
La prima guerra mondiale assunse ben presto
caratteri devastanti, con un coinvolgimento senza precedenti dei civili.
A milioni morirono nei campi di battaglia; in tantissimi, soprattutto
donne, furono coinvolti nel sistema della Mobilitazione Industriale. Gli
anni di guerra furono drammatici: ritmi asfissianti di lavoro, divieto
di sciopero, equiparazione giuridica degli operai ai soldati al fronte.
Il 1917 fu l'anno peggiore: già prima della sconfitta militare di
Caporetto, nel Paese si registrarono moti popolari di protesta per il
pane e contro la guerra; il più imponente si ebbe nel mese di agosto a
Torino quando l'esercito sparò sulla folla provocando decine di morti.
Finito
il massacro, in molti paesi europei, anche sull’onda delle notizie
rivoluzionarie provenienti dalla Russia, scoppiarono numerose rivolte
popolari. L’Italia registrò un periodo di accesa conflittualità sociale,
il “biennio rosso” (1919-20). Dopo la firma nel febbraio 1919 dei primi
contratti nazionali, che sancirono la conquista delle otto ore
giornaliere, con l’estate si entrò nel vivo della mobilitazione.
Protagonisti di questa fase furono i braccianti nelle campagne, mentre
nell’industria operarono i Consigli di fabbrica, le nuove strutture di
rappresentanza operaia, promotori di una politica rivendicativa
fortemente antagonista, centrata sul controllo dell'organizzazione del
lavoro e della produzione. La CGdL mantenne un atteggiamento diffidente
verso il movimento dei Consigli, facilitandone in questo modo la
sconfitta, avvenuta a Torino nell’aprile 1920. A settembre, dopo una
dura vertenza culminata con l’occupazione delle fabbriche, la firma del
“lodo Giolitti” tra Governo, CGdL e imprese pose fine al “biennio
rosso”. Al V Congresso della CGdL, tenuto a Livorno nel 1921, il
sindacato, a differenza del partito socialista, riuscì a evitare la
scissione dei comunisti.
F. LORETO
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