giovedì 12 aprile 2018

Nel suo volto la storia dei cafoni



Pepite d’Archivio: ancora Gianni Rodari su Giuseppe Di Vittorio in un NUOVO, bellissimo testo da leggere tutto d’un fiato. Il brano, recuperato da Ilaria Romeo (responsabile dell’Archivio storico CGIL nazionale che lo conserva)  è tratto da «Paese Sera» del 3 novembre 1977


“Il 3 novembre del 1957 moriva a Lecco, dove si era recato per inaugurare la sede della Camera del lavoro, Giuseppe Di Vittorio. Ricordo la commozione di quelle ore, mentre la salma veniva trasportata a Roma per i funerali. Ricordo quei funerali. Roma ne ha conosciuti di più grandiosi. Quello di Togliatti, anni dopo, ebbe le proporzioni di una gigantesca manifestazione di forza. Ma non si è mai vista tanta gente piangere come ai funerali di Di Vittorio. Anche molti carabinieri del servizio d’ordine avevano le lacrime agli occhi. La cosa non stupiva. Di Vittorio non era stato solo il capo della Cgil e per lunghi anni un dirigente tra i più popolari del Pci: era diventato un uomo di tutti, stava nel cuore della gente, per molti rappresentava qualcosa che non aveva ancora nome e che solo molto più tardi si chiamerà «socialismo dal volto umano». Aveva conosciuto di persona tutte le situazioni che la gente semplice chiama «disgrazie»: la miseria, lo sfruttamento, la guerra, la prigione, l’esilio, il campo di concentramento, il confino; e non se n’era dimenticato.
Era nato in Puglia, a Cerignola, l’undici agosto del 1892, l’anno della fondazione del Partito socialista italiano. Era figlio di braccianti analfabeti. Andava a scuola ed era il primo della classe quando gli morì il padre che, durante un’alluvione, aveva passato una notte nell’acqua gelida per salvare le bestie del padrone. Per tutto compenso la vedova ebbe un sacchetto di favetta (una sorta di fava buona per i cavalli). Il ragazzo dovette lasciare la scuola e cominciare a guadagnarsi il pane. «Sai che facevo? ha raccontato a un intervistatore - Facevo lo spaventapasseri, il cacciacorvi. Con una lunga bacchetta inseguivo i corvi che beccavano il grano. Li allontanavo senza colpire le spighe e a fine giornata mi davano, alla masseria, un po’ di favetta». In una mano la bacchetta per cacciare i corvi,  nell’altra un libro. Studiava la tavola pitagorica. Si esercitava con i numeri, riempiendone pagine e pagine. I pastori che lo incontravano, assorto in quello strano lavoro, immaginavano che facesse magie, studiando il numeri per il lotto. Una volta il ragazzo dovette rassegnarsi a scrivere per loro un terno. A otto, dieci anni eccolo bracciante. Lavora come gli altri braccianti, tredici, quattordici ore al giorno, un pasto di pane e cipolla, un altro di «acquasala» (una fetta di pane su cui si versa dell’acqua calda salata e qualche goccia d’olio). Di notte, sui libri che il maestro di Cerignola continua a prestargli, il piccolo Di Vittorio studia. «Quanta fatica mi è costata l’ignoranza», dirà, anni dopo. Ecco, per esempio: egli prende nota su un quaderno di tutte le parole difficili che incontra, per chiederne il significato al maestro, quando lo rivedrà. Così per settimane, per mesi. «Ci vorrebbe - egli pensa - un libro con tutte le parole, dove si potessero trovare tutti i significati». Solo anni dopo, per caso, sulla bancarella di una fiera, trova un vocabolario. Ricorderà per sempre l’emozione di quella scoperta, il terrore di non farcela ad acquistare il libro, l’inattesa bontà del bancarellaro che, forse accorgendosi del suo entusiasmo e del suo dramma, gli venderà il vocabolario per la metà del prezzo che ne chiedeva. La scoperta decisiva della sua vita avviene a tredici anni ed è quella del sindacato. Di Vittorio si iscrive alla lega dei braccianti. Entra in una battaglia che avrà fine solo con il suo ultimo respiro, quando Luciano Lama dirà di lui: «Di Vittorio era la Cgil, la Cgil era Di Vittorio».
Fra il 1902 e il 1905 la Puglia è insanguinata dalla repressione contro i moti contadini e le lotte bracciantili. Il battesimo del fuoco, per il giovanissimo, è subito un battesimo di sangue. La polizia apre il fuoco contro i braccianti a Cerignola. Cinque scioperanti restano morti sul terreno. Tra essi un ragazzo che camminava nel corteo al fianco di Di Vittorio e gli muore tra le braccia. Sono anni terribili: un morto e quattro feriti a Cassano Murge, cinque morti e dieci feriti a Candela, due morti e venti feriti a Galatina, tre morti e quattro feriti a Foggia, due morti e tre feriti a Calimera... Decine di stragi in Puglia, in Sicilia, in Sardegna, in Calabria. La più atroce delle scuole per il ragazzo Di Vittorio come per centinaia di migliaia di braccianti e contadini poveri come lui, che battono con crescente consapevolezza e con forza la strada dell’organizzazione e della lotta. Di questo movimento Di Vittorio diventa subito un attivista, a diciotto anni un dirigente con sempre maggiori responsabilità. E’ già un capo, ma un capo di tipo speciale, che non si accontenta di organizzare gli scontri di classe, ha già una visione sua della necessità di elevare il livello politico e culturale dei braccianti. Fa arrivare giornali e opuscoli, ne organizza la lettura e la discussione. Convince i suoi compagni a non togliersi la coppola, per salutare gli agrari, a battersi per ottenere dal Comune una scuola serale gratuita. Il nemico è il padrone, ma il suo alleato è l’ignoranza. Un episodio straordinario di questo periodo è quello del cappotto. Può ricordare il ricorso del giovani di oggi anche all’abbigliamento per contestare il mondo: i jeans e l’eskimo come segno di distinzione rivoluzionaria. Ma il segno è ben diverso. In Puglia, a quei tempi, i signori portano il cappotto e i contadini il tabarro. Di Vittorio persuade i suoi compagni che il tabarro è da rifiutare come distintivo della classe inferiore. A prezzo di non pochi sacrifici tutti si comprano il cappotto. Una domenica mattina, in piazza, i «galantuomini» si trovano davanti alla sorpresa:  anche i cafoni indossano il cappotto come loro, per significare che si sentono uguali nella dignità e nei diritti. La battaglia del cappotto usciva di molto dagli schemi usuali della lotta di classe: ma Di Vittorio non è mai stato uomo di schemi e la sua creatività, del resto, non si è manifestata solo nell’affare del cappotti. Nel 1912, il primo arresto. Nel 1914, dopo la «settimana rossa», il primo esilio a Lugano. Di Vittorio ricorderà quegli anni come il suo «liceo» e la sua «Università». Nell’emigrazione politica incontra i suoi maestri, ha tutto il tempo per leggere, scopre e studia i classici: Dante e Leopardi anche prima di Marx e di Engels. Spiegherà poi a Carlo Levi il suo modo di leggere e di capire Dante, parlandogli del problema dei «mazzieri», assoldati in Puglia dagli agrari per rompere gli scioperi, bastonare i contadini, compiere spedizioni punitive. «Noi - sono parole di Di Vittorio - non sapevamo come reagire: se avessimo reagito con la violenza (eravamo più numerosi) le cose sarebbero finite male ugualmente, perché essi avevano dietro di sé la polizia, i giudici, tutta l’autorità dello Stato; avremmo potuto difenderci da qualcuno di loro, ma saremmo finiti tutti in galera. In Dante ho trovato la spiegazione di tutto. Tu ricordi quella terzina che dice: ‘Ma tanto più maligno e più silvestro  - Si fa il terren col mal seme e non colto - quant’elli ha più di buon vigor terrestro’. E’ la descrizione precisa di cosa erano i mazzieri: i mazzieri compagni e fratelli, essendosi rivolti al male, corrotti, erano diventati tanto più maligni e “silvestri” quanto erano pieni di vigore, di virtù naturali. E capii che bisognava trattarli come compagni e fratelli,  persuaderli, riportarli dalla nostra parte. Questo è Dante. Se tu vai in Puglia, troverai ancora i più vecchi dirigenti delle Camere del lavoro: quasi tutti erano stati, da giovani, dei mazzieri».
Dopo la Svizzera, la guerra, vissuta prima al fronte dove viene ferito poi nelle «compagnie di disciplina» in Sardegna e in Cirenaica. Nel dopoguerra altre lotte, un nuovo arresto, un nuovo esilio. La prima elezione a deputato, nel 1921. Sono sempre avvenimenti duri, scontri impietosi quelli in cui matura la sua formazione politica, dalla prima adesione agli ideali socialisti alla militanza tra i sindacalisti rivoluzionari, all’incontro nel 1924 con il Partito comunista dove trova maestri come Gramsci, Togliatti, Grieco. Anche il suo campo d’azione si allarga: l’emigrazione a Parigi, il lavoro a Mosca nell’Internazionale contadina, la partecipazione alla guerra di Spagna come commissario della brigata internazionale. La caduta del fascismo lo trova al confino di Ventotene. Ne esce con un grande compito, che si fonde totalmente nel suo progetto personale: ricostruire l’unità sindacale di tutti i lavoratori italiani, della fabbrica e della terra, del braccio e della mente, comunisti, socialisti,  cattolici, repubblicani. «L’unita sindacale - scrive in un articolo sull’Unita del giugno 1944, all’indomani della liberazione di Roma - esige che tutte le forme di settarismo, di cui abbiamo tanto sofferto, siano messe al bando. Il lavoratore cattolico (come il lavoratore di qualsiasi corrente) che milita nel sindacato unitario deve sentire che nella casa comune del lavoro nulla e nessuno può offendere o urtare i suoi sentimenti religiosi o le sue opinioni politiche. Certo antico settarismo anticlericale… non deve risorgere mai più. E dall’altra parte deve scomparire certa intolleranza contro le concezioni del socialismo moderno». Non era tatticismo, erano convinzioni profonde. Le difendeva in pubblico e in privato. «In uno dei primi numeri del giornale della Cgil  («Il lavoro» sic.!) pubblicammo - narra il suo direttore - una fotografia di Angelo Costa, allora presidente della Confindustria, con una didascalia in cui si ironizzava sul fatto che lui ogni giorno andava a messa. Di Vittorio mi chiamò alle sette della mattina nel suo ufficio di Corso Italia: “Sei un settario, un intellettuale presuntuoso, tu non hai il diritto di fare dell’ironia sulla fede religiosa di un uomo anche, se questi è il capo dei nostri avversari, il presidente della Confindustria. Tu devi rispettare la sua fede religiosa altrimenti sei un demagogo. Sono altri i motivi di lotta tra noi e Costa, tra noi e gli agrari e gli industriali: la religione non c’entra».
Anche gli anni della guida alla Cgil sono stati anni di tempesta: la guerra fredda, Scelba, la rottura dell’unita sindacale, le nuove stragi (Modena, Melissa, Montescaglioso. Portella delle Ginestre). Il sindacato padronale in maggioranza alla Fiat, vittorie e sconfitte.
Ma Di Vittorio resta, nei più duri scontri, l’uomo di tutti.
E’ il primo eletto a Roma in una memorabile elezione amministrativa. Tocca ancora a lui ricucire pazientemente, con prudenza e coraggio insieme, l’unita dei lavoratori, preparare il terreno alla futura Federazione delle tre confederazioni (Cgil-Cisl-Uil).
E’ storia dei nostri ieri più vicini, materia ancora bollente, è già l’oggi in cui l’opera di Di Vittorio continua in quella dei quadri da lui formati, delle masse operaie alla cui educazione ha dato un contributo determinante, dei lavoratori e degli intellettuali del Sud che nella sua vita, nella sua personalità, nel particolare carattere del suo impegno umano trovano ancora un modello insuperato”.

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