lunedì 30 ottobre 2017

Articoli da «Rassegna Sindacale» nel trigesimo della morte di Di Vittorio_ Fausto Gullo

Non è privo di un suo particolare significato il fatto che, dopo la liberazione, al più alto posto di direzione sindacale nel nostro Paese sia stato assunto, e poi sia stato mantenuto fino alla morte, Giuseppe Di Vittorio, il quale riuniva in sé due qualità, quella di provenire direttamente e immediatamente dalla classe contadina e l’altra di essere un meridionale. Lo studioso del processo organizzativo delle classi lavoratrici nel nostro Paese, il quale leghi, com’è naturale, tale fatto alle successive tappe evolutive maturatesi dal 1944 a oggi, non può non cogliere la coerente relazione che corre tra il fatto stesso e le due esigenze spontaneamente sorte dalle esperienze del passato e dagli insegnamenti scaturitine, due esigenze che facevano entrambe capo a una volontà unitaria, che il duro ventennio fascista aveva determinato e temprato, decisamente tesa a non ricadere negli antichi errori, così pesantemente scontati, e ad aprire una via nuova al movimento sindacale. La prima esigenza sorgeva dall’avvertita necessità di imprimere al movimento quel compiuto carattere nazionale, la cui deficienza aveva tanto nociuto nel periodo prefascista, e che, data la composizione sociale del Mezzogiorno, non poteva raggiungersi se non ponendo in primo piano la stretta unione dei lavoratori del Nord e dei contadini del Sud, in una costante solidarietà nei mezzi e nei fini che la prefascista organizzazione sindacale non aveva mai seriamente attuata e che qualche volta aveva addirittura impedito. La seconda esigenza, legata strettamente alla prima, sorgeva dall’altra non meno avvertita necessità di assumere il movimento contadino del Mezzogiorno come una delle leve più potenti ai fini della maggiore efficienza dell’organizzazione sindacale nazionale e insieme del profondo rinnovamento economico e sociale di tutto il Paese. Non è dubbio che la eccezionale personalità di Giuseppe Di Vittorio rispondeva pienamente alla duplice esigenza, e se altra dimostrazione non vi fosse, è valsa a darne la prova irrefutabile l’unanime solidarietà nel compianto per la sua fine, essendosi nel suo nome ancora una volta affermata, e in modo solenne, la raggiunta unità della classe lavoratrice italiana. Constatare ciò significa rilevare quanto cammino abbia percorso il movimento sindacale nel Mezzogiorno sotto la direzione di Giuseppe Di Vittorio, non solo nel senso della attiva partecipazione ad esso delle masse contadine, ma in quello, più importante, del contributo decisivo che tale fatto ha conferito alla definitiva assunzione della questione meridionale come questione di portata e di importanza nazionali. Il contadino meridionale trovò in Di Vittorio, meridionale e contadino, il simbolo vivente e operante dei suoi dolori e delle sue speranze, del suo passato e del suo avvenire, la guida sapiente e fidata nelle sue lotte, il sicuro interprete delle sue aspirazioni e delle sue rivendicazioni. Nessun uomo politico ha avuto mai nel Mezzogiorno una più vasta e più affettuosa popolarità; e la cosa è tanto più notevole in quanto l’attività esplicata da Di Vittorio tra la gente meridionale rifuggì sempre da ogni facile e sonora demagogia, intesa com’era a formare una coscienza sindacale che si ponesse contro ogni forma di miracolismo e di improvvisa e impulsiva impazienza: in che appunto si concretano gli ostacoli e le difficoltà che l’opera dell’organizzatore sindacale deve superare sempre che si diriga a masse disorganizzate. Nell’affrontare un così arduo compito Giuseppe Di Vittorio portò, oltre che la passione del bene propria di un’anima superiore qual era la sua, la consapevolezza precisa di un intelletto in cui operavano, con perfetta sincronia, prudenza e ardimento, audacia e senso del limite, nulla concedendo all’irragionevole entusiasmo e all’incauta improvvisazione. E appunto queste alte qualità occorrevano al supremo dirigente dell’organizzazione sindacale per fare del movimento contadino meridionale il fatto nuovo che esso costituisce nella vita del Mezzogiorno e che è indubbiamente al centro delle forze e delle attività cui è affidato il compito del profondo rinnovamento sociale, politico ed economico delle terre meridionali. Quanta parte della sua complessa opera abbia dedicato a tale compito Giuseppe Di Vittorio, nei sindacati, sulla stampa, in Parlamento, sulle piazze, non è facile dire nemmeno riassumendo. Intanto si può affermare che non c’è stata agitazione in questi ultimi dodici anni, non dibattito, non polemica, non proposta di legge nel campo della questione meridionale e dei molteplici problemi a essa legati, in cui la personalità di Giuseppe Di Vittorio non abbia assunto un rilievo di primaria importanza. Chi non ha presente, per non ricordare altro, la molteplice attività da lui spiegata sia come dirigente sindacale, sia come agitatore, sia come parlamentare, per la riforma fondiaria e per quella dei patti agrari, che costituiscono i due aspetti fondamentali più caratteristici della questione meridionale? Mi è nella memoria il superbo discorso che egli fece nel convegno per la presentazione del programma di attività e di opere che la Confederazione generale del lavoro nel 1950 proponeva per il rinnovamento economico e sociale della nazione, e di esso specialmente la parte che egli dedicò ai problemi meridionali e soprattutto alla riforma agraria, che è la premessa necessaria della rinascita del Mezzogiorno. Poche volte mi è occorso di veder congiunta tanta competenza tecnica, un così acuto senso di responsabilità, una visione così concreta di fatti e di uomini, con un così fervido e spontaneo sentimento di umanità, con una commozione cosi sincera e perciò stesso tanto comunicativa! Occorrerà pure, al più presto, riunire e pubblicare tutti gli scritti e i discorsi che Giuseppe Di Vittorio dedicò al Mezzogiorno nel corso della lunga lotta in cui egli impegnò tutte le sue energie. Non solo ciò sarà appreso come un degno omaggio alla Sua memoria, ma costituirà una fonte inesauribile di insegnamenti e una guida sicura nella battaglia che continua e al cui esito vittorioso è legato l’avvenire del Paese.

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