lunedì 23 ottobre 2017

Andavano col treno giù nel meridione per fare una grande manifestazione




di Ilaria Romeo
responsabile Archivio storico CGIL nazionale





Il 22 ottobre del 1972 cinquantamila lavoratori arrivano a Reggio Calabria, per la rinascita della città e del Sud e contro i boia chi molla di Ciccio Franco.
La manifestazione - fortemente voluta da Bruno Trentin, con Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto (a organizzare la manifestazione sono Fim, Fiom e Uilm, i sindacati degli edili e la Federbraccianti Cgil ) - preceduta da una Conferenza sul Mezzogiorno e da assemblee nei quartieri di Sbarre e Santa Caterina si svolge in un clima a dir poco faticoso.

Scriverà esattamente una settimana più tardi Rinaldo Scheda su «Rassegna Sindacale»: “Il trascorrere delle giornate dopo gli avvenimenti di Reggio Calabria - i due giorni di dibattito alla Conferenza e la grande manifestazione di massa - può attenuare o riassorbire le emozioni date dalla prova di maturità e di capacità politica unitaria fornita dalle organizzazioni di categoria promotrici, o dal grande contributo dei quadri e delle strutture della Cgil per assicurare il successo più pieno a quelle iniziative; e, soprattutto, dalla dimostrazione di consapevolezza, di fermezza e di ardente partecipazione recata da decine di migliaia di lavoratori convenuti in Calabria da tutte le località del Sud e dalle regioni dell’Italia centrale e settentrionale. Ma il trascorrere dei giorni vede anche un accrescersi del rilievo politico di quegli avvenimenti, mentre diventa più chiara la convinzione in tutti che essi sono destinati ad avere in avvenire, per un periodo non breve, una incidenza notevole sulla condotta delle forze fondamentali del movimento sindacale italiano e sul comportamento della classe lavoratrice italiana verso il Mezzogiorno. La grande riuscita dello sciopero nazionale di protesta del 24 ottobre contro le provocazioni fasciste e per il Mezzogiorno da un’idea di ciò che gli avvenimenti di Reggio hanno messo in moto. La scelta di Reggio Calabria ha creato indubbia mente qualche problema per garantire la difesa dei contenuti veri e degli scopi che le organizzazioni promotrici avevano indicato. A Reggio vivono molti cittadini delusi, esasperati per la grave condizione sociale ed economica della loro città. L’ambigua vicenda del capoluogo della Regione li aveva trascinati, in parte, ad essere una sorta di massa di manovra della demagogia e del teppismo di alcuni esponenti fascisti. Reggio come sede della Conferenza, se rappresentava da un lato una scelta generosa per tentare di recuperare quell’area di popolazione all’idea di portare avanti una lotta unitaria e nazionale per il Mezzogiorno, per l’occupazione e per le riforme, esponeva pur sempre i promotori a subire il tentativo dei fascisti di deviare il corso della iniziativa stessa per trasformarla in uno scontro tra i «fortunati» lavoratori settentrionali e la povera gente di Reggio Calabria, tra «rossi» e «patrioti». Il rischio c’era, ed è stato giusto valutarlo in tutta la sua dimensione. Oggi, ad iniziativa realizzata, siamo in grado di fare un primo bilancio. Si tratta di un bilancio assolutamente positivo, perché, se è vero che il tentativo di spostare l’asse e le finalità delle due iniziative è stato messo in atto dalla teppaglia e dalle organizzazioni fasciste, è risultato però nel contempo, in modo assolutamente incontestabile, l’isolamento di queste non solo nel Paese, ma nella stessa città che pochi mesi fa, il 7 maggio scorso, aveva dato al Msi il 38 per cento dei voti! La rabbiosa reazione fascista, i criminali tentativi di bloccare i treni dei lavoratori con il tritolo e le sporadiche provocazioni teppiste a Reggio Calabria e a Messina, sono stati i gesti disperati di una forza battuta politicamente non solo nel Paese, ma proprio nella città che aveva elevato al ruolo di sua roccaforte. Ma, a questo punto, il discorso diventa estremamente serio. Fallita clamorosamente, a Reggio e in tutto il Mezzogiorno, la politica dei governi che si sono succeduti alla direzione del Paese; e ora, la crisi, lo smascheramento della demagogia dei fascisti e l’emergere del loro vero volto teppistico e provocatorio agli occhi di quella stessa popolazione che aveva espresso la propria legittima protesta in una direzione sbagliata; di fronte a questi processi, gli impegni di lotta per il Mezzogiorno assunti dai sindacati a Reggio Calabria si trasformano non soltanto in una assunzione di responsabilità di grande portata, ma diventano impegni la cui consistenza e la loro capacità di incidenza deve essere verificata subito, e non proiettata, viceversa, in un futuro indefinito; perché si deve sapere che la concretezza o meno degli impegni assunti dalle forze sindacali convenute a Reggio è messa alla prova subito. Sarebbero grossi guai per tutti - per i sindacati, per la democrazia italiana - se da quella verifica risultasse (e saranno in molti a farla nel Mezzogiorno e in Italia) che la Conferenza del Mezzogiorno e la generosa e poderosa manifestazione di Reggio Calabria non modificheranno la situazione. Se cioè si dimostrasse di non sapere dare un seguito coerente alle decisioni di Reggio. Il movimento sindacale non ha poteri infiniti per cambiare le cose, ma ciò che è necessario intanto è quello di mettercela tutta per cambiare qualcosa. Le organizzazioni di categoria promotrici, hanno definito la Conferenza un momento di riflessione critica sui limiti che il movimento sindacale ha messo in luce nel passato, per andare verso l’obiettivo centrale e prioritario di una politica dell’occupazione e di una trasformazione della realtà meridionale. La conferenza è stata definita una occasione per trarre nuove indicazioni di lavoro e di lotta comune. L’esame autocritico è un fatto ed è stata una cosa vera, recepita da tutti i presenti nel suo significato profondo, cioè nel senso che tocca la condotta passata dell’intero movimento sindacale. Ci sono stati infatti dei momenti di caduta, negli ultimi tempi, di quel rapporto unitario nazionale tra lavoratori del Nord e Sud, rispetto ad altri momenti come ad esempio durante la lotta per la liquidazione delle zone salariali, con le lotte dell’autunno del 1969 e poi con la grande manifestazione unitaria del maggio ‘71 a Piazza del Popolo, momenti nei quali l’unità dei lavoratori ha toccato punti molto alti. A Reggio Calabria si sono gettate le basi per la ricostruzione di una unitarietà che, pur prendendo le mosse dalle grandi linee della Conferenza del Mezzogiorno promossa dalle Confederazioni un anno e mezzo or sono, guarda più lontano perché si sono volute gettare le basi di una fase di impegno senza precedenti e per un lungo periodo sul piano politico e organizzativo da parte di tutte le strutture fondamentali delle organizzazioni sindacali presenti a Reggio. Sono stati individuati gli obiettivi concreti e le forme di un movimento che realizzi l’unità dei lavoratori occupati e disoccupati, che realizzi un rapporto reale con tutti quegli strati medi colpiti dallo stato di arretratezza e di crisi del Mezzogiorno, e, soprattutto, che sappia porre con forza, proprio mentre si porta avanti l’azione per i rinnovi contrattuali, la priorità politica della lotta dei lavoratori e delle masse popolari per l’occupazione, per il Mezzogiorno, per le riforme, per un diverso sviluppo economico. Un movimento articolato nelle forme dell’azione, ma unito nei contenuti di fondo. Un movimento capace di definire una selezione degli obiettivi su una linea di coerenza con le rivendicazioni di carattere generale, ma un movimento capace di utilizzare tutte le possibilità esistenti per ottenere, e subito, dei risultati qualificanti nei confronti di un governo abile nella manovra tattica, come dimostra di essere la formazione capeggiata da Andreotti, ma che non sfugge ad uno stato di gravi contraddizioni anche rispetto al mantenimento di impegni solennemente assunti verso le regioni del Mezzogiorno a partire dalla Calabria ma che non è in grado di rispettare. A Reggio è stata quindi respinta la provocazione fascista e si è andati oltre, verso la costruzione di un poderoso movimento unitario per una nuova politica nel Mezzogiorno. Avevamo detto che gli assenti si sarebbero pentiti di non esserci. Siamo convinti che così è stato. Di positivo c’è la partecipazione unitaria delle tre Confederazioni e di tutte le categorie allo sciopero generale del 24 ottobre e osiamo sperare che ciò rappresenti il segno di una ripresa dell’azione unitaria dopo le incertezze e le difficoltà che si sono manifestate nelle ultime settimane nella Cisl. Comunque la Cgil opererà perché sul terreno della iniziativa e dell’azione delle masse lavoratrici nel Mezzogiorno e nel Paese si rinsaldino e si sviluppino i rapporti unitali a tutti i livelli. Anche questo fa parte degli impegni assunti da tutti i presenti a Reggio Calabria”.  

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