Giovanile Socialista, ed a Cerignola Di Vittorio costituisce il Circolo Giovanile. Il Circolo di Cerignola ebbe uno sviluppo diverso dagli altri sorti nei diversi centri pugliesi.
Il Circolo Giovanile di Cerignola divenne ben presto il centro politico e sindacale della cittadina. Non vi fu a Cerignola lotta operaia che non avesse alla direzione effettiva, il Circolo Giovanile diretto da Di Vittorio. Peppino, sin dall’anno prima, per frequentare la Lega non potette più recarsi al lavoro nelle masserie ove il bracciante non dispone di alcuna giornata libera; non era possibile del resto raggiungere il paese dopo la giornata di lavoro in masseria: si smetteva di lavorare molto tardi e bisognava essere sul luogo di lavoro di buon mattino; la strada era lunga e mancavano mezzi di locomozione. Per queste ragioni Di Vittorio lavorava nelle vigne o negli uliveti donde poteva rientrare in paese tutte le sere; v’era però l’inconveniente di non “trovare” sempre la giornata di lavoro e rimanere per alcuni giorni disoccupato; v’era il continuo rischio di far mancare il pane in casa. In compenso lavorando nelle vigne, ora in un luogo ora in un altro, si aveva la possibilità di aver contatto con più braccianti e svolgere opera di propaganda.
La madre di Peppino era una santa donna. Sebbene inesperta ed analfabeta aveva compreso che il suo figliolo aveva qualità non comuni; ma, di fronte al più elementare dei bisogni qualche volta sarà stata costretta a richiamare Peppino alla necessità della famiglia per certe spese che il figlio faceva nell’acquisto del giornaletto o di qualche libro, spese che poteva ritenere superflue, o per la perdita di qualche giornata di lavoro che Di Vittorio utilizzava per le necessità della organizzazione. Di Vittorio doveva sapersi ben destreggiare: da una parte la famigliuola da mantenere, dall’altra i compiti di direzione di una organizzazione che contava già su alcune centinaia di iscritti e che di giorno in giorno aumentava le sue attività. Oltre ad essere stato, sin dalla adolescenza, un ottimo organizzatore, Di Vittorio fu soprattutto un educatore per i suoi compagni di lavoro.
In quell’epoca che stiamo ricordando si era diffusa in molti centri pugliesi la “malavita”. Molti giovani braccianti e di altre categorie lavoratrici vi si erano affiliati. Per taluni di loro l’appartenere alla “malavita” era in primo luogo la maniera di esprimere la propria ribellione contro lo stato di cose esistenti nel paese. Ma, nella sostanza, “l’associazione” serviva i partiti borghesi e, più in generale, gli agrari, che pagavano i suoi capi per avere a disposizione i “crumiri” ed i “mazzieri”.
Cerignola era allora uno dei centri in cui questa cancrena sociale aveva avuto maggior diffusione. Di Vittorio comprese subito il danno che tale piaga arrecava ai lavoratori ed alla società e la combatte con efficacia tra i suoi coetanei ed anche tra i più avanzati in età. Prima di Di Vittorio, al suo paese ed in altri comuni pugliesi v’erano stati scomposti e pericolosi movimenti di lavoratori: masse di braccianti disoccupati, nella stragrande maggioranza analfabeti, spinti dalla fame si agitavano senza un obiettivo preciso, senza alcun orientamento, senza guida, ora contro questi, or contro l’altro e chi venivano solitamente presi di mira erano i “forestieri” o il comune. Le agitazioni finivano di solito coll’intervento della forza pubblica, con eccidi di lavoratori: poi, venivano gli arresti e le condanne a chi aveva compiuto atti di gran lunga meno riprovevoli di quello commesso da chi aveva ordinato di sparare contro la povera gente. Di Vittorio si assunse il compito di educare alla disciplina queste masse, di formare una organizzazione e mantenerla in vita: e vi riuscì, svolgendo questo lavoro di educazione, di formazione e di organizzazione tra i suoi compagni, durante la giornata lavorativa. Il problema dei “forestieri” era molto serio. Dalle provincie più meridionali delle Puglie giungevano nel Tavoliere migliaia e migliaia di braccianti ancor più miseri di quelli del posto. Arrivavano al tempo in cui vi era un po’ di lavoro e quando si poteva chiedere la maggiorazione di una decina di centesimi sul salario della giornata lavorativa. I “forestieri” per non rimanere disoccupati si offrivano a prezzo più basso dei lavoratori locali: di qui le zuffe tra lavoratori, a colpi di coltello e di roncola, con conseguenze troppe volte letali. Occorreva convincere i compagni di lavoro di Cerignola che anche quelli che giungevano dagli altri comuni erano poveri lavoratori, i quali non trovavano lavoro nel proprio comune e si avventuravano in altri paesi per procacciare un tozzo di pane per le proprie famiglie. I “forestieri” erano anch’essi vittime dello stesso sistema politico-sociale ed il mezzo per risolvere la contesa vi era. Questo mezzo era la organizzazione degli uni e degli altri nei propri paesi di residenza; queste organizzazioni avrebbero potuto disciplinare il lavoro, imponendo ai padroni una coltivazione più razionale della terra.
A quest’opera educativa nessuno poteva riuscire meglio di Di Vittorio, il quale seppur giovanissimo veniva da tutti ascoltato, seguito, rispettato. Dopo l’imponente sciopero del 1907, che da Cerignola si propagò ad altri comuni vicini e che si concluse col pieno successo dei lavoratori, il nome di Di Vittorio valicava i confini del suo paese natale. Peppino non poteva più continuare nel suo mestiere di bracciante; la sua presenza in paese era diventata una necessità nell’interesse dei lavoratori. Il suo Circolo Socialista era divenuto tutt’uno colla “Lega dei contadini”, e l’organizzazione dei braccianti di Cerignola contava ormai migliaia e migliaia di aderenti: quel piccolo centro agricolo divenne il perno di tutto il movimento bracciantile pugliese.
Che cosa rappresenta dunque Di Vittorio per il bracciante di Cerignola, per quelli della sua Puglia, per quelli dell’Italia intiera? Per essi Di Vittorio è stato uno di loro: nato in uno dei tuguri da loro abitati, ha sofferto, come loro, la fame e l’ingiustizia, e poi li ha educati, organizzati, diretti nella lotta per migliorare le proprie condizioni di vita. I braccianti pugliesi sono fieri di aver espresso un uomo come Giuseppe Di Vittorio. Dire che essi sono addolorati per la sua perdita è dire ben poco. Ma i suoi ricordi ed i suoi insegnamenti non si cancelleranno mai dalla loro memoria.

Articoli da «Rassegna Sindacale» nel trigesimo della morte di Di Vittorio_ Louis Saillant

Nel novembre 1952, a Napoli, durante il III Congresso della CGIL, Di Vittorio ed io fraternizzavamo, così come era divenuta consuetudine tra noi sin dal 1945, quando ci conoscemmo. A questa parola: fraternità, noi ci si industriava di dare, in ogni nostro incontro, un senso vivo e corposo. Spirito di fraternità ponevamo nel lavoro che facevamo insieme; di fraternità erano colmi quei momenti di pausa nei quali lui - l’italiano - ed io - il francese - provavamo l’uno su l’altro e l’uno con l’altro la saldezza dei legami che stringono quella che noi siamo usi chiamare la grande famiglia dei lavoratori di tutto il mondo. A Napoli, dunque, cinque anni or sono, una delegazione di lavoratori napoletani, donò un magnifico ritratto - un quadro ad olio - del nostro indimenticabile compagno. - Tu, compagno Presidente, vieni appena due o tre volte l’anno nel mio ufficio della FSM, - dissi a Di Vittorio mentre ne ammiravo il ritratto - Non è bene, da parte tua…
Di Vittorio aveva immediatamente capito che io desideravo avere quel quadro che egli aveva nelle mani: rideva; e quel suo ridere gli illuminava il viso di un’espressione buona, fraterna. - Compagno segretario generale, non sarò mai detto che io abbia voluto privarti della mia presenza, qui, al tuo fianco - mi disse con aria gioiosa. E mi consegnò quel piccolo capolavoro, che oggi ha acquistato ai miei occhi un inestimabile valore.
Nei giorni che seguirono il III congresso della CGIL, quel ritratto di Di Vittorio fu collocato nel mio ufficio di Vienna. Il 6 febbraio, la polizia austriaca, come sappiamo, occupò i locali della FSM per estrometterci: così avevano deciso le forze reazionarie internazionali. Il comandante del reparto di polizia (che forse aveva imparato il suo cattivo francese durante l’occupazione nazista della Francia tra il 1940 e il 1944) mi fece comprendere che dovevo abbandonare tutti gli oggetti che si trovavano nella mia stanza di lavoro. - Che cosa fate? - mi domandò appena vide che staccavo dalla parete il ritratto di Di Vittorio. - Dato che parto io, il Presidente della FSM parte con me - gli feci ironicamente. - Questo è il ritratto del Presidente della FSM? - mi chiese lui con aria tra stupita e incredula. - E’ ben più che questo, caro signore. E’ il ritratto di un vero uomo. Queste furono le parole con cui lo lasciai, fissandolo con aria grave, per fargli comprendere l’abisso di differenza che vi era tra ciò che rappresentava lui e ciò che rappresentiamo noi. Il poliziotto girò la testa e guardò altrove, senza fierezza né arroganza: e, forse, con un po’ di vergogna.

Ho voluto raccontarvi questi ricordi, compagni che mi leggete, per due motivi, che si collegano agli insegnamenti che ci offre la vita, entusiasmante, di Giuseppe Di Vittorio, combattente proletario.
La prima ragione è che la frase che così spesso Di Vittorio pronunciava nei suoi discorsi: “La nostra causa è giusta!” è pregna di una significazione intensa. Non si tratta di un semplice volo oratorio: essa dice che la giustizia sta dalla nostra parte, che è presente in ogni attimo del nostro combattimento. E’ una frase che bisogna saper dire. Occorre, cioè, esser capaci di far trionfare l’idea che la giustizia, la semplice giustizia umana, la grande giustizia morale e sociale, sono valori di cui gli avversari della classe operaia non possono servirsi. Quando Di Vittorio proclamava: “La nostra causa è giusta!“, era un uomo, un uomo vero che gettava in viso agli sfruttatori del popolo una sfida, con la quale annunciava la loro inevitabile disfatta e la nostra immancabile vittoria.
La seconda ragione che mi ha fatto rievocare questi ricordi, è l’ammaestramento che da essi viene: vivere militando al servizio della classe operaia e di tutto il popolo è la vera scuola dove l’uomo attinge le vere forze capaci di fare di lui un vero uomo. Tale, mi pare, il maggiore insegnamento che scaturisce dalla vita di Giuseppe Di Vittorio. Un uomo, vero, vivo, a servizio di una causa giusta: ecco chi è stato colui con il quale, durante gli ultimi dodici anni, ho condiviso responsabilità grandiose in seno alla Federazione Sindacale Mondiale, quegli che tutti noi rimpiangiamo, compagni italiani. Che ognuno di noi - al proprio posto, quale che sia, nelle file del movimento operaio internazionale - abbia il desiderio ardente di perpetuare il ricordo di lui portando avanti la missione storica alla quale egli si è dato interamente, anima e corpo. Così Giuseppe Di Vittorio sarà sempre con noi, in mezzo a noi.

Articoli da «Rassegna Sindacale» nel trigesimo della morte di Di Vittorio_ Giovanni Leone

I sessantacinque anni di vita di Giuseppe Di Vittorio - stroncato il 3 novembre a Lecco da un secondo, mortale infarto cardiaco - si identificano con la dura lotta, dalle alterne vicende, delle classi operaie italiane. Perciò commemorando lui si rievoca una pagina, e tra le più significative e intense, della democrazia italiana, che, per conquistare sempre più solidità e stabilità, dev’essere non solo uno schema di precetti giuridici ma anche complesso di conquiste sociali. Se Di Vittorio puntò prevalentemente sul secondo aspetto, era chiaro che al fondo della sua concezione restava sempre viva la fedeltà all’indefettibile aspetto della democrazia politica; come, tra le tante manifestazioni del suo personalissimo temperamento, stanno a dimostrare la sua ansiosa aspirazione alla ricomposizione della unità sindacale e la sua tendenza a portare le rivendicazioni dei lavoratori da lui rappresentati su un piano sul quale, anche in via contingente, esse potessero coincidere con le analoghe aspirazioni dei lavoratori aderenti ad altre correnti sindacali.
Per questo, in naturale, spontanea e significativa convergenza, il suo nome è stato ricollegato alle memorie di Bruno Buozzi e di Achille Grandi, anch’essi caduti nella trincea ideale: il primo barbaramente trucidato dalla ferocia nazista, il secondo teso alla realizzazione delle aspirazioni operaie fino all’ultima estrema energia del suo corpo, dissoluto da un male atroce.
Il sentire che i tre nomi, legati alla storia del movimento sindacale italiano dell’ultimo cinquantennio, siano rimasti uniti nel rimpianto e nel ricordo della comune, nobilissima battaglia è certamente il momento del più alto compiacimento per lo spirito di Giuseppe Di Vittorio. L’autentica provenienza dalle classi lavoratrici - e dallo strato più umile e diseredato di esse (ricordiamo il contadino orfano e povero, strappato alle pur elementari prime nozioni della cultura: distacco dalla scuola che, come rivelerà più tardi, fu una grande amarezza, la quale, lungi dal lievitare acida ritorsione contro la cultura e gli studi, alimenterà per tutta la vita la sua sete di conoscere e di progredire nel campo della cultura) - conferiva alla sua personalità una impronta di così aperta schiettezza, di così vivo calore umano da delineare uno stampo che non sarà facile imitare o riprodurre. Anche nei momenti più acuti della lotta politica, nelle piazze come in Parlamento, la potenza dei sentimenti o l’impeto delle impostazioni politiche, nel toccare il vertice, si scioglievano in un atteggiamento umano che si poteva registrare nello stesso tono della voce e soprattutto nella larga, sorridente apertura del volto e nella invocazione commossa ad una giustizia che egli voleva promanasse non tanto dalla violenza quanto dalle sotterranee radici dello sviluppo della società.
E - per ricordare soprattutto il parlamentare, qui in quest’aula - quante volte (e furono tante!) si alzò a parlare, anche nei momenti più drammatici egli seppe contenere l’impeto della sua convinzione in un rispetto costante - costante perché profondamente sentito - per il prestigio del Parlamento e per l’autorità del Presidente. Di questo aspetto della sua personalità soprattutto occorre che il Presidente renda con riconoscenza testimonianza alla sua memoria; perché, quando la convivenza in questa Assemblea di opposte correnti politiche è garantita dalla libertà di tutti di esprimere il proprio pensiero e dal rispetto a chi è chiamato a dirigere i lavori, allora il Parlamento si presenta come l’autentico strumento di ogni progresso civile e sociale.
Egli, anche per questo aspetto, va segnalato a noi tutti perché ne possiamo continuare la tradizione, ed ai più accesi o incontinenti perché possano correggersi, come un modello di grande coscienza dell’insostituibile funzione del nostro istituto. La sua stessa oratoria, nella quale - e basterà confrontare i suoi primi esperimenti di eloquenza parlamentare con i discorsi delle due successive legislature - seppe, in forza del suo forte ingegno e della sua prodigiosa capacità di perfezionamento, raggiungere una maturità piena, resta come una testimonianza del suo attaccamento all’istituto parlamentare; perché egli, nella documentazione dettagliata talora fino al parossismo, nella lunga estensione del discorso, nell’appello alla convergenza rivolto ad altre correnti, ubbidiva ad un fine: quello di convincere, e comunque di testimoniare la buona fede della sua ispirazione.
Il suo nome resterà legato alla storia delle rivendicazioni delle masse operaie e resterà legato alla storia della nostra Assemblea. E poiché la vita di un uomo dedicata interamente alla lotta per un ideale - e nell’ultimo anno la sua vita fu un quasi consapevole olocausto alla causa - sarà sempre motivo di esaltazione per i compagni di fede e di rispetto per gli avversari, noi possiamo, nell’universale rimpianto, comporre la sua memoria nel sacrario dei più alti valori morali del nostro paese.

Discorso pronunciato alla Camera dei deputati nella seduta del 12 novembre 1957 

venerdì 27 ottobre 2017

La CGIL nel novecento - newsletter ottobre 2017

All’indomani dell’emanazione delle leggi razziali fasciste del 1938, Giuseppe Di Vittorio eleva alto e forte il suo grido di sdegno. Il primo articolo da «La Voce degli Italiani» del 7 settembre 1938



  

26 ottobre 1970: si inaugura la prima riunione dei Consigli generali di CGIL, CISL, UIL - la cosiddetta “Firenze 1” - in cui si discute delle prospettive dell’unità sindacale organica: il verbale




GLI SPECIALI






LE MOSTRE

La mostra Bruno Trentin, dieci anni dopo  è stata ospitata a Cagliari (6-7 ottobre) e Roma (19, 25 ottobre)


Passato, presente o futuro? L’ultimo discorso di Bruno Trentin è stato il titolo dell’incontro organizzato dalla CGIL nazionale e dal NIdiL CGIL, tenutosi in Corso Italia 25 il 19 ottobre.
Ecco i podcast degli interventi su RadioArticolo1:




Commosso condivido la tua posizione




di Ilaria Romeo
responsabile Archivio storico CGIL nazionale




Il 23 ottobre del 1956 circa 200 mila studenti e operai scendono per le strade di Budapest sfilando in solidarietà con i lavoratori polacchi di Poznan.

La notte stessa il governo presieduto dagli stalinisti Gerö e Hegedüs viene sciolto, ma la formazione del nuovo governo Nagy non impedisce il divampare della rivolta nella capitale e nel resto del Paese. 

Il 27 ottobre, di fronte alla decisione dei sovietici di intervenire militarmente in Ungheria, la Segreteria della Cgil assume una posizione di radicale condanna dell’invasione. Il giorno seguente Giuseppe Di Vittorio riceve la solidarietà di, tra gli altri, lo scrittore (già partigiano) Italo Calvino. “Commosso condivido tua posizione - recita il telegramma - indispensabile per salvare nostro Partito et causa socialismo”.

All’VIII Congresso del Partito (quello comunista in cui militano tanto Di Vittorio che Calvino) tenutosi a Roma dall’8 al 14 dicembre 1956, il delegato di Cuneo Antonio Giolitti denuncia l’impossibilità di continuare a definire legittimo, democratico e socialista ‘un governo come quello contro cui è insorto il popolo di Budapest’, definendo ingiustificabile l’intervento sovietico ‘in base ai principi del socialismo’.  Sul finire di luglio Giolitti, date le reazioni del Pci alle sue affermazioni, sente che i margini di discussione all’interno del Partito sono diventati troppo ristretti e spedisce la sua lettera di dimissioni, pregando che sia pubblicata entro il 24 luglio.

Esattamente una settimana più tardi la stessa «Unità» pubblica la lettera di dimissioni di Italo Calvino, una lettera che l’autore medesimo definirà ‘d’amore’:

“Cari compagni - scrive nella prosa scorrevole ed incisiva che contraddistingue le sue opere Calvino - devo comunicarvi la mia decisione ponderata e dolorosa di dimettermi dal Partito. Ho rinnovato la tessera del ’57 manifestando dissenso; questo dissenso non si è affatto attenuato col passare dei mesi, tanto che mi sono astenuto da ogni attività di Partito e dalla collaborazione alla sua stampa, perché ogni mio atto politico non avrebbe potuto non portare traccia del mio dissenso, e cioè costituire una nuova infrazione disciplinare dopo quelle già rimproveratemi. Insieme a molti compagni, avevo auspicato che il Partito comunista italiano si mettesse alla testa del rinnovamento internazionale del comunismo, condannando metodi di esercizio del potere rivelatisi fallimentari e antipopolari, dando slancio all’iniziativa dal basso in tutti i campi, gettando le basi per una nuova unità di tutti i lavoratori, e in questo fervore creativo ritrovasse il vigore rivoluzionario e il mordente sulle masse. Sono stato tra chi sosteneva che solo uno slancio morale impetuoso e univoco potesse fare del 1956 veramente l’anno del «rinnovamento e rafforzamento» del Partito, in un momento in cui dalle più diverse parti del mondo comunista ci venivano appelli al coraggio e alla chiarezza. Invece la via seguita dal Pci, nella preparazione e in seguito all’VIII Congresso, attenuando i propositi rinnovatori in un sostanziale conservatorismo, ponendo l’accento sulla lotta contro i cosiddetti «revisionisti» anziché su quella contro i dogmatici, m’è apparsa (soprattutto da parte dei nostri dirigenti più giovani e nei quali riponevamo più speranze) come la rinuncia ad una grande occasione storica. In seguito ho sperato che il tradizionale centrismo della nostra Segreteria garantisse il diritto di cittadinanza nel Partito alle posizioni dei rinnovatori, come lo garantiva di fatto ai più radicali dogmatici. La linea seguita in questi mesi fino all’ultima riunione del Comitato centrale (particolarmente grave perché il momento poteva essere nuovamente propizio a un passo avanti, e nulla si è mosso) e la drastica e sprezzante stroncatura del lavoro di ricerca di Antonio Giolitti (cui mi lega una profonda stima e una fraterna solidarietà) mi hanno tolto ogni residua speranza di poter svolgere una funzione utile pur ai margini del Partito. Ho fiducia nel movimento storico che porterà il socialismo, da una forma d’organizzazione accentrata e autoritaria, a forme di democrazia diretta e di partecipazione funzionale della classe lavoratrice e degli intellettuali alla direzione politica ed economica della società. È su questa via che il movimento comunista mondiale è spinto a risolvere i suoi problemi, con o senza soluzioni di continuità a seconda delle capacità di rinnovamento dei partiti comunisti dei vari paesi. È in questo senso che intendo continuare a volgere i miei orientamenti politici. Le passioni del nostro dibattito interno e le prospettive dell’avvenire non m’hanno fatto dimenticare la gravità dell’attuale situazione politica italiana. La mia decisione di abbandonare la qualifica di membro del Partito è maturata soltanto quando ho compreso che il mio dissenso col Partito era divenuto un ostacolo ad ogni mia partecipazione politica. Come scrittore indipendente potrò in determinate circostanze prendere posizione al vostro fianco senza riserve interiori, come potrò lealmente (e sempre conscio dei limiti d’un punto di vista individuale) rivolgervi delle critiche ed entrare in discussione. So benissimo che l’«indipendenza» è termine che può essere illusorio ed equivoco, e che le lotte politiche immediate sono decise dalla forza organizzativa delle masse e non dalle sole idee degli intellettuali; non intendo affatto abbandonare la mia posizione d’intellettuale militante, né rinnegare nulla del mio passato. Ma credo che nel momento presente quel particolare tipo di partecipazione alla vita democratica che può dare uno scrittore e un uomo d’opinione non direttamente impegnato nell’attività politica, sia più efficace fuori dal Partito che dentro. Sono consapevole di quanto il Partito ha contato nella mia vita: vi sono entrato a vent’anni, nel cuore della lotta armata di liberazione; ho vissuto come comunista gran parte della mia formazione culturale e letteraria; sono diventato scrittore sulle colonne della stampa di Partito; ho avuto modo di conoscere la vita del Partito a tutti i livelli, dalla base al vertice, sia pure con una partecipazione discontinua e talora con riserve e polemiche, ma sempre traendone preziose esperienze morali e umane; ho vissuto sempre (e non solo dal XX Congresso) la pena di chi soffre gli errori del proprio campo, ma avendo costantemente fiducia nella storia; non ho mai creduto (neanche nel primo zelo del neofita) che la letteratura fosse quella triste cosa che molti nel Partito predicavano, e proprio la povertà della letteratura ufficiale del comunismo m’è stata di sprone a cercar di dare al mio lavoro di scrittore il segno della felicità creativa; credo d’esser sempre riuscito ad essere, dentro il Partito, un uomo libero. Che questo mio atteggiamento non subirà mutamenti fuori dal Partito, può esser garantito dai compagni che meglio mi conoscono, e sanno quanto io tenga a esser fedele a me stesso, e privo di animosità e di rancori. Vorrei che, considerata la ponderatezza di queste mie dimissioni, mi si evitassero i colloqui previsti dallo Statuto, che non farebbero che incrinare la serenità di questo commiato. Vi chiedo di pubblicare questa lettera su «l’Unità» perché il mio atteggiamento sia chiaro ai compagni, agli amici, agli avversari. Vorrei rivolgere un saluto ai compagni che nei loro settori di lavoro lottano per affermare giusti principi, e anche a quelli più lontani dalle mie posizioni che rispetto come combattenti anziani e valorosi e al cui rispetto, nonostante le opinioni diverse, tengo immensamente; e a tutti i compagni lavoratori, alla parte migliore del popolo italiano, dei quali continuerò a considerarmi il compagno”.

Ancora nel 1979 Calvino sente la necessità di fare i conti con il proprio passato: “Io sono uno di quelli che hanno lasciato il Partito comunista nel 1956-57 perché non si destalinizzava abbastanza in fretta - racconterà nel mese di dicembre a «Repubblica» - Ma cosa dicevo quando Stalin era vivo e lo stalinismo era accettato senza discussione all’interno dei partiti comunisti? Ero o non ero stalinista anch’io? Il pathos rivoluzionario, l’Ottobre rosso, Lenin, sono stati per me sempre fantasmi lontani, fatti successi una volta, irrevocabili quanto irripetibili. Ero entrato nella problematica del comunismo al tempo di Stalin ma per motivi di storia italiana, e dovevo fare un continuo sforzo per fare entrare nel mio quadro l’Unione sovietica. Delle democrazie occidentali m’ero fatto abbastanza presto l’idea d’un passaggio quanto mai sforzato e artificiale e imposto dal di fuori e dall’alto. Per l’Urss pensavo che fosse diverso, che il comunismo, passati gli anni delle prove più dure, fosse diventato una specie di stato naturale, avesse raggiunto una spontaneità, una serenità, una matura saggezza. Proiettavo sulla realtà la semplificazione rudimentale della mia concezione politica, per la quale lo scopo finale era di ritrovare, dopo aver attraversato tutte le storture e le ingiustizie e i massacri, un equilibrio naturale al di là della storia, al di là della lotta di classe, al di là dell’ideologia, al di là del socialismo e del comunismo. Per questo nel Diario di un viaggio in Urss, che pubblicai nel ’52 su «l’Unità», annotavo quasi esclusivamente osservazioni minime di vita quotidiana, aspetti rasserenanti, tranquillizzanti, atemporali, apolitici. Questo modo non monumentale di presentare l’Urss mi pareva il meno conformista. Invece la mia vera colpa di stalinismo è stata proprio questa: per difendermi da una realtà che non conoscevo, ma in qualche modo presentivo e a cui non volevo dare un nome, collaboravo col mio linguaggio non ufficiale che all’ipocrisia ufficiale presentava come sereno e sorridente ciò che era dramma e tensione e strazio. Lo stalinismo era anche una maschera melliflua e bonaria che nascondeva la tragedia storica in atto. I rombi di tuono del ‘56 dissolsero tutte le maschere e gli schermi”.


lunedì 23 ottobre 2017

Andavano col treno giù nel meridione per fare una grande manifestazione




di Ilaria Romeo
responsabile Archivio storico CGIL nazionale





Il 22 ottobre del 1972 cinquantamila lavoratori arrivano a Reggio Calabria, per la rinascita della città e del Sud e contro i boia chi molla di Ciccio Franco.
La manifestazione - fortemente voluta da Bruno Trentin, con Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto (a organizzare la manifestazione sono Fim, Fiom e Uilm, i sindacati degli edili e la Federbraccianti Cgil ) - preceduta da una Conferenza sul Mezzogiorno e da assemblee nei quartieri di Sbarre e Santa Caterina si svolge in un clima a dir poco faticoso.

Scriverà esattamente una settimana più tardi Rinaldo Scheda su «Rassegna Sindacale»: “Il trascorrere delle giornate dopo gli avvenimenti di Reggio Calabria - i due giorni di dibattito alla Conferenza e la grande manifestazione di massa - può attenuare o riassorbire le emozioni date dalla prova di maturità e di capacità politica unitaria fornita dalle organizzazioni di categoria promotrici, o dal grande contributo dei quadri e delle strutture della Cgil per assicurare il successo più pieno a quelle iniziative; e, soprattutto, dalla dimostrazione di consapevolezza, di fermezza e di ardente partecipazione recata da decine di migliaia di lavoratori convenuti in Calabria da tutte le località del Sud e dalle regioni dell’Italia centrale e settentrionale. Ma il trascorrere dei giorni vede anche un accrescersi del rilievo politico di quegli avvenimenti, mentre diventa più chiara la convinzione in tutti che essi sono destinati ad avere in avvenire, per un periodo non breve, una incidenza notevole sulla condotta delle forze fondamentali del movimento sindacale italiano e sul comportamento della classe lavoratrice italiana verso il Mezzogiorno. La grande riuscita dello sciopero nazionale di protesta del 24 ottobre contro le provocazioni fasciste e per il Mezzogiorno da un’idea di ciò che gli avvenimenti di Reggio hanno messo in moto. La scelta di Reggio Calabria ha creato indubbia mente qualche problema per garantire la difesa dei contenuti veri e degli scopi che le organizzazioni promotrici avevano indicato. A Reggio vivono molti cittadini delusi, esasperati per la grave condizione sociale ed economica della loro città. L’ambigua vicenda del capoluogo della Regione li aveva trascinati, in parte, ad essere una sorta di massa di manovra della demagogia e del teppismo di alcuni esponenti fascisti. Reggio come sede della Conferenza, se rappresentava da un lato una scelta generosa per tentare di recuperare quell’area di popolazione all’idea di portare avanti una lotta unitaria e nazionale per il Mezzogiorno, per l’occupazione e per le riforme, esponeva pur sempre i promotori a subire il tentativo dei fascisti di deviare il corso della iniziativa stessa per trasformarla in uno scontro tra i «fortunati» lavoratori settentrionali e la povera gente di Reggio Calabria, tra «rossi» e «patrioti». Il rischio c’era, ed è stato giusto valutarlo in tutta la sua dimensione. Oggi, ad iniziativa realizzata, siamo in grado di fare un primo bilancio. Si tratta di un bilancio assolutamente positivo, perché, se è vero che il tentativo di spostare l’asse e le finalità delle due iniziative è stato messo in atto dalla teppaglia e dalle organizzazioni fasciste, è risultato però nel contempo, in modo assolutamente incontestabile, l’isolamento di queste non solo nel Paese, ma nella stessa città che pochi mesi fa, il 7 maggio scorso, aveva dato al Msi il 38 per cento dei voti! La rabbiosa reazione fascista, i criminali tentativi di bloccare i treni dei lavoratori con il tritolo e le sporadiche provocazioni teppiste a Reggio Calabria e a Messina, sono stati i gesti disperati di una forza battuta politicamente non solo nel Paese, ma proprio nella città che aveva elevato al ruolo di sua roccaforte. Ma, a questo punto, il discorso diventa estremamente serio. Fallita clamorosamente, a Reggio e in tutto il Mezzogiorno, la politica dei governi che si sono succeduti alla direzione del Paese; e ora, la crisi, lo smascheramento della demagogia dei fascisti e l’emergere del loro vero volto teppistico e provocatorio agli occhi di quella stessa popolazione che aveva espresso la propria legittima protesta in una direzione sbagliata; di fronte a questi processi, gli impegni di lotta per il Mezzogiorno assunti dai sindacati a Reggio Calabria si trasformano non soltanto in una assunzione di responsabilità di grande portata, ma diventano impegni la cui consistenza e la loro capacità di incidenza deve essere verificata subito, e non proiettata, viceversa, in un futuro indefinito; perché si deve sapere che la concretezza o meno degli impegni assunti dalle forze sindacali convenute a Reggio è messa alla prova subito. Sarebbero grossi guai per tutti - per i sindacati, per la democrazia italiana - se da quella verifica risultasse (e saranno in molti a farla nel Mezzogiorno e in Italia) che la Conferenza del Mezzogiorno e la generosa e poderosa manifestazione di Reggio Calabria non modificheranno la situazione. Se cioè si dimostrasse di non sapere dare un seguito coerente alle decisioni di Reggio. Il movimento sindacale non ha poteri infiniti per cambiare le cose, ma ciò che è necessario intanto è quello di mettercela tutta per cambiare qualcosa. Le organizzazioni di categoria promotrici, hanno definito la Conferenza un momento di riflessione critica sui limiti che il movimento sindacale ha messo in luce nel passato, per andare verso l’obiettivo centrale e prioritario di una politica dell’occupazione e di una trasformazione della realtà meridionale. La conferenza è stata definita una occasione per trarre nuove indicazioni di lavoro e di lotta comune. L’esame autocritico è un fatto ed è stata una cosa vera, recepita da tutti i presenti nel suo significato profondo, cioè nel senso che tocca la condotta passata dell’intero movimento sindacale. Ci sono stati infatti dei momenti di caduta, negli ultimi tempi, di quel rapporto unitario nazionale tra lavoratori del Nord e Sud, rispetto ad altri momenti come ad esempio durante la lotta per la liquidazione delle zone salariali, con le lotte dell’autunno del 1969 e poi con la grande manifestazione unitaria del maggio ‘71 a Piazza del Popolo, momenti nei quali l’unità dei lavoratori ha toccato punti molto alti. A Reggio Calabria si sono gettate le basi per la ricostruzione di una unitarietà che, pur prendendo le mosse dalle grandi linee della Conferenza del Mezzogiorno promossa dalle Confederazioni un anno e mezzo or sono, guarda più lontano perché si sono volute gettare le basi di una fase di impegno senza precedenti e per un lungo periodo sul piano politico e organizzativo da parte di tutte le strutture fondamentali delle organizzazioni sindacali presenti a Reggio. Sono stati individuati gli obiettivi concreti e le forme di un movimento che realizzi l’unità dei lavoratori occupati e disoccupati, che realizzi un rapporto reale con tutti quegli strati medi colpiti dallo stato di arretratezza e di crisi del Mezzogiorno, e, soprattutto, che sappia porre con forza, proprio mentre si porta avanti l’azione per i rinnovi contrattuali, la priorità politica della lotta dei lavoratori e delle masse popolari per l’occupazione, per il Mezzogiorno, per le riforme, per un diverso sviluppo economico. Un movimento articolato nelle forme dell’azione, ma unito nei contenuti di fondo. Un movimento capace di definire una selezione degli obiettivi su una linea di coerenza con le rivendicazioni di carattere generale, ma un movimento capace di utilizzare tutte le possibilità esistenti per ottenere, e subito, dei risultati qualificanti nei confronti di un governo abile nella manovra tattica, come dimostra di essere la formazione capeggiata da Andreotti, ma che non sfugge ad uno stato di gravi contraddizioni anche rispetto al mantenimento di impegni solennemente assunti verso le regioni del Mezzogiorno a partire dalla Calabria ma che non è in grado di rispettare. A Reggio è stata quindi respinta la provocazione fascista e si è andati oltre, verso la costruzione di un poderoso movimento unitario per una nuova politica nel Mezzogiorno. Avevamo detto che gli assenti si sarebbero pentiti di non esserci. Siamo convinti che così è stato. Di positivo c’è la partecipazione unitaria delle tre Confederazioni e di tutte le categorie allo sciopero generale del 24 ottobre e osiamo sperare che ciò rappresenti il segno di una ripresa dell’azione unitaria dopo le incertezze e le difficoltà che si sono manifestate nelle ultime settimane nella Cisl. Comunque la Cgil opererà perché sul terreno della iniziativa e dell’azione delle masse lavoratrici nel Mezzogiorno e nel Paese si rinsaldino e si sviluppino i rapporti unitali a tutti i livelli. Anche questo fa parte degli impegni assunti da tutti i presenti a Reggio Calabria”.  

Agosto, il mese delle stragi. Un articolo di Ilaria Romeo

Negli anni ’70, agosto è il mese delle ferie e del tutto chiuso. E’ il mese del ritorno dei migranti italiani verso le loro radici, ma è ...