lunedì 23 aprile 2018

Tutti eredi della lotta partigiana, intervista a Vittorio Foa, «l'Unità», 25 aprile 1995


Bruno Gravagnuolo: Foa, c'è chi ritiene come Renzo De Felice, che il 25 aprile sia stato l'epilogo di uno scontro ristretto, consumatosi tra l'élite fascista e quella antifascista. Sempre per De Felice il vero momento cruciale, traumatico, è stato per l'Italia l'8 settembre. In che senso invece il giorno della Liberazione rimarne per te una data «fondante»?

Vittorio Foa: Anch'io attribuisco molta importanza all'8 settembre. E non perché sia il simbolo dello sfascio, come pensa De Felice. Al contrario. Di lì parte la replica a tutto quello che era stato il fascismo. Momento di scelta dunque, e di recupero dell'identità nazionale tradita dal fascismo. Però il 25 aprile fu una data ancora più importante, una giornata di delirante entusiasmo. Io partecipai all’insurrezione di Milano e ne ho un ricordo vivissimo. Assaporavamo una enorme disponibilità verso il futuro. Era come se il domani ci appartenesse. Tuttavia, e qui sono molto polemico verso un certo «revisionismo» c'era anche dell'altro: eravamo pervasi da un sentimento fraterno, unitario, che ci legava tutti, malgrado le diversità ideologiche. Sentivamo di poter costruire qualcosa di nuovo, e insieme...

B.G. Uno stato di “fusione” che annullava gli aspri contrasti politici interni al Cln?

V.F. Non li annullava affatto. Noi vivevamo una situazione di reale pluralismo, a due livelli. Oltre le differenze politiche c'era un orizzonte dinamico fatto di valori condivisi, denso di speranze. Io credo che la Resistenza rappresenti davvero un valore fondante per la Repubblica. E non in rapporto agli ordinamenti, elaborati dopo il 1945. Parlo di un modello etico di convivenza. Il Cln è stato un esperimento segnato dalla lotta interna per l'egemonia, e insieme dominato dalla prefigurazione di un'Italia diversa. I comunisti, per esempio, avevano delle idee specifiche sull'assetto sociale da realizzare. Eppure la Resistenza li aveva coinvolti fino in fondo nella battaglia democratica. Ai vari storiografi, che ci accusano di aver legittimato i comunisti malgrado il totalitarismo, io dico: per fortuna! Proprio in tal senso la Resistenza ha reso i comunisti costruttori e protagonisti a pieno titolo della democrazia. Ebbene anche questo è un merito non piccolo del biennio '43-45.

B.G. Quello democratico rimase un connettivo durevole fra le forze politiche, malgrado il profilarsi della rottura politica dentro l’antifascismo?

V.F. Alla Costituente i conflitti ebbero libero corso, ma c'era una consapevolezza generale: si
costruivano delle regole comuni.

B.G. Il richiamo a quelle «regole» è un fatto cerimoniale, teso a preservare un nobile denominatone comune, oppure indica ancora un percorso da compiere?

V.F. Il richiamo ai «principi» allude sempre alla comune volontà di costruire qualcosa di nuovo. Dunque non è mero riconoscimento dell'esistente. Lo spirito dell'Aprile '45 fu questo: fare un'Italia diversa. Diversa dalla vecchia Italia prefascista, elitaria. L'ingresso delle classi popolari nella Resistenza, rappresentò una visibile rottura nella storia nazionale. E lo capivano anche i borghesi più retrivi. Non si trattava perciò di entrare nella vecchia casa, per apportare piccole modifiche. Avvertivamo la necessità di un rinnovamento radicale, profondo. Poi vennero le delusioni. Affiorarono i tenaci legami col passato e una destra profonda, la continuità burocratica e amministrativa con la vecchia Italia...

B.G. Nondimeno mi pare che tu non condivida la nota polemica azionista sulla «Resistenza tradita»...

V. F. Noi azionisti siamo scomparsi dalla scena politica. E quando si scompare dalla politica si tende ad incolpare gli altri. Ci sembrava che fosse ritornato il vecchio mondo. E proprio nel momento in cui invocavamo l'autogestione sociale, lo stato anticentralista... In realtà quel che veniva avanti non era una restaurazione vera e propria, ma una spinta più complessa. Era ricominciato con il ‘44, in forme inedite, un certo cammino, un difficile processo. Il processo bloccato dal fascismo nel 1921. Dopo la prima guerra era emersa con forza la necessità di dare rappresentanza politica alle masse escluse. Nel 1919 i socialisti ebbero 150 deputati, e i popolari, nati appena da un mese, 100 deputati. Operai e contadini prendevano per la prima volta, e in massa, la parola. Il 1944 fu la riaffermazione esplosiva di quel processo bloccato nel 1922. La delusione azionista non teneva conto della profonda novità costituita dall'irruzione della democrazia distrutta dal fascismo. E tuttavia veniva colto un punto: la ricostruzione centralistica dello stato attraverso i partiti. Da allora ogni conflitto, ogni vertenza venne mediata dalla rete stato-partiti, nel quadro di istituzioni centralistiche. Quest'elemento di verità, preconizzato, anzi tempo dal Partito d'Azione, apparve via via più chiaro in seguito, cioè negli anni ‘70 e ‘80.

B.G. Torniamo al ‘43-‘45. Fu davvero un biennio segnato da uno scontro tra élite? E inoltre, fu «guerra civile» quel biennio, secondo quanto oggi viene sostenuto da opposti fronti storiografici?

V.F. La Resistenza fu certo un fenomeno di avanguardia, incapace di successo senza una retrovia di consenso ampia e disponibile. La figura del combattente ha un senso solo in questo quadro. E la famosa «zona grigia», attendista e passiva tra i due campi, è piena di cose diverse. Ma un'area di disponibilità, in essa, esisteva, ed era fortissima. Innegabilmente il bisogno di pace favoriva l'antifascismo. Anche per questo il consenso che lo premiò fu rilevante. Quanto alla «guerra civile», è una disputa che non mi appassiona. Si usino pure le parole che si vogliono. C’erano o non c’erano i fascisti? C’erano. E non erano puri fantocci del tedesco. Era della gente che aveva una certa nozione dell'Italia, opposta alla nostra. Loro avevano i miti nazionalisti e imperialisti. Noi credevamo in un'Italia pacifica e cooperativa. Si è dunque trattato di uno scontro armato fra noi e loro. Non è vero che i fascisti sparirono dopo il 25 luglio 1943. Attenzione: c'è il rischio di celebrare solo la grande esaltazione popolare della Liberazione. Perdendo di vista radici, conflitti e responsabilità precise. Si è cancellato tutto. Non si è più parlato delle colpe della Chiesa, né dell'accettazione del fascismo in vasti strati sociali. E divenimmo tutti liberi, tutti antifascisti. Non è vero! C'erano dei fascisti, nel '43-45. Via via sempre di meno, legati ai tedeschi, contro i quali prendemmo le armi. Ma non erano solo dei mercenari.

B.G. Hai riaffermato il valore fondativo dell’antifascismo alla base della Repubblica. Ma di recente, discorrendo con Furio Colombo, hai negato che per essere democratici sia ancora indispensabile passare per l’antifascismo. Come si conciliano questi due convincimenti?

V.F. Non c'è il minimo dubbio che la Repubblica, pur tra i diversi impulsi che essa ha assorbito, sia stata fondata dall'antifascismo. E tuttavia l'affermazione della democrazia, dell'eguaglianza, della tolleranza, possono scaturire da sensibilità e da esperienze storiche molteplici. Perché mai dovrei imporre ad un ventenne di oggi lo schema dell'antifascismo! Scelga lui le parole che vuole. Se andranno nel senso dei valori per cui io ho lottato, ne sarò ben lieto. Non c'è una realtà «antropologica» dell'antifascismo come dice il mio amico Giovanni De Luna. L'antifascismo è un dato storico, non metafisico.

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