mercoledì 2 settembre 2015

Commissioni interne: quando la democrazia rientrò in fabbrica - di Ilaria Romeo


2 settembre 1943: poche ore prima della firma dell’armistizio con gli alleati anglo-americani, Bruno Buozzi firma con gli industriali un importante accordo interconfederale per il ripristino delle Commissioni interne. 

L’accordo (il cosiddetto patto Buozzi-Mazzini) reintroduce nel campo delle relazioni industriali l’organo di rappresentanza unitaria di tutti i lavoratori, impiegati e operai nelle aziende con almeno 20 dipendenti, attribuendogli anche poteri di contrattazione collettiva a livello aziendale.

Già prima della caduta di Mussolini, avvenuta il 25 luglio 1943 in seguito al voto del Gran consiglio del fascismo, settori importanti delle classi lavoratrici del nord erano tornati a scioperare contro il regime nel marzo-aprile 1943. 

Con l’arresto di Mussolini, il nuovo governo Badoglio aveva deciso di commissariare le vecchie strutture sindacali fasciste: Bruno Buozzi era stato nominato nuovo commissario dei sindacati dell’industria; all’agricoltura era stato designato Achille Grandi, mentre a Giuseppe Di Vittorio era stata affidata l’organizzazione dei braccianti. 

I tentativi di costituzione e per il riconoscimento di fatto delle Commissioni interne hanno inizio con il nascere stesso del movimento operaio. Di esse si hanno più frequenti notizie intorno al 1900: in questo primo periodo però erano senza organi stabili, poiché venivano nominate in occasione di agitazioni o di scioperi come delegazioni operaie per le trattative con il datore di lavoro. 

Il termine Commissione interna si trova per la prima volta usato all’interno dell’accordo Itala-Fiom, firmato a Torino nel 1906 (1). 

Appena due anni dopo, nel marzo 1908, la Lega Industriale dirama – si legge su “l’Avanti!” – un gruppo di “suggerimenti” alle direzioni delle industrie da utilizzare come base per un’azione comune verso gli operai organizzati. Il primo dei “suggerimenti” riguarda, appunto, “l’abolizione delle Commissioni interne”. 

Quattro anni dopo, nel 1912, le Commissioni interne vengono effettivamente abolite per legge. Ma risorgono nel 1913.

La fine della guerra del 1914-18 trova il movimento delle Commissioni interne notevolmente esteso e proteso verso un allargamento dei suoi compiti e delle sue funzioni sul terreno economico. Scrive Antonio Gramsci su “L’Ordine Nuovo” l’anno successivo alla sconfitta degli imperi centrali: “L’esistenza di una rappresentanza operaia all’interno delle officine dà ai lavoratori la diretta responsabilità della produzione, li conduce a migliorare il loro lavoro, instaura una disciplina cosciente e volontaria, crea la psicologia del produttore, del creatore di storia”.

Le Commissioni interne, scrive ancora Gramsci su “L’Ordine Nuovo” del 21 giugno 1919, “sono organi di democrazia operaia che occorre liberare dalle limitazioni imposte dagli imprenditori, e ai quali occorre infondere vita nuova ed energia. Oggi le Commissioni interne limitano il potere del capitalista nella fabbrica e svolgono funzioni di arbitrato e di disciplina. Sviluppate ed arricchite, dovranno essere domani gli organi di potere proletario che sostituisce il capitalista in tutte le sue funzioni utili di direzione e di amministrazione”.

L’avvento del fascismo arresta però lo sviluppo di questi organi di rappresentanza: il 2 ottobre 1925 l’articolo 4 del Patto di Palazzo Vidoni sancisce: “Le Commissioni interne di fabbrica sono abolite e le loro funzioni demandate al sindacato (fascista) locale”. Reistituite con l’accordo Buozzi-Mazzini del 2 settembre 1943, le Commissioni interne ricevono una nuova regolamentazione con l’accordo del 7 agosto 1947 tra la Cgil e Confindustria e con l’accordo interconfederale dell’8 maggio 1953 (l’ultimo accordo interconfederale sulle commissioni interne è del 18 aprile 1966 e ancora oggi è formalmente in vigore).

Il 29 marzo 1955 a Torino, per la prima volta la Cgil è messa in minoranza nelle elezioni per le Commissioni interne alla Fiat. Il successivo 10 aprile afferma sul “Lavoro” un lucido e coraggioso Giuseppe Di Vittorio: “Sui sorprendenti risultati delle recenti elezioni delle Commissioni Interne del complesso Fiat si è concentrata l’attenzione di tutto il Paese. Questo è un fatto positivo, in quanto può contribuire a far conoscere largamente al Paese il clima di dispotismo e di ricatti padronali instaurato alla Fiat e in molte altre aziende, determinando condizioni più favorevoli allo sviluppo della lotta per il rispetto dei diritti democratici e della dignità dei lavoratori nei luoghi di lavoro”.

“Sarebbe tuttavia un grave errore – continua Di Vittorio nello stesso articolo – se noi, individuando e denunciando l’azione illegale e ricattatoria del grande padronato, sottovalutassimo la gravità del colpo inferto alla Fiom e alla Cgil nelle recenti elezioni della Fiat; se noi, cioè, tentassimo di scagionare ogni nostra responsabilità nella sconfitta. Ciò non sarebbe degno di una grande organizzazione come la Cgil, la quale affonda le sue radici in tutta la gloriosa tradizione del movimento sindacale italiano, ne rappresenta la continuità storica ed ha tutto l’avvenire davanti a sé” (leggi tutto). 

Scriverà qualche anno più tardi Rinaldo Scheda nel suo diario personale (inedito e conservato presso l’Archivio storico della Cgil nazionale): “(…) Di Vittorio mi aveva colpito in tante fasi della sua vita sindacale. Ci sono però due episodi che mi rimarranno impressi nel tempo che mi resta da campare (…)”. Uno dei due, ricostruisce il sindacalista bolognese – segretario confederale della Cgil dal 1957 al 1979 – “si verificò in una riunione del Comitato direttivo confederale svoltasi a Roma al primo piano della sede di Corso Italia. È una riunione che fece scalpore. La lista della Fiom per la nomina della Commissione interna alla Fiat aveva subito una dura sconfitta. (…) La relazione di Di Vittorio espose le ragioni, le cause di quello smacco. Conoscevo ormai in quel periodo la sua personalità. Le luci e anche alcune ombre. Per esempio sapevo che il sottoporre il suo lavoro ad un esame autocritico gli costava una certa fatica. Era un comportamento che derivava dalla sua forte personalità. Quella relazione la ricordo ancora oggi, a tanti anni di distanza, come una pagina esemplare, una lezione di vita”.


(1) Il 3 dicembre 1906: viene firmato ufficialmente a Torino il contratto collettivo tra la Società automobilistica Itala e la Fiom. Si tratta di uno dei primi significativi esempi di accordo collettivo in Italia. Esso sancisce il riconoscimento delle Commissioni interne, dei minimi salariali, delle 10 ore giornaliere (su 6 giorni settimanali), della clausola del “closed shop” per l’assunzione dei lavoratori iscritti al sindacato, il quale funge da ufficio di collocamento.


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