venerdì 26 gennaio 2018

Un’appartenenza forte, di Anna Foa


Quando Ha Keillah mi ha chiesto un contributo sul rapporto di mio padre con l’ebraismo, ho avuto un primo moto di stupore. Mi sembrava di non essere in quanto sua figlia la persona più adatta a parlarne, proprio per la mancanza di distanza che mi deriva da questo intreccio tra dimensione pubblica e privata. Ho poi dovuto convenire di avere effettivamente qualcosa da dire, perché era un tema che nelle conversazioni fra me e mio padre era tornato frequente, in fasi diverse della vita. Ma prendete queste righe come una pura testimonianza, che non vuole né può assurgere al livello di una riflessione. E perdonate se per ricordare il suo ebraismo nell’unico modo che posso, cioè attraverso le mie percezioni, finisco per parlare troppo spesso del mio modo di essere ebrea.
Nipote di rabbino, mio padre ha vissuto i suoi primi anni in una moderata osservanza della tradizione, voluta più da suo padre che da sua madre, Lelia Della Torre, ironica e lontana dalla religione. Non penso che mio padre abbia mai creduto in Dio, neppure da piccolo, e so dai racconti famigliari che il suo Bar Mitzwah ha coinciso con l’abbandono della tradizione. Il suo rapporto con la tradizione religiosa è stato complesso e anche conflittuale. Quando ci fu a Torino il funerale di mio nonno, richiesto di recitare il kaddish rispose di ‘non essere preparato’. Eppure, alcuni anni prima aveva chiesto a mio nonno di dare a me e a miei fratelli Renzo e Bettina la sua benedizione a Shabbath, quando eravamo da lui. Ricordo ancora con emozione le mani congiunte di mio nonno sul mio capo, ma allora ignoravo che fosse stata una sua richiesta. Più recentemente, dopo la mia conversione all’ebraismo, venne per alcuni anni, finché si muoveva facilmente, ai miei Sedarim di Pasqua e di Rosh ha Shanah, al tempo stesso intrigato e conflittuale. Temette che io diventassi un’osservante, e trasse un sospiro di sollievo quando capì che non era così. In realtà, nonostante i conflitti, il mio ebraismo derivò molto da lui, da quella che ho sempre percepito in lui come una saldissima identità ebraica […] L’essere ebreo di mio padre era un dato di fatto: un ebreo impegnato nel percorso politico della ricostruzione dell’Italia, e non in quello comunitario, un ebreo assolutamente non credente e laico, ‘assimilato’, ma sempre e intensamente ebreo. I racconti famigliari, i libri che circolavano per casa, il disprezzo per la scelta della conversione attuata da altri, e mai nella nostra famiglia, la stessa domanda frequente di mio padre quando gli parlavamo di qualche amichetto o amichetta, ‘sono ebrei?’, tutto in casa sottolineava un’appartenenza forte. Un ebraismo senza religione, vissuto nella Torino del dopoguerra, in un contesto ebraico - antifascista che lo garantiva e avallava dall’esterno. Ma quanta parte aveva in questo modo di essere e sentirsi ebrei la persecuzione, la Shoah? Non ho la sensazione che allora ne avesse molta. Certo, negli scaffali di casa c’erano tutte le memorie della deportazione. Ma ciò che definiva allora l’ebraismo di mio padre, e quello dei parenti ed amici intorno a noi, almeno nella mia percezione di allora, non era tanto la persecuzione, quanto l’appartenenza ad una minoranza. Le storie famigliari sulle fughe, i nascondimenti dei miei nonni, erano un elemento importante ma non esclusivo del quadro. La persecuzione, inoltre, saldava in me la percezione ebraica con quella antifascista: mio padre era stato condannato dal Tribunale speciale come antifascista, non come ebreo, come provava il fatto che fosse stato insieme a lui condannato alla stessa detenzione anche mio nonno, Michele Giua. E se i miei nonni Foa avevano dovuto vivere sotto falso nome perché ebrei, quelli Giua lo avevano dovuto fare perché antifascisti. Da mio padre appresi immediatamente a vivere senza conflitto quelle due parti della nostra identità.
Altra cosa fu, quando dopo il 1950 venimmo a Roma, l’ambiente romano e il modo in cui noi ‘ebrei’ torinesi ci inserimmo in esso. Nella scuola non si parlava né di sterminio degli ebrei né di antifascismo. Anche allora, vissi commiste le due appartenenze, antifascista ed ebraica, ma ora, a differenza che nei primi anni torinesi, in contrasto netto con l’ambiente circostante, come un marchio di diversità. Una diversità che nei miei ricordi mio padre non soltanto non attenuava, ma mi invitava ad assumere con orgoglio. Nessun contatto avevamo con la Comunità romana, naturalmente. Eppure, l’anno scorso, non senza una mia qualche sorpresa, mio padre accolse con grande gioia, lui, l’ebreo assimilato, la proposta di Leone Paserman di conferirgli l’appartenenza onoraria alla Comunità Ebraica romana. Era vecchissimo ed emozionato nella sua casa di Roma, alla presenza di Riccardo Di Segni, Leone Paserman, Riccardo Pacifici e tanti altri.
Dopo i primi ricordi d’infanzia, l’ebraismo non assume rilievo nella mia memoria famigliare per molti anni. Questo non vuol dire che non ci fosse, era semplicemente un dato scontato. Eppure, in quegli anni si stava costruendo la memoria della Shoah, ed Israele era divenuta per gli ebrei un saldo pilastro identitario. La mia famiglia era stata estranea al sionismo sin dai tempi del mio bisnonno, il rabbino capo di Torino Giuseppe Foa, e non lo aveva recuperato nel dopoguerra, come invece accadde a molta parte del mondo ebraico italiano. Estraneo, e in alcuni momenti di militanza di estrema sinistra anche ostile al sionismo, fu mio padre, ma essenzialmente perché vi vedeva un nazionalismo simile agli altri nazionalismi di cui aveva vissuto le mortali conseguenze. E questo resta vero in generale, anche se ci sono nella mia memoria piccoli flash di attenzione famigliare per il nuovo paese degli ebrei e, più tardi, preoccupazioni per il rischio che Israele correva nei conflitti. Per mio padre - non ho dubbi perché poi ne abbiamo lungamente parlato - la preoccupazione dominante era che gli ebrei rinunciassero al loro universalismo per un nazionalismo basato sull’uso della forza, insomma che si attenuasse quella tensione morale, frutto della storia non dell’elezione divina, che ci distingueva nel mondo.
Molti anni dopo, la mia conversione, accompagnata da non poche letture e studi, e insieme il mio volgermi, nel mio mestiere di storico, verso la storia degli ebrei, furono occasione di molti scambi di idee fra me e mio padre, di discussioni, contrasti, condivisioni di letture e interpretazioni. In questi ultimi anni, in cui la sua progressiva cecità rendeva necessario leggergli libri e giornali, questo dialogo divenne per forza di cose più stretto. Negli anni Novanta, quando io passavo una parte del mio tempo in Israele, venne a trovarmi: era la prima volta che veniva nel paese, e ne fu molto colpito. I temi della politica israeliana non mancavano mai di sollecitarlo, di incuriosirlo. Conosceva volentieri i miei amici israeliani e con loro era attento e pieno di curiosità e domande, mai aggressivo, anche quando, a volte, non si ritrovava nel loro modo di pensare. Il suo grande amore era la Diaspora, la condizione diasporica.
Ma ciò che gli premeva di più, in questi anni, era, io credo, definire di fronte a se stesso, e forse anche nel dialogo che aveva con me, questa sua identità ebraica, che aveva smesso probabilmente di apparirgli scontata ed ovvia, in un mondo ormai mutato, in cui la memoria della Shoah era divenuta onnipresente e la diaspora gli appariva sempre più debole di fronte all’egemonia di Israele. Quando fu decisa la Giornata della Memoria, ebbe molti dubbi sull’istituzionalizzazione della memoria che poteva comportare. Io ero molto più favorevole, e ne discutemmo, ma recentemente ho molto ripensato ai suoi dubbi. Negli ultimi due o tre anni, gli lessi pezzo per pezzo, man mano che lo scrivevo, il mio libro sulla storia degli ebrei nel Novecento, che non ha fatto in tempo a veder pubblicato. Fu occasione di discorsi intensi fra noi, in cui l’età lo portava spesso ad emozionarsi, ma in cui le sue critiche erano sempre attente e razionali. A dicembre scorso, gli lessi un pezzo sugli ‘ebrei senza Dio’, e una citazione di Freud che vi avevo inserito, tratta dalla sua prefazione all’edizione ebraica del 1930 di Totem e tabù, e che lo entusiasmò, tanto che l’ho letta al suo funerale, alla CGIL: “Nessun lettore di questo libro troverà facile mettersi nella posizione emotiva di un autore che ignora la lingua delle Sacre Scritture, che è completamente estraniato dalla religione dei suoi padri, come da tutte le altre religioni, e che non riesce a condividere gli ideali nazionalisti, ma che non ha mai ripudiato il suo popolo, che sente di essere nella sua essenza un ebreo e che non desidera cambiare questa sua natura. Se gli si ponesse la domanda: ‘Ma se avete abbandonato tutte queste caratteristiche comuni dei vostri compatrioti, cosa resta in voi di ebraico?’ egli risponderebbe: ‘Moltissimo, probabilmente l’essenziale’. Non potrebbe per ora esprimere a parole questo essenziale. Ma un giorno o l’altro, sicuramente, esso diventerà accessibile alla nostra scienza”. In questa frase di Freud mio padre si ritrovò appieno, e ne riparlò più volte. Diceva che quella frase esprimeva con parole esatte quello che lui aveva sempre pensato ma mai definito con altrettanta chiarezza, il suo essere ebreo (Anna Foa, «Ha Keillah», n. 5, dicembre 2008).

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