martedì 30 giugno 2015

I dieci giorni che cambiarono il paese di Ilaria Romeo


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Il 14 maggio 1960 il Movimento sociale italiano ufficializza il suo sesto congresso per il 2 luglio a Genova, città medaglia d’oro alla Resistenza. Gli ex partigiani, appoggiati dalla popolazione e dalla nutrita comunità dei portuali, iniziano a picchettare ogni angolo del capoluogo ligure; i sindacati di categoria fanno la voce grossa con il governo: quel congresso a Genova non si deve tenere, a qualunque costo. Dopo due cortei, il primo svoltosi il 25 giugno, e il secondo, il 28 giugno, concluso con un comizio di Sandro Pertini, il 30 giugno la Camera del lavoro proclama lo sciopero generale.



Un lungo corteo si dipana per le vie cittadine. Risalendo dal porto migliaia di cittadini, in massima parte di giovane età (i cosiddetti ragazzi dalle magliette a strisce) si riversano per le strade del capoluogo. Alla testa della manifestazione, gli operai metalmeccanici e i portuali, ad aprire il corteo i comandanti partigiani. Davanti al tentativo, da parte della polizia di sciogliere la manifestazione, esplode la rabbia popolare. Alla fine della giornata Giuseppe Lutri, prefetto di Genova, si vede costretto ad annullare il congresso del partito neofascista.

Trascorrono solo pochi giorni (è il 5 luglio) e a Licata, in provincia di Agrigento, durante una manifestazione unitaria di braccianti e operai, la polizia uccide Vincenzo Napoli. 



Il 6 luglio a Roma viene negata l’autorizzazione a una manifestazione di protesta per i fatti appena accaduti a Genova e in Sicilia. La manifestazione però si tiene ugualmente: sfidando apertamente il divieto i romani scendono per le strade. Porta San Paolo si presenta accerchiata da celerini e carabinieri, per la prima volta vengono utilizzati i carabinieri a cavallo. Così trent'anni più tardi Aldo Natoli ricorda l’accaduto: “Eravamo circa una trentina di deputati dell’opposizione, comunisti e socialisti, venuti a deporre una corona presso la lapide che ricorda i caduti nella resistenza contro i nazisti a Porta San Paolo nel settembre 1943. La lapide si trova fuori dalla Porta, oltre la Piramide. Noi stavamo stretti nel giardinetto che occupava l’angolo formato dal viale Aventino e da via Marmorata nel confluire sul piazzale. Intorno e dietro c’era folla, non smisurata, se ricordo bene, qualche migliaio di persone, ma vivacissime”. “Di fronte – prosegue il racconto di Natoli –, a breve distanza, a presidio degli accessi alla Porta e alla lapide, schiere nutrite di poliziotti, camionette della Celere e tutto il vasto piazzale retrostante fino alla stazione della ferrovia per Ostia era stato sgomberato ed era occupato dalla polizia. Il traffico era stato interrotto. Infatti la manifestazione contro il governo sostenuto dai fascisti era stata vietata. Anche solo l’accesso e l’omaggio (non ricordo che fossero previsti discorsi) a un luogo-memoria della popolazione romana, alle soglie del quartiere rosso, allora, di Testaccio, erano negati. C’era tensione e dietro di noi il brusio inquieto della folla (documento integrale)”.

In solidarietà con quanto successo a Genova, Roma e Licata, il 7 luglio 1960 a Reggio Emilia è indetto lo sciopero generale. La polizia spara nuovamente contro i dimostranti e cinque persone rimangono a terra uccise: Lauro Farioli (22 anni), Ovidio Franchi (19), Emilio Reverberi (39), Marino Serri (41) e Afro Tondelli (36). Tutti e cinque operai e comunisti, alcuni ex partigiani. A breve distanza di tempo, la rivista “Vie Nuove” pubblica un disco con la registrazione sonora degli scontri. Si ascoltano i colpi dei lacrimogeni e delle pistole, le raffiche dei mitragliatori, le sirene della Celere e delle ambulanze.
Dell’episodio dirà Pier Paolo Pasolini: “Spero che nessun registratore serva mai più a stampare dischi come questo. Che è il più terribile – e anche profondamente bello – che abbia mai sentito” (dalla rubrica Dialoghi con Pasolini, Vie Nuove a. XV, n. 33, 20 agosto 1960, leggi tutto).

L’8 luglio, a Palermo, il centro è presidiato fin dalle prime ore del mattino dalla Celere per disturbare lo sciopero generale proclamato dalla Cgil per i fatti di Reggio Emilia. Negli scontri con la polizia restano uccisi: Francesco Vella, 42 anni, sindacalista; Giuseppe Malleo, 16 anni; Andrea Gancitano, 18 anni; Rosa La Barbera, 53 anni, casalinga; 36 manifestanti sono feriti da proiettili; 400 i fermati, 71 gli arrestati. Sempre l’8 luglio, a Catania, rimane ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dalla polizia Salvatore Novembre, giovane lavoratore edile di 20 anni.

Scrive in quei giorni Luciano Romagnoli su “Rinascita”: “Che cosa era in discussione a Genova? E, dopo ancora, a Licata, a Roma e a Reggio Emilia? Che cos’era in discussione nel paese? Era il fondamento stesso dello Stato democratico: l’antifascismo, la resistenza e la Costituzione repubblicana” (leggi). Così nel mese di luglio, sempre su “Rinascita”, Vittorio Foa: “Il fascismo per i lavoratori italiani oggi non è solo l’eco remota e nostalgica delle squadracce e delle aquile e degli orpelli barbarici dell’età mussoliniana, ma è, nelle condizioni mutate, l’arbitrio in luogo della giustizia, la disciplina subordinata in luogo della parità dei diritti e doveri reciproci fra lavoratore e padrone, la corruzione e l’avvilimento, la mancanza di prospettiva, il contrasto tra i profitti giganteschi e i salari stagnanti, lo sfruttamento intensivo della forza lavoro che impedisce all’uomo, finito il lavoro, di avere forze bastevoli per partecipare alla vita nelle sue forme più alte”. Sono questi motivi, particolarmente vivi fra i giovani, “che hanno creato – sempre secondo Foa – il fatto nuovo dell’unità sempre più stretta fra operai e studenti, fatto nuovo che impone seri riesami da parte delle organizzazioni sindacali” (leggi). E nei giorni immediatamente successivi, Rinaldo Scheda scriverà su “Rassegna Sindacale”: “Abbiamo sconfitto i fascisti e Tambroni in quei dieci giorni che hanno scosso il paese” (leggi).

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